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Bad Religion: «Il punk non è nichilismo, è critica costruttiva»

Paleontologo e musicista, Greg Graffin racconta la filosofia della band che compie 40 anni e li festeggia col libro 'Do What You Want: la storia dei Bad Religion'. Chi non lo vorrebbe un prof così?

'Do What You Want: la storia dei Bad Religion' uscirà il 27 novembre

Foto: Steve Albanese

Ha un tono di voce calmo, scandisce ogni parola parlando lentamente. Come un docente che cerca di fissare un concetto importante nelle menti dei suoi alunni. E in effetti è normale che sia così, visto che dall’altra parte dell’oceano, in collegamento Zoom, c’è il professor Greg Graffin della Cornell University. No, non mi sono iscritto all’università della terza età statunitense, né seguo un corso in didattica a distanza. Questa è una conversazione organizzata con Graffin in veste di frontman dei veterani Bad Religion: una band che da oltre 40 anni pubblica album, suona in tutto il mondo e ha in qualche modo forgiato un sound personale che ha fatto scuola unendo punk, hardcore e melodie a presa rapida (a cui si aggiungono testi intelligenti, spesso complessi).

In estate è anche uscito un libro che racconta tutta la storia dei Bad Religion: Do What You Want, scritto da Jim Ruland con l’aiuto della band, tradotto in italiano dall’editore Sabir e in arrivo a fine novembre 2020. È proprio questo il pretesto della chiacchierata con Greg che, nonostante l’aura professorale, parla volentieri di tutto concedendosi lunghe parentesi per approfondire e spiegare il suo pensiero.

È curioso che un uomo di scienza, un docente universitario, sia anche un punk rocker con oltre quattro decenni di militanza attiva, eppure Graffin vive con disinvoltura questa sorta di doppia natura. «Credo che il primo ricordo legato al punk che ho sia un programma tv che ne parlava. Era un fenomeno nuovo che arrivava dall’Inghilterra, dove c’era questa scena mai vista, folle. I canali dedicati alle notizie iniziarono a parlarne, negli Stati Uniti, e io vidi un servizio. Credo di avere avuto circa 11 anni ed ero coi miei genitori: mio papà, che allora era un professore, pensava fosse molto cool questa scena punk. Lui era un tipo curioso e amava la pop art, Andy Warhol e fenomeni simili, per cui anche il look dei punk gli sembrava piuttosto interessante. Ma io non avrei mai pensato, in quel momento, che nel giro di 3-4 anni mi sarei ritrovato in una punk band. Non credo di potermi spingere a dire che quel programma tv sia stato un’influenza diretta per me – visto che ho poi impiegato un po’ ad avvicinarmi al punk rock – ma qualche ruolo deve averlo avuto».

Il punk si è fatto strada fra le passioni del giovane Greg che, però, non ha mai messo da parte il suo interesse per la scienza e, in particolare, l’argomento dell’evoluzione. Tanto che nel libro dedicato ai Bad Religion a un certo punto si legge che mentre i suoi amici accumulavano dischi, lui in casa aveva una gran collezione di sassi. Glielo dico, Greg ridacchia: «Ho iniziato molto presto, da ragazzino, a leggere libri sull’argomento dell’evoluzione in particolare degli esseri umani e dei mammiferi. Avevo l’idea di diventare un paleontologo ed ero molto motivato; per studiare quegli argomenti però era necessario raccogliere rocce e fossili da esaminare… quindi sì, è vero! Ma non collezionavo solo sassi: avevo anche molti dischi».

Jay, Pete e Brett alla Stazione Centrale di Milano nel 1989. Foto: Walter St. Clair

Mi viene in mente che forse poteva essere percepito come un nerd studioso, uno che col punk c’entrava poco e magari veniva anche un po’ sfottuto. Lui smentisce la mia teoria: «No, nessuno mi ha mai dato fastidio per questo. Semmai ho dovuto combattere con la mia sensazione di essere sempre un outsider: mi sembrava di non essere pienamente accettato come musicista perché ero anche uno studioso, ma non mi sentivo accettato neppure come scienziato perché ero anche un musicista. In entrambi i casi era come se si mettesse in discussione la mia serietà in ciò che facevo». Una sfida continua, dunque, che per lui è stata uno stimolo a dare il meglio di sé in entrambi i campi: «Temendo che le persone non mi prendessero sul serio ho sempre cercato di alzare il livello dell’asticella: solo così potevo cancellare le possibilità di criticare il mio operato, tanto nella musica quanto in campo accademico».

Un atteggiamento molto determinato e positivo. Del resto, non poteva essere diversamente – per Graffin il punk è esso stesso una forza positiva, tanto che in un vecchio saggio intitolato Punk Manifesto ha scritto: «I punk non sono animali. Il punk è il riflesso di ciò che significa essere umani». Un concetto interessante, ma se vogliamo almeno parzialmente in conflitto con certe frange estreme del punk, quelle basate sull’attitudine “destroy” e “fuck everything”. «Come ben sai, non ho mai abbracciato il nichilismo», mi spiega Greg. «Di sicuro è una delle tante espressioni del punk e dell’attitudine con cui alcuni punk vivono conducono le loro vite. Personalmente non l’ho mai capita, come filosofia di vita – probabilmente perché, come accade anche per altri tipi di costruzioni filosofiche, è difficile da afferrare. Di sicuro non è mai stata nelle mie corde, ma intuisco come possa essere affascinante e attirare alcune persone. Quello che penso è che, portando alle estreme conseguenze il nichilismo, si arriva a considerare la soluzione del suicidio, che non porta nulla di buono alla società. Mentre ciò che ho sempre cercato di promuovere, come messaggio, è il miglioramento del mondo. Come band crediamo da sempre in una forma di critica costruttiva, mentre il nichilismo è una forma distruttiva. Non posso criticare chi abbraccia quel tipo di filosofia: diciamo che non fa per me».

Decisamente una posizione moderata, che emerge ancora di più quando gli chiedo cosa pensi del momento in cui stiamo vivendo, a livello socio-politico e con questa pandemia da affrontare. «Adesso la percezione generale è che ci sia una grande polarità, che il pensiero conservatore sia in contraddizione con quello liberal. Ma non c’è una distanza così forte in realtà, non più di quanta ce ne sia stata in altri periodi del passato: stiamo semplicemente vivendo una delle tante fasi da cui ciò che emergerà sarà un mix delle due visioni. Penso che abbiamo imparato dagli errori del passato e che gli estremismi non porteranno di sicuro a una nuova fase di scontro o violenza. Aggiungo anche che in questo momento storico siamo di fronte a uno scenario molto interessante a livello evoluzionistico. La chiave dell’evoluzione ora non è nel modo di pensare, nell’economia, nel sistema politico o nella società, ma piuttosto nel micro ecosistema e nella biologia della pandemia che stiamo vivendo. Quindi i cambiamenti a cui ci stiamo adattando, come specie, sono legati all’infezione da coronavirus – che è solo uno di moltissimi altri virus esistenti, a ognuno dei quali in un modo o nell’altro ci stiamo abituando. Ora l’attenzione è tutta focalizzata sul coronavirus e per frenarlo si è scelto di limitare le interazioni. Ma l’infezione si propaga comunque e come risultato porterà un’evoluzione, perché la mortalità del virus interferisce con la possibilità – per alcune frange della prossima generazione – di procreare. E questo è esattamente ciò che l’evoluzione è».

Visto che stiamo virando verso territori scientifici, non posso perdere l’occasione di buttarla in caciara. Come potrei esimermi, dunque, dal porre al mio accademico interlocutore la tipica domanda – un po’ oziosa, ok, ma curiosa – ossia se il punk rock sia un fenomeno nato nel Regno Unito o negli Stati Uniti. «Non ho una teoria solida su questo argomento. Ciò che credo, però, è che il punk sia il prodotto di un sentire comune. C’erano dei movimenti controculturali molto attivi in luoghi diversi… New York, Londra, Detroit, probabilmente anche a Berlino e in altre città europee… in quel momento si sperimentava molto in diversi campi: cinema, musica, arte e performance. Di sicuro all’Inghilterra va il merito per ciò che i Sex Pistols hanno scatenato, in un certo senso hanno preso tutto ciò che c’era in giro a livello di controculture e gli hanno dato una forma, creando l’immagine definitiva del punk. Al contempo credo, però, che il sound del punk possa essere un prodotto di New York e di Detroit. Se metti insieme tutti questi elementi, probabilmente si ottiene una storia credibile della nascita del punk». Un quadro molto stringato che a molti puristi farà accapponare la pelle («E il garage punk? E il beat? E i gruppi misconosciuti del Texas? E la scena del paese del cugino di mia mamma?») che comunque ha i suoi buoni margini di messa a fuoco.

In tutto questo mi sovviene il momento in cui i Bad Religion sembrarono volersi allontanare dal punk e dall’hardcore melodico, pubblicando il disco che quasi li rovinò: Into the Unknown (del 1983). Un album pieno di tastiere e con ambizioni più elevate, accolto però malissimo, tanto da essere diventato ormai una rarità (molte copie vennero distrutte, viste le reazioni dei fan) e che riascoltato col senno di poi è invece intrigante. Perché non è più disponibile, se non spendendo bei soldoni o tramite canali poco ortodossi? «Sono contento che ti piaccia» mi dice ridendo Greg «e penso sia un disco creativo, lo trovo molto divertente da ascoltare. Il problema era che tutti si aspettavano un album punk hardcore in quel momento: le aspettative erano che suonasse come il nostro primo LP, ma in realtà ci eravamo allontanati drasticamente da quelle sonorità. Ma ora, a tanti anni di distanza è sicuramente un ascolto stimolante e con buone canzoni. Se devo definirlo, direi che è stato un tentativo non ancora maturo di fare un album più sofisticato rispetto al nostro esordio. Per quanto concerne il discorso di renderlo nuovamente disponibile, in realtà tutto dipende dalla nostra etichetta discografica. Per quanto mi riguarda, io sarei molto felice di vederlo ristampato, però il nocciolo è se la Epitaph deciderà che farne una riedizione sia una buona mossa commerciale o meno. Diciamo che bisogna capire se i nostri fan vogliono davvero ascoltarlo o meno!». Si fa una bella risata, serena.

Facciamo due chiacchiere ancora, ricordando il loro concerto a Pisa nel 1989 («Arrivammo in treno e non sapevamo neppure dove fosse il posto dove dovevamo suonare») e scherzando sui testi dei Bad Religion, lunghi e complessi («Non so come faccio a ricordarli tutti, è una specie di meccanismo automatico: mi basta sentire i primi accordi e parto»). E alla fine il pensiero che resta a rimbombare in testa è: un professore così lo meriteremmo tutti, almeno una volta nella vita.

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