Baricco: «Verdi rimarrebbe esterrefatto per com’è rappresentato alla Scala» | Rolling Stone Italia
Barbari all’Opera

Baricco: «Verdi rimarrebbe esterrefatto per com’è rappresentato alla Scala»

Infatti con ‘Una Traviata da cortile’, insieme a Melozzi e Campaner, smonta la lirica come rito museale portando cantanti e musicisti tra gli spettatori: «A teatro si mangiava, si beveva e si giocava d’azzardo». L’intervista

Enrico Melozzi, Gloria Campaner, Floriana Cicio e Alessandro Baricco. Foto: Luigi Mazzini

Enrico Melozzi, Gloria Campaner, Floriana Cicio e Alessandro Baricco

Foto: Luigi Mazzini

All’ombra dei portici di Busseto, poco distanti dalla statua di Giuseppe Verdi in piazza, siamo seduti a tavoli pieni di salumi e bicchieri di vino, ma con una domanda che aleggia senza essere mai pronunciata davvero: quanto puoi spingerti nella “mutazione” prima che l’opera smetta di essere un’opera? Alessandro Baricco, Enrico Melozzi e Gloria Campaner, come ci spiegano in questa intervista, sembrano essersi divertiti proprio a giocare sul confine tra sacrilegio e ritorno alle origini.

«Tutti i riti che rimangono immobili sono destinati a scomparire», dice Baricco mentre parla di Una Traviata da cortile, lo spettacolo che debutta il 27 e 28 maggio all’Antica Grancia Benedettina di Colorno (Parma), dove l’opera di Verdi si trasforma in un’esperienza più vicina alla festa di paese che a una rappresentazione alla Scala. «Questa Traviata mette in discussione la prassi di stare due-tre ore seduti a vedere l’opera frontalmente senza muoverti». Infatti, aggiunge: «Verdi, se tornasse oggi alla Scala, rimarrebbe esterrefatto per come rappresentano le sue opere, mentre se assistesse alla nostra potrebbe piacergli».

Melozzi, ancora più agguerrito, denuncia: «Il teatro è diventato un museo». Così, nella loro rilettura, non c’è niente di classico: i cantanti sono in mezzo agli spettatori che partecipano ai balli e si mischiano tra la gente, l’orchestra è “esplosa” ed entrano in scena una fisarmonica e un mandolino a richiamare sonorità del sud. «Puoi sentir cantare di fronte ma anche dietro, il coro ti avvolge perché mescolato tra le persone», precisa la direttrice creativa Gloria Campaner. Insomma, più che una rivisitazione è una sfida al modello con cui la musica classica è stata cristallizzata nel Novecento. E ci hanno chiarito perché Giuseppe Verdi, in questo modo, smette di essere noioso e torna alla sua essenza pop anche per le nuove generazioni.

Alessandro Baricco e Enrico Melozzi. Foto: Luigi Mazzini

Alessandro Baricco e Enrico Melozzi. Foto: Luigi Mazzini

Durante la presentazione avevate parlato di riscrittura della Traviata, ma quanto si può tradire l’opera originale e quanto bisogna invece mantenuto invariato?
Alessandro Baricco: Le note sono tutte di Verdi. La storia è quella. Le parole che cantano idem. Con questo il rispetto è salvo, o no maestro Melozzi?

Enrico Melozzi: Esattamente, anche se poi siamo andati a toccare parecchie cose dell’orchestrazione. Non abbiamo la canonica buca con orchestra e il coro e i cantanti nelle posizioni prestabilite. Abbiamo invece una sorta di orchestra esplosa e alcuni strumenti non tradizionali, come la fisarmonica, che non è stata introdotta per questioni sceniche ma anche di suono: fa emergere un cuore, un sapore, un odore in più. Poi ci sono dei raddoppi di mandolino, che potrebbero sembrare stranissimi, ma portano dentro il sud dell’Italia. Tutta una serie di elementi che permettono di farci sentire Verdi più italiano di quanto già non fosse. Prendiamo infatti un Verdi nel pieno della rivalità storica con Wagner, con sonorità che non erano così italiane e un’orchestra che rendeva il suono più internazionale, e la stessa musica con la fisarmonica e il mandolino che entra in quella frase famosissima dell’overture, che ha un sound cinematografico quasi hollywoodiano, e la risentiamo di nuovo italiana. È molto cameristico, con un’interpretazione intima e un richiamo direttamente al cervelletto degli ascoltatori.

