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Assalti Frontali, il rap politico resiste resiste resiste

Fuori dalle logiche del rap contemporaneo, il gruppo romano è tornato con 'Courage', «un documento storico su come ne siamo usciti male». Perché «l’arte e il rap sono le nostre armi». Anche educative

Assalti Frontali

Foto: Daria Addabbo

È dal 1990, anno di Batti il tuo tempo, che Militant A rappa la sua in giro per le città d’Italia. Allora faceva parte del collettivo Onda Rossa Posse, quel titolo era un invito a non abbandonare la militanza politica, il suo pseudonimo un manifesto in un’epoca in cui, dopo il disimpegno degli anni ’80, erano ancora in tanti a credere che un altro mondo fosse possibile.

“Batti il tuo tempo per fottere il potere!”, recitava il testo di quel pezzo rap diventato inno di un movimento generazionale che si muoveva tra università occupate, squat, centri sociali e spazi autogestiti dove la cultura underground non era materia per speculazioni da salotto, ma spirito di rivolta da portare per le strade, nelle piazze, ovunque si volesse alzare la voce contro ingiustizie e discriminazioni. Più di 30 anni dopo Luca Mascini, questo il vero nome di Militant A, è ancora lo stesso, anche se già dal 1991-92 l’esperienza Onda Rossa Posse si era dissolta dando vita a due gruppi, da un lato gli AK47, dall’altro gli Assalti Frontali, ed è sotto quest’ultimo nome che lui ha continuato a fare dischi affiancato da Pol G alla voce e Bonnot alle basi.

1990-2020 è la raccolta con cui due anni fa gli Assalti Frontali hanno celebrato i 30 anni di attività, l’ultimo disco di inediti, Mille gruppi avanzano, risaliva al 2016 e da allora la band romana aveva pubblicato solo singoli sparsi. Ma adesso si ricomincia con un nuovo capitolo, Courage: 13 brani di denuncia sociale per un concept album fuori dal tempo, se si guarda al mercato discografico, ai trend e a ciò che “funziona”, ma che mostra quanto gli Assalti – per tutta l’estate in tour – non abbiano alcuna intenzione di smettere di battere il loro, di tempo, per dire tutto ciò che non gli va in un periodo storico in cui, osserva Mascini, «anche prendere parola è un atto di coraggio».

In questo lavoro affrontate tutta una serie di temi su cui negli ultimi anni l’opinione pubblica si è polarizzata. Prima di approfondire ti chiederei: chi ve lo fa fare?
Intanto l’arte è una delle forme di liberazione che gli esseri umani hanno a disposizione, noi semplicemente in questo momento abbiamo deciso di usarla per liberarci, per dire delle cose per noi importanti. Questo anche nella convinzione che non c’è cultura senza emozione e che la musica sia da questo punto di vista il linguaggio più potente per fare cultura con le emozioni. Personalmente credo molto in questo binomio: se ho intrapreso il percorso che mi ha portato a fondare prima Onda Rossa Posse e poi gli Assalti Frontali è perché sono figlio del contesto sociale in cui sono cresciuto negli anni ’70, della mia famiglia, delle scuole che ho frequentato, ma anche perché sono stato segnato da tutto ciò che ho provato leggendo libri e ascoltando musica di un certo tipo. Ora che la musica la faccio io, è come se con questa musica volessi dare ad altri ciò che è stato dato a me in passato. È sempre stato questo desiderio a guidarmi e non è sopito, anzi, il desiderio nasce sempre da una mancanza e a me e alla band in questo periodo mancavano queste canzoni, volevamo scriverle. Per raccontare come abbiamo vissuto questi due anni di pandemia e di lacerazione che si è creata nella società, per lasciare un documento storico su come ne siamo usciti male, tutti in guerra l’uno contro l’altro e con una guerra vera in corso che chissà quando finirà.

Quindi che cos’è per voi il coraggio, il Courage?
Abbiamo usato il francese perché mia madre era francese. Purtroppo è morta l’anno scorso, come dico nella title track che apre il disco e nella traccia di chiusura, che si intitola Brest, perché lei era originaria di questa cittadina francese. Detto questo, l’album parla del coraggio di affrontare le difficoltà della vita anche mettendosi contro il sentire comune, e di essere liberi, di dire e fare ciò che si vuole nonostante – hai ragione – venga da chiedersi: ma chi ce lo fa fare? Però a un certo punto è come se ti sentissi una mano sulla spalla e una voce che ti dice: dai, forza, coraggio, non sentirti solo. Ed è importante, perché tante volte ti senti solo, la dimensione collettiva è fragile; ci sono tantissime persone che la pensano allo stesso modo su tanti argomenti, ma alla fine ci sentiamo tutti soli.

