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Basta pregiudizi, la disco music ha cambiato il mondo, in meglio

Gli autori del libro ‘La storia della disco music’ raccontano origini e storia dello stile che ha accompagnato il riscatto di neri, latini, italoamericani, gay, e che ha posto fine all'egemonia della discografia bianca e machista

Donna Summer nel 1976

Foto: Fin Costello/Redferns/Getty Images

“Disco sucks!” si gridava in uno stadio di Chicago nell’estate del 1979, mentre si bruciavano pile di vinili di artisti della disco music. «Andare in discoteca è roba da fascisti», si diceva in quegli stessi anni dalle nostre parti. La disco, insomma, come una cosa reazionaria, la responsabile della fine della stagione dell’impegno politico, i ritmi faciloni che chiudono con la musica di qualità e chi più ne ha più ne metta. La disco insomma come la causa di tutti i mali. Me è proprio così? Andrea Angeli Bufalini e Giovanni Savastano ci spiegano che la realtà è più complessa e che la disco music è stata oggetto da sempre di pregiudizi. Pregiudizi che tutt’ora la fanno da padroni. Non è ora di smontarli?

Angeli Bufalini, giornalista e critico musicale, e Savastano, scrittore e cultore della disco, sono gli autori di La storia della disco music, volume enciclopedico che conta con la prefazione di Gloria Gaynor e l’introduzione di Amii Stewart, ricco di aneddoti e curiosità, uscito recentemente per i tipi della Hoepli.

Nel vostro libro dedicate molte pagine alle origini della disco music: afrobeat, funk, ma anche soul e R&B. La disco insomma come una sorta di destino naturale di tutto quello che si era prodotto soprattutto nella musica nera tra anni ’60 e primi ’70?
Giovanni Savastano: Proprio così. Dopo il boom commerciale post Febbre del sabato sera (1977) si diceva che la disco fosse nata dal nulla, una sorta di prodotto artificiale creato in studi di registrazione da freddi e tecnologici produttori. Niente di più lontano dalla realtà. In questo libro abbiamo ricostruito la genealogia della musica da dancefloor seguendo il filone principale dal quale si è diramata, cioè la afro rock music – Osibisa, Fela Kuti e soprattutto il primo vero e proprio combo di afro rock disco, la Lafayette Afro Rock Band – innestata sul soul-R&B afroamericano. I rituali della Saturday night iniziano in Ghana addirittura nel 1957 con la popolazione che suona e balla in strada per celebrare l’indipendenza dall’Inghilterra sullo sfondo della antica highlife, un ritmo sincopato ed essenziale originato alla fine dell’800 che ritroveremo in tanto jazz africano e nello swing americano, tutti generi nati per essere prima di tutto ballati in fantasmagoriche ballroom come il Savoy di Harlem. Lo sintetizza bene Quincy Jones: “Se nomini Count Basie batti i 4/4, poi con Billy Cobham incorpori la poliritmia africana e poi, ancora, si ritorna alla disco music, ed è lo stesso ritmo che usava Basie. Tutto ciò è affascinante”. La Motown, la Stax e la Philadelphia Records hanno fatto il resto con i loro beat pulsanti ed energici caratterizzati da batterie e bassi pompatissimi, le stesse caratteristiche che ritroviamo nei brani disco. Quei suoni black, in un periodo di rivoluzioni sociali a cavallo tra i ’60 e i ’70, hanno rappresentato una spinta propulsiva e aggregante: i primi luoghi dove gli afroamericani si riunivano erano i dance club o i cafè dove si socializzava ballando davanti al juke-box e, contemporaneamente, si costruivano alternative socio-politiche. La disco music è nata proprio come naturale evoluzione di tutto ciò, un fenomeno underground delle minoranze, appellato, all’inizio, afro rock.

Si dibatte ancora su qual è stato il primo pezzo disco. C’è una risposta a questa domanda o è come chiedersi se è nato prima l’uovo o la gallina?
Andrea Angeli Bufalini: Occorre fare un distinguo. A livello simbolico il primo brano disco è senz’altro quell’incendiario Soul Makossa del sassofonista camerenunse Manu Dibango, purtroppo scomparso di recente per Covid. Tutto ha inizio quando agli albori degli anni ’70 David Mancuso, padre di tutti i dj, scova questo 45 giri d’importazione in un negozio di dischi di seconda mano nei sobborghi della Grande Mela. Affascinato dal ritmo tribale e da quell’ipnotico afro chant (“Mama-ko, mama-sa, mama-ma-kossa”), Mancuso inizia a suonarlo nei suoi party esclusivi organizzati presso il suo appartamento, il leggendario Loft. Nel giro di un paio di settimane Soul Makossa diventa il disco più richiesto di Manhattan fino ad irrompere – prima volta per un artista africano – a luglio del 1973 nella Top 40 Pop di Billboard, quando ancora la disco music non si chiamava così. A livello di marketing, invece, la prima disco track è Never Can Say Goodbye, cover dell’hit dei Jackson 5 interpretata da Gloria Gaynor, che il 26 ottobre del 1974 debutta al vertice dell’appena istituita Billboard Disco Action, classifica dei brani più gettonati dai dj nelle discoteche americane. C’è da sottolineare, comunque, che già prima di Soul Makossa, Isaac Hayes irrompeva con l’intramontabile Shaft e il Philly Sound del geniale duo Gamble e Huff sfornava prodromi da dancefloor come Zing Went The Strings of My Heart dei Trammps o Love Train degli O’Jays, i quali, addirittura nel 1969, interpretarono la scintillante One Night Affair, disco track ante litteram.

Gli anni della disco sono anche quelli del punk. Segnano la fine di un’epoca e l’inizio di qualcosa di nuovo. Il dancefloor e il no future sono in realtà due facce della stessa medaglia?
Angeli Bufalini: Nella sezione del libro abbiamo inserito un box denominato “I diversi siamo noi: disco e punk”. Lontani anni luce musicalmente, ma entrambi politicamente scorretti, erano una sorta di Giano Bifronte sonoro: luccicante e glamour il primo, sudicio e scalcagnato il secondo, disco e punk costituivano due nette cesure con il passato. Una rivoluzione culturale e socio-politica, osteggiata dal perbenismo e dall’establishment, ma vissuta con convinzione e fervore dalla gente, che non ha eguali nella storia della musica. In un aspetto però i due “movimenti” differivano totalmente: mentre la disco, inclusiva e aggregante, non inneggiava all’odio, il punk ne faceva il manifesto, e in primis proprio nei confronti della disco stessa. Ne sa qualcosa Debbie Harry quando con i suoi Blondie fu accusata di tradimento per aver svoltato dallo CBGB allo Studio 54.

La disco ha rivoluzionato la musica. E non solo. Entra in scena la figura del dj che può addirittura negoziare con i discografici, le discoteche si convertono in un fenomeno di massa che segnano un’epoca… Dopo Love to Love You Baby di Donna Summer non si può più tornare indietro?
Angeli Bufalini: Sì, la disco ha stravolto anche gli stilemi dell’industria discografica e dei media. Se un dj come Larry Levan nel ‘suo’ tempio Paradise Garage poteva permettersi di suonare sei volte di seguito un brano totalmente sconosciuto e indurre i suoi adoranti adepti a ballarlo fino allo stremo sul dancefloor per tutta la notte, tanto che la mattina seguente gli stessi erano in fila davanti al negozio di dischi più vicino per acquistare proprio quel vinile, qualcosa di notevole era successo. Il dj, come da noi definito, psicologo delle masse, colui che riusciva a ipnotizzare la gente captandone gusti e anticipando mode, era diventato un vero e proprio influencer con il quale radio, tv e boss discografici dovevano fare i conti volenti o nolenti. L’asse del mercato musicale si era spostato tutto sul dancefloor: lo aveva intuito da subito Nile Rodgers quando, entrando nel ’75 in un club di New York, rimase folgorato dalle note di Love To Love You Baby della Summer: capì quale direzione artistica avrebbe percorso.

Si dice sempre che la disco è la cosa più lontana dall’impegno. Da noi si parlava proprio di riflusso e disimpegno. In realtà però non sono mancati pezzi impegnati: penso a Fight the Power degli Isley Brothers. E poi, al di là dei testi, la disco in sé segnava il riscatto per neri, latini, italoamericani, gay…
Savastano: Lo stigma del disimpegno legato alla disco è frutto della non conoscenza e del pregiudizio. Oltre al brano degli Isley Brothers da te citato, dovremmo fare una lista molto lunga di pezzi disco cosiddetti impegnati: Going Back to My Roots di Lamont Dozier, conosciuta più nella versione degli Odyssey, è un afrodisco chant di nostalgia per Mother Africa; oppure I Was Born This Way, prima di Valentino e poi di Carl Bean, fu il primo inno di protesta gay. Ma anche i cataloghi delle superstar del genere, ad esempio, hanno dei contenuti, ai più sconosciuti, che non si limitano affatto al classico invito allo sballo e alla danza. You Make Me Feel (Mighty Real) di Sylvester, dal testo esplicitamente omosessuale, è una celebrazione della liberazione sessuale dell’individuo, alla stessa stregua di Lady Marmalade delle Labelle, la storia di una prostituta che ribalta i ruoli tra donna oggetto e cliente maschio. Gli stessi Village People, simbolo di allegria sfrenata, hanno continui riferimenti al ghetto e al riscatto sociale, per non parlare di Amanda Lear, le cui eroine si dividono tra dispensatrici di oppio (Queen of Chinatown) e muse mefistofeliche ispirate al Faust di Goethe (Follow Me). E ancora: tutto il catalogo di Donna Summer ha testi insospettabili, scritti sempre da lei stessa, particolarmente poetici, che non hanno nulla da invidiare allo storytelling di una Carole King o di una Carly Simon. Il suo concept doppio album del 1977 Once Upon A Time, ad esempio, nella recensione di Rolling Stone americano dell’epoca venne definito fondamentale sia dal punto di vista musicale che letterario, con particolare enfasi sui testi narranti la storia di una emarginata, una Cenerentola metropolitana, intrappolata in una dinamica esistenziale alienante che fa pensare alla schizofrenia.

Nel 1979 si organizzò una Disco Demolition Night. Perché c’è stato tanto disprezzo per la disco music?
Angeli Bufalini: La disco aveva osato troppo. Quando il 2 aprile 1979 sulla copertina di Newsweek comparve una raggiante Donna Summer con la scritta “Disco Takes Over”, la disco music prende il sopravvento, se mai qualcuno avesse avuto ancora dubbi su quale genere musicale fosse il dominatore del mercato. Artisti afroamericani, donne in primis, stavano sgretolando l’impero discografico bianco e machista conquistando classifiche e stadi: trascorrono poco più di tre mesi da quell’articolo e un gruppo di facinorosi del rock con il supporto latente di media e discografici, guidati da uno squilibrato dj radiofonico in cerca di popolarità, organizzano in occasione di un incontro di baseball nello stadio di Chicago nel luglio del ’79 la Disco Demolition Night, una crociata di odio e violenza con lo scopo di uccidere la disco music. Migliaia di vinili di artisti disco furono bruciati al centro del campo durante l’intervallo della partita al grido di “Disco sucks!”, la disco fa schifo. Fu uno degli episodi più squallidi legati al mondo della musica moderna che noi non esitiamo a definire nazista: che differenza fa bruciare libri o dischi. Ma il delitto annunciato non ebbe il risultato sperato: la disco music non muore, anzi si rigenera di decennio in decennio, come spieghiamo nell’epilogo del libro “C’è vita dopo la disco?”, un titolo preso in prestito da un Rolling Stone del 1978 con la Summer in copertina, cambiando denominazione: dance, house, techno-pop fino all’attuale EDM, nu disco e new funk.

All’epoca in Italia si è discusso molto sulla disco. Per citare Giorgio Bocca, la discoteca era fascista o popolare? Non era altro che un falso dibattito?
Savastano: Gli anni ’70, nella nostra penisola, erano dominati dal dibattito sul riflusso e sul disimpegno post ’68: la disco divenne pertanto il bersaglio dell’intellighenzia catto-comunista, il simbolo della reazione borghese rappresentato dal travoltino, il personaggio della Febbre del sabato sera da deridere e criticare. Ma la disco music, nelle sue origini, era invece decisamente anti-borghese, esattamente come Tony Manero, il protagonista del film, nient’altro che un sottoproletario di Brooklyn. Anche nelle discoteche italiane della provincia la maggior parte degli avventori erano operai che, dopo aver lavorato in fabbrica tutta la settimana, trovavano il loro momento di liberazione nella socializzazione legata al ballo. L’errore di molti intellettuali dell’epoca, ad eccezione di pochi nomi tra i quali Moravia e Arbasino, fu quello di aver forzatamente fascistizzato la disco, in tal modo mistificandola totalmente ed ignorando le sue radici decisamente rivoluzionarie. Anche l’enfasi posta dai movimenti femministi italiani sulla ipotetica ghettizzazione della donna-oggetto alimentata, a loro dire, dal filone erotico della musica a 4/4, da Donna Summer in poi, fu un abbaglio di grande manipolazione ideologica: quei brani sensuali erano, al contrario, canti di liberazione sessuale orgogliosamente interpretati da donne afroamericane che ebbero il coraggio e l’ardire di portare sul proscenio, in modo mai volgare, un tabù: l’orgasmo femminile.

L’Italodisco fu un vero e proprio fenomeno che arrivò in testa alle classifiche di mezzo mondo. Per dirla con un proverbio: nessuno è profeta in patria?
Savastano: Sì, è proprio il caso di dirlo. I principali nemici della musica disco-elettronica made in Italy, appellata in realtà Italodisco solo dalla metà degli anni ’80 in poi, furono i cantautori di casa nostra che spararono a zero su quel genere musicale, chi in modo più ironico, come Enzo Jannacci, chi al contrario in modo arrabbiato e ideologico, come Eugenio Finardi. Ignoravano però, o fingevano di ignorare, che la moltitudine di musicisti che suonavano nelle produzioni Italodisco provenivano quasi tutti o dal prog rock: Alberto Radius, Tullio De Piscopo, Ivano Fossati, per non parlare di Alan Sorrenti, alfiere della prima disco music italica. In ogni caso, per la prima volta dai tempi di Domenico Modugno e Rita Pavone, furono proprio le formazioni musicali italiane, capeggiate da i fratelli La Bionda, alias D.D. Sound, Claudio Simonetti, i fratelli Micioni o Mauro Malavasi, Davide Romani e Stefano Pulga, a entrare nella classifica a stelle e strisce di Billboard, traghettando così la disco music verso il nuovo decennio e trasformandola in dance.

Chi è il più grande artista della disco sottovalutato?
Ce ne sono molti, ma tra i tanti ci piace ricordare Hamilton Bohannon che proprio pochi giorni fa è venuto a mancare. Pioniere della black disco, Bohannon, batterista, cantante, compositore, arrangiatore, autore e produttore, ha forgiato sin dalle prime incisioni di inizio anni ’70 un sound originale carico di un groove incalzante, vera colonna vertebrale della disco music afroamericana. Dopo un paio di hit, Foot Stompin’ Music e Disco Stomp, entrambe in Top 10 anche nella nostra hit parade nel ’75, il prolifico musicista pur continuando imperterrito a diffondere la sua ineguagliabile Bohannon Disco Symphony, non è più riuscito ad agguantare il meritato riconoscimento da parte di critica e pubblico.

E il più sopravvalutato?
In realtà secondo noi non ce n’è uno sopravvalutato, in quanto la stragrande maggioranza degli artisti disco, soprattutto in Italia, è stata omologata al ribasso, così come il genere musicale a cui apparteneva, considerato aprioristicamente commerciale e privo di contenuti.

Botta e risposta. Ditemi ciò che pensate se vi dico un nome. Iniziamo con Manu Dibango.
Foot Music Man, come lui stesso amava definirsi

Gloria Gaynor.
La madre della disco.

Diana Ross.
Miss Boss: la classe

Giorgio Moroder.
Il genio del futuro

George McCrae.
Mr. Rock Your Baby.

Donna Summer.
L’ arcobaleno della musica

Isaac Hayes.
L’anima nera del groove

Chiudiamo con le meteore. Forse la disco music ne ha più di altri generi. O forse no. Voi dedicate ben un intero capitolo a questo fenomeno. Se doveste ricordarne tre, quali sarebbero?
La disco come ogni altro genere ha avuto parecchie meteore, ossia quegli artisti che internazionalmente vengono catalogati come one hit wonder. Nello specifico però sul dancefloor molto spesso sono le canzoni a diventare delle vere e proprie star a discapito degli interpreti, come ad esempio nel caso di I Love the Nightlife di Alicia Bridges, Got to Be Real di Cheryl Lynn e Let’s All Chant di Michael Zager Band.

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