Gloria Campaner: La dimensione del suono passa dal trovarsi a distanza a risultare in prossimità. Puoi sentire cantare di fronte ma anche dietro di te. Il coro ti avvolge perché mescolato tra le persone, anzi, quasi nascosto tra il pubblico.

Una destrutturazione alla ricerca dell’essenzialità?
Baricco: C’è una cosa di cui mi sono reso conto in base all’esperienza. Che tutta questa situazione, che viene definita “ideale”, cioè la disposizione classica dell’orchestra e del direttore, in realtà è abbastanza un alibi. Perché ho visto i nostri artisti cantare in una situazione davvero estrema, senza vedere il direttore d’orchestra, senza vedere il primo violino, a volte senza vedersi tra di loro, ma sono ormai talmente dei professionisti che con la coda dell’occhio o con il corpo trovano sempre il bandolo della matassa, perché non vanno più a vista ma a orecchio. Se sul palco di solito cantano un duetto d’amore guardando il direttore, quello è un alibi immenso. Perché, comunque, quei cantanti sono dei grandissimi professionisti e sono perfettamente in grado di cantare anche senza guardarlo. Questa ormula può anche servire a smontare delle idee che sono state confezionate nel tempo. Io non sono neanche così convinto che la posizione migliore per avere una ricezione perfetta sia proprio su quel podio, come a teatro.

Melozzi: Se musicisti e cantanti a volte non mi vedono in quanto direttore, io però li sento e quindi capisco se accompagnarli o chiudere. Lo stesso accade viceversa, perché ormai l’opera è interiorizzata.

Poco tempo fa è anche uscito il tuo libro Breve storia eretica della musica classica, dove desacralizzavi una forma d’arte così formalizzata. Con la Traviata da cortile passi dalla teoria alla pratica?
Baricco: Quello che tiene insieme le due opere è la denuncia, anche se forse il termine denuncia è fin troppo forte, diciamo l’annotazione che noi stiamo ereditando passivamente il modo di leggere, capire, suonare quella musica che in realtà è stato coniato dall’ambiente tedesco dagli inizi dell’Ottocento fino agli inizi del Novecento. Ed è un’enorme possibilità buttata al vento. Un po’ come se tutti fossimo costretti per sempre a vestirci nello stesso modo. Per cui il libro sottolinea il riappropriarsi di una storia, non come l’hanno raccontata all’ora, né più vera né più falsa, e questa Traviata, a sua volta, mette in discussione quella prassi che era consolidata di stare due-tre ore seduti a vedere l’opera frontalmente senza muoverti o con un solo intervallo, che è figlia di un certo Ottocento. Ma prima, nel Seicento o nel Settecento, a teatro giocavano d’azzardo, cucinavano, mangiavano e bevevano. Una prassi che a me piace, perché ogni tanto mi vesto elegante e vado all’opera, ma lasciamo aperta un’altra serie di possibilità.

Melozzi: Una prassi che ha portato a una musealizzazione di questo modo, che invece, a differenza di Alessandro, voglio denunciare apertamente e denuncio da anni. Perché il teatro è diventato un museo. Ci vado a vedere come gli antichi si relazionavano alle opere. È come se andassimo al cinema a vedere sempre gli stessi film. Manca molto il rinnovamento, perché le figure centrali, direttori e librettisti, sono state completamente sostituite. Invece la conseguenza naturale dovrebbe essere di stravolgere le opere del passato prepariamo il teatro ad accogliere nuove opere, scritte e dirette da nuovi librettisti e direttori.

Una Traviata da cortile che sembra una rottura con un certo passato. 
Melozzi: Sicuramente sì, la musica classica viene considerata noiosa perché chi la suona è noioso. E a volte non l’ha capita fino in fondo. Basterebbe ricordare che le sonate di Mozart che venivano pubblicate, già all’epoca non erano come le eseguiva lui, perché erano semplificazioni che venivano vendute per le persone che volevano suonicchiarle prendendo spunto dalla sua versione dal vivo. Quindi già ci è arrivata una musica semplificata che poi è stata codificata in quanto “sacra”. Quando invece l’improvvisazione, nella musica classica dell’epoca, era la base. Un po’ come nel blues, nel jazz, nel funk e nel rock.

Campaner: Lo possiamo avvertire nel barocco, che ha una struttura musicale che ritroviamo nell’heavy metal. Oppure nelle melodie di Schubert, Chopin, Vivaldi diventate la canzone di oggi, persino nel pop. La differenza rispetto al passato è solo il sound utilizzato.

Siete pronti alle critiche dei verdiani duri e puri?
Baricco: È più facile beccarsi il loro risentimento se fai una regia un po’ strana sul palcoscenico del Teatro Regio di Parma, questa invece è un’esperienza profondamente diversa. Sono convinto che anche i loggionisti, se parteciperanno, staranno bene. E poi loro sono parte di qualcosa di bello e vero che si è conservato. A volte abbiamo visto scene molto fastidiose, perché non sempre sono giuste le critiche, ma le distorsioni ci sono anche altrove, come certe forme di idolatria per un cantante che non ci sono per un pianista.

Melozzi: Tra l’altro vanto un applauso dei loggionisti di Parma. Mi avevano avvisato di stare attento, che quando sarei arrivato lì mi avrebbero massacreranno, invece alla fine hanno apprezzato.

Rifacendomi al saggio che hai scritto su Repubblica nel 2006 e poi diventato un libro, I barbari, si può dire che con questa Traviata siete diventati voi stessi i “barbari” che compiono una mutazione?
Baricco: Mi sforzo di scriverlo da tempo, cioè che questa è un’epoca di fantastica mutazione complessiva. Tutti i riti che rimangono immobili sono destinati a scomparire. Tranne pochissimi che rimangono immutabili, come le piramidi, ma sono davvero pochissimi. Tutti gli altri si accoderanno ai cambiamenti. Questa Traviata è una forma particolarmente viva e giocosa, ma ce ne possono essere molte altre per movimentare la ricezione di qualsiasi cosa.

Campaner: Il progetto ha all’interno figure non convenzionali. Un narratore che si occupa di regia, un direttore d’orchestra che si occupa del sound e non fa parte della tradizione, il produttore che è cinematografico (Domenico Procacci, ndr), mentre io incarno una figura nuova,di direzione creativa, che avrei sempre sognato nell’opera ma che non esisteva. Di solito è tutto a compartimenti stagni e manca una figura che dialoga con tutti e conosce la musica. In questo siamo “barbari”, ma la direzione è giusta.

Questa Traviata, un giorno, potrebbediventare un film?
Baricco: In questo primo anno sperimentiamo, però è qualcosa che stiamo studiando. Perché è difficile realizzare le riprese di uno spettacolo del genere, visto che lo devi vivere da dentro. E poi io non voglio telecamere invasive che disturbano sia gli artisti che il pubblico. Per il momento stiamo provando con delle riprese sperimentali senza che siano troppo visibili.

Una Traviata da cortile. Foto: Roberto Cristaudo

‘Una Traviata da cortile’. Foto: Roberto Cristaudo

Un altro concetto che mi ha colpito quando avete presentato l’opera è “immersivo”, che negli ultimi anni si utilizza per le nuove tecnologie. Anche in questo è un “ritorno al futuro”?
Melozzi: La musica è sempre stata immersiva, fino a quando l’avvento dell’impianto stereofonico ha appiattito tutto. Pensiamo al sound del teatro di Siracusa all’epoca degli antichi greci e a quello che è diventato oggi, dove non si capisce quasi chi parla tra gli attori, ancora un po’ e devono alzare la mano per attirare l’attenzione. Il suono all’ora era già “surround”, del tutto immersivo. L’evoluzione tecnologica dal punto di vista del suono ci ha fatto regredire e adesso stiamo cercando di tornare a evolvere a quello che già avevamo. Quando ho diretto i Måneskin a Sanremo mi etichettavano come innovatore di una musica modernissima, mentre io gli rispondevo: «Guardate che questa è musica classica, anche se rock». O in altre opere cercavo di soltanto di seguire le indicazioni del manoscritto. Oggi la vera evoluzione è ripristinare quello che gli antichi nel suono davano per assodato.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, da molti vista come uno spauracchio, Baricco hai invece detto che, un po’ come per l’Illuminismo, ci darà «un’enorme chance per diventare adulti come specie».
Baricco: Ovviamente questo è uno spettacolo molto analogico, anche se usiamo delle tecnologie che però non sono invasive. Quindi potreste chiedervi: com’è che gente che ama la civiltà digitale fa questa roba? Se ci guardi non sembriamo persone che firmano manifesti contro la tecnologia. È molto interessante perché è come se, proprio noi che apprezziamo il mondo digitale, siamo nel contempo istintivamente convinti che non sostituisca qualcosa, ma che inneschi una bella battaglia. Usiamo l’analogico perché, in definitiva, è più emozionante del digitale, altrimenti useremmo il digitale. Ma non l’analogico come resistenza a qualcosa. Credo solo che sia più emozionante e non potrei raggiungere gli stessi obiettivi emozionali con altri mezzi, almeno per ora.

Campaner: Io non ho paura dell’intelligenza artificiale, né come musicista né come essere umano. Poi se non riuscirò a riconoscere se un video o una musica sono veri o falsi sarà un problema, ma io sono una interprete e dubito che l’intelligenza artificiale andrà a sostituire quella magia del silenzio tra una nota e l’altra nella quale vivi quello che hai dentro di te. Mi sembra che, per il momento, possa essere solamente un aiuto per tante cose tecniche.

Melozzi: Sono d’accordissimo e gasatissimo. ogni volta che c’è un cambiamento epocale si forma sempre la rivolta. Dai vinili ai CD, dai CD a Spotify sembrava dovesse finire tutto, invece tutto è cambiato ma si può fare musica come e più di prima, con un grande ritorno dei concerti live. L’intelligenza artificiale arriverà a livelli dove non riusciremo a distinguere la musica vera da quella finta, ma proprio per questo cercheremo sempre di più il contatto umano per condividere le emozioni dal vivo. Tutto ciò porterà a un incremento della musica live e senza l’uso di tecnologie. Anzi, paradossalmente i generi più avvantaggiati saranno la classica e il jazz, perché più virtuosi senza che ci sia bisogno neanche di una spina attaccata a qualcosa di elettrico. Credo anche che questo tipo di esperienze saranno le più richieste, diventeranno di lusso e costosissime, mentre quelle con AI rimarranno le più cheap.

La Traviata da cortile di Alessandro Baricco Foto: Roberto Cristaudo

‘Una Traviata da cortile’. Foto: Roberto Cristaudo

Per tornare al compositore da cui nasce quest’opera, avete lanciato una provocazione: «Verdi sarebbe contento del modo in cui abbiamo affrontato la Traviata».
Baricco: Questo lo ha detto Melozzi, ma è una battuta. Però Verdi fa corpo con la storia di questo paese, è ancora molto amato e popolare. A parte i tedeschi, che hanno sistematicamente divinizzato i loro musicisti a livelli che non corrispondono alla realtà, l’Italia è legata ai suoi compositori. Credo che Verdi, se tornasse oggi alla Scala, rimarrebbe esterrefatto per come rappresentano le sue opere, mentre se assistesse alla nostra credo di no. Questa potrebbe piacergli, ma essendo un perfezionista chissà…

Melozzi: Il problema non è mai dell’autore, ma di chi ce lo fa conoscere. E ce l’hanno insegnato come qualcosa di noiosissimo. Chi fino ad oggi ha gestito la musica lirica l’ha reso un rito pieno di orpelli con una sacralità desueta. Quindi ce l’ha fatta percepire come pallosa. Verdi, quando andava in scena con una nuova opera, era in contemporanea in 10-20 teatri in tutta Italia. Un po’ come i film oggi che escono in tutte le maggiori sale cinematografiche. Vi rendete conto della sua diffusione? Neanche attualmente esiste un musical che esce in contemporanea in 10-20 teatri contemporaneamente. Aveva un livello di popolarità enorme, perché la gente voleva quella musica. Ma quella popolarità si può sposare con i protocolli che i teatri hanno stabilito nel secondo Novecento? Secondo me no. Perché la gente si sarebbe rotta i coglioni se fosse stato così. Era tutto molto più rock and roll e molto meno d’élite di quanto ci fanno credere. È sempre stato pop, poi lo hanno musealizzato e reso distante dalla partecipazione dei giovani.

Baricco: Bisogna considerare poi che questa musealizzazione non è completamente insensata, c’è anche qualcosa di bello nel conservare le cose come a un certo punto sono state santificate. Come il Partenone, che all’origine non era così, ma a un certo punto lo hanno musealizzato. Il fatto che adesso sia custodito nel modo in cui lo visitiamo ha un nesso con l’opera di Verdi come la danno alla Scala: a un certo punto hanno fissato una santificazione e l’hanno replicata per sempre. L’errore, in questa operazione bella e sensata, è però bruciare in quello tutte le risorse, l’interesse e la dedizione.

E dopo l’Italia state già pensando all’estero: «Il mio sogno è portarlo anche in Texas, magari in un ranch. Bisogna spiegare agli americani cos’è Verdi e cosa sono gli italiani».
Baricco: Io sono italiano, navigo nell’opera da quando ho 18 anni e quando ho sentito per la prima volta la banda e il canto lirico ho pensato: questo è proprio Verdi. Per cui proveremo a portarlo all’estero perché è un modo semplice per spiegargli chi siamo noi italiani. Se vuoi veramente sentire l’impatto di Wagner devi andare a Bayreuth, al Teatro Regio di Parma non è la stessa cosa. Noi abbiamo questo sound nelle vene. C’è la barriera linguistica, ma d’altronde già a Napoli o a Firenze ci sono delle difficoltà.

Melozzi: In America al posto del mandolino useremo il banjo (ridono). Se ci pensiamo abbiamo masticato musica inglese e americana senza capire i testi, ma suonava bene. E poi, se vogliamo dirla proprio tutta, sfido a trovare tanta gente che conosca come si mette in scena un’opera. Una volta si capiva quello che cantavano, oggi invece le persone non capiscono quasi nulla. Siamo arrivati al punto che nelle opere italiane in Italia sono necessari i sottotitoli. Poi ci chiediamo perché vince la musica pop rispetto alla lirica.

Concluso questo ciclo avete in programma di “dissacrare” altre opere?
Campaner: Per ora non riesco a pensare al dopo. Mi sembra già un sogno che da una festa che volevano fare per un festival un po’ pazzo per la Scuola Holden siamo riusciti a realizzare uno spettacolo nel quale tutti, con molta generosità, sono venuti a partecipare a Una Traviata da cortile. Vedere che adesso ha preso una forma così speciale e se ne andrà in giro per l’Italia per tre anni, anche per ricompensare chi ci ha dato fiducia dall’inizio, mi rende solo piena di gratitudine.

Melozzi: Cercherò di convincere Baricco a scrivermi un libretto per una nuova opera. Per ora non vuole, ma ci riuscirò. Ho ancora tre anni di tempo per fargli cambiare idea. Ma non ho capito una cosa: perché Baricco fa sempre i progetti solo per tre anni?

Baricco: Il mio discrimine è costantemente lo stupore. A poche ore dalla prima a Parma, non so esattamente cosa succederà e cosa dirò, perché non ho un copione fisso. Quando svanisce questo stupore non riesco a continuare, ma è un limite mio. Un po’ perché non sono un attore o un uomo di spettacolo, se dico tre volte la stessa battuta mi sento talmente orrendo che poi non riesco più a ripetermi. Anche per questo le date sono distanti l’una dall’altra, così, dopo averne fatta una, vado a casa e penso ad altro. Io voglio arrivare alla data successiva che devo tornare a studiare un po’ altrimenti non mi ricordo, in questo modo riattivo lo stupore.