Così ti sei riletto per tre volte l’incipit di Moby Dick, citando la title track: perché proprio quel libro?
Perché è fantastico, perché il protagonista racconta il motivo per cui si imbarca e va a cercare le balene, e quando mi sono messo a scrivere questi nuovi brani stavo vivendo un momento simile, di solitudine, ma sentivo il bisogno di dare il via a un nuovo viaggio.

Che si è tradotto in un disco in cui effettivamente torna spesso il sentimento della solitudine, un senso di emarginazione, se non di accerchiamento. “Vorrei lottare, sì, ma con chi lotto?”, dite in Perdere la testa. Non che abbiate mai espresso un pensiero maggioritario, arrivate dal mondo dell’antagonismo, eppure in questi 30 anni di Assalti Frontali anche lì qualcosa è cambiato. Secondo te cos’è successo?
È quasi scomparsa l’idea che la coscienza collettiva possa cambiare le cose. L’idea che insieme si possa riuscire a trasformare in meglio la società, a creare più giustizia. E questo si riflette nella musica: negli anni ’90 c’era un sacco di musica che esprimeva il sogno di un altro mondo possibile, adesso quel sogno è venuto meno, per disillusione, perché tante promesse sono state tradite e così anche i meno allineati si sono convinti che tanto è tutto inutile. In poche parole ci si è ripiegati nell’individualismo. Poi c’è tutto un discorso legato a un linguaggio di lotta politica che si è inevitabilmente logorato, per cui mancano le parole e servirebbe uno sforzo per trovarne di nuove, che siano vive, intelligenti. Perché comunque ce n’è bisogno: c’è bisogno di coscienza collettiva, c’è bisogno di spirito critico.

Non credi che la violenza perpetrata ai danni dei manifestanti a Genova 2001 – ed erano manifestanti di varia estrazione, ricordiamolo, si andava dalla sinistra radicale all’associazionismo cattolico – sia stata uno spartiacque? In fondo è come se si fosse trasmesso il messaggio che o fai il bravo e non alzi la voce contro lo status quo oppure te la facciamo vedere.
Sì, questo è vero, lì c’è stata una violenza enorme. Però nei due anni successivi c’era stata una reazione forte, con i social forum, le manifestazioni pacifiste del 2003…

Forse furono l’ultimo colpo di coda.
Eh, sì, sicuramente dopo c’è stato un distacco quasi assoluto dall’impegno politico. Se ci pensi, adesso ormai alle elezioni votano sempre meno persone, meno del 40%, quindi gli altri che fanno, dove sono, cosa pensano? Ecco, io lì vedo grosse praterie, grosse possibilità, vedo uno spazio dove far arrivare la nostra voce, ciò che diciamo nei nostri pezzi. Come dall’altra parte vedo una classe dirigente che sembra invincibile, ma che in realtà ha paura di questo, perché consapevole di detenere un potere basato su un consenso minimo. Tant’è che non si può più dire niente: con la pandemia non si poteva provare a riflettere sulle misure decise dal governo che in un attimo diventavi l’untore, adesso con la guerra in Ucraina non puoi dire che sei contro l’invio di armi che subito diventi filo-putiniano. Ma questo è segno che la classe dirigente teme di perdere quel poco di consenso di cui gode e che si riaccenda una scintilla. E in tutto ciò l’arte e il rap sono le nostre armi.

Negli ultimi anni, però, tanti giovani sono confluiti nei movimenti ambientalisti come Fridays for Future, né si possono dimenticare le proteste degli studenti, le piazze piene per i diritti LGBTQ+, le 630 mila di firme raccolte per il referendum sulla legalizzazione della cannabis.
Vero e quelle sono speranze che si accendono, perché si pensa spesso che le nuove generazioni siano superficiali, mentre poi molti ragazzi ti stupiscono, tirano fuori delle consapevolezze che non ti aspetti e che sono oro. Del resto, nell’album parliamo anche di temi cari anche ai più giovani, basti pensare alla canzone Difendi l’albero, che è un inno ambientalista il cui testo è nato durante un laboratorio rap con i bambini della scuola elementare Simonetta Salacone al Casilino di Roma, e a Boss del G, pezzo contro il proibizionismo scritto sulla scia di quanto successo a Pol G nel 2020. Poi, certo, il nostro è un linguaggio frutto di un lungo percorso, non so quanto un pischello di oggi possa sentirlo suo. Però io credo in una scrittura su tre livelli, per cui nelle canzoni parlo di me e di ciò che sono nella maniera più autentica possibile, parlo di me nell’ambiente in cui vivo e al tempo stesso lancio un messaggio al mondo, e quando fai questo qualcuno può sempre identificarsi, indipendentemente dall’età.

Penso anche a Strade perse, canzone sui ragazzi dell’estrema periferia romana con cui entro in contatto quando faccio i laboratori rap nelle scuole: nella prima strofa sono alle medie e vogliono sentirsi degli dei sui motorini e avere gli abiti di marca, ma nella seconda sono alle superiori e si rendono conto che se questa società non ci dà niente, possiamo prenderci cura noi di noi stessi e di ciò a cui teniamo. Perché sì, è vero che il rap è cambiato, ma ai nostri concerti ci sono un sacco di studenti, di giovani, che magari vedono negli Assalti Frontali qualcosa che altrove non trovano.

Alla vicenda che ha visto coinvolto Pol G, che nell’ottobre 2020 è stato condannato a pagare una multa di 20 mila euro e all’obbligo di firma quotidiano perché gli sono stati trovati in casa sei chili di marijuana, avete dedicato Boss del G. All’epoca dell’accaduto lui su Instagram scrisse: «Gli Assalti nulla c’entrano in questa storia che riguarda esclusivamente la mia personale difficile sopravvivenza negli ultimi mesi. Quando si sta con l’acqua alla gola si prendono rischi e decisioni dei quali mi assumo la esclusiva responsabilità». E voi gli avete espresso la vostra solidarietà. Che cosa ti va di aggiungere?
Lì ciò che ci ha fatto male è stato vedere Pol G sbattuto in prima pagina sui giornali come fosse il capo dei gangster, con una rilevanza data agli Assalti Frontali, la band, che magari ce l’avessero data così, in tutti questi anni. E ci ha fatto male anche perché da tempo lavoriamo come “arteducatori” nelle scuole. Dopodiché abbiamo ricevuto messaggi in cui ci veniva detto che nessuno può mettere in discussione quello che facciamo con i ragazzi, perché poi le persone sono più intelligenti di quanto si voglia far credere, non è che abboccano a tutto quello che gli viene raccontato dai media. Oltre a questo c’è stato tutto quel parlare di droga, della Droga, in riferimento alla marijuana, che ci ha fatto capire che rispetto alla distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti c’è un’ipocrisia incredibile che annebbia tutta una cultura antiproibizionista che ha radici lontane e che gli appassionati di musica conoscono bene, per questo nella canzone cito Peter Tosh e Bob Marley. Ed è importante parlarne, visto che un referendum sul tema è stato scippato a tanta gente che lo avrebbe voluto.

Poi c’è la questione guerra in Ucraina, l’argomento più delicato che trattate nel disco, visto che la vostra posizione è quella di pacifisti senza e senza ma. “Se proprio il sangue vi serve a ogni costo, signori al Parlamento andate a dare il vostro”, dite in La morale. E ancora: “A me non piace la Nato da quand’ero bambino, amo il popolo russo e anche quello ucraino, e curdo, afgano e palestinese, non sparo a nessuno in nome del mio Paese”.
Sai, questa è la nostra storia, di canzoni contro la guerra ne abbiamo già fatte diverse, da Baghdad 1.9.9.1 ad A 30 miglia di mare a Bella da morire. La morale, questa qui, mi è proprio uscita dal cuore, avevo bisogno di sfogarmi e sì, è una presa di posizione forte rispetto sia alla guerra, sia al modo secondo noi immorale in cui l’Italia vuole partecipare a questa guerra, presentandosi come il garante della democrazia quando tutte le altre guerre non le sono mai interessate. Che poi non è che voglio entrare nel dettaglio di questo conflitto nello specifico, il punto è che per noi bisogna tenere alta l’idea che ci può essere un altro modo di gestire i rapporti tra Stati che non siano le armi, bisogna tenere acceso un immaginario alternativo, dobbiamo far crescere nuovi disertori e una ribellione a una guerra che sembra un incubo; voglio dire, si è ricominciato a parlare di bomba atomica. Di fronte a questo non si può starsene con le spalle al muro pensando che non c’è altra possibilità. No, c’è altro da fare per i nostri fratelli, che sono sia i russi, sia gli ucraini, come tutti i popoli del mondo. Ma non avevamo bisogno di soldi per la sanità, per l’istruzione? Invece siamo ancora là ad aumentare la spesa militare, incredibile.

Nei giorni scorsi Pierpaolo Capovilla ha accusato i Måneskin di conformismo per aver detto, durante il concerto al Circo Massimo del 9 luglio, «e anche se a qualcuno dà fastidio, continuiamo ad urlarlo: fuck Putin». Tu che ne pensi?
Mi sembra una frase monca, quella dei Måneskin, mancano fuck Biden, fuck Draghi, fuck Nato. Non dico che bisogna aspettarsi cose da “fuori di testa”, ma almeno che ci si rilegga Piero Calamandrei, che diceva che la colpa non è solo di chi annuncia la guerra, ma anche di chi, quando sente l’annuncio, non compie un atto per impedire che quell’annuncio si avveri. In ogni caso questo è il nostro pensiero da sempre e in questo periodo va così, ci vuole coraggio per dirlo chiaro e forte. È anche vero, però, che il 6 luglio abbiamo presentato in anteprima Courage al bagno Peter Pan di Marina di Ravenna e proprio per La morale ci siamo beccati tre minuti di applausi.

Courage è un album così denso di contenuti che potremmo andare avanti per ore. C’è anche una traccia, Il mio nome è Lala, che avete scritto per la colonna sonora di Lala di Ludovica Fales, film che sarà nelle sale da fine estate. Però andrei oltre per chiederti delle basi, mix di hip hop old style, inserti jazzati, ritornelli melodici…
Sì, tra l’altro in La morale la batteria è quella di Funky Drummer di James Brown, in pratica la batteria dell’hip hop anni ’80 in versione 2022, questo perché volevamo ricercare lo spirito dell’hip hop delle origini. Così come in Boss del G c’è un campionamento dei Nucleus, gruppo di primi anni ’80, un po’ electro, per me fondamentale. Più in generale questo è un disco frutto di alcuni cambiamenti, nel senso che Bonnot (produttore storico degli Assalti, nda) dopo la pandemia ha venduto tutto, diciamo così, e si è trasferito alle Canarie, per cui a parte la title track Courage, che ha prodotto lui, il resto del disco lo ha prodotto Luca D’Aversa, che fondamentalmente è un cantautore.

Com’è nata questa collaborazione?
Ero andato nel suo studio a Roma un paio di anni fa per produrre una canzone, Compagno Orso, per una compilation per Lorenzo Orsetti (anarchico e antifascista morto in Siria il 18 marzo 2019, dopo essersi arruolato volontario nella Brigata Internazionale di Liberazione nell’Unità di protezione popolare dei curdi, nda). E da lì ci siamo presi un sacco, oltretutto ha lo studio praticamente sotto casa mia, per cui era comodo, tra gennaio e giugno di quest’anno abbiamo lavorato a una base dietro l’altra. Lui ci metteva le sue cose melodiche, aveva in testa questi ritornelli un po’ cantati, poi si sono uniti Daniele Tittarelli al sax e Pietro Lussu al pianoforte, grandissimi jazzisti a cui avevo mandato i provini e che poi sono venuti in studio per fare delle session libere che poi abbiamo ripreso e ricampionato e ora… In realtà solo adesso che esce l’album sentiranno quello che abbiamo combinato (ride). Bonnot nel frattempo ci dava pareri da lontano, Gianni Condina ha fatto il mix, c’è un featuring con Er Tempesta… Insomma, abbiamo messo su un bel team.

C’è anche il Piccolo Coro dell’Antoniano in Gol gol rap. Perché ormai, come accennavi prima, sei anche un “arteducatore”, cosa che racconti nel brano omonimo. Te lo saresti mai aspettato di diventare una figura di riferimento nelle scuole?
No, ma quando sono diventato papà ho deciso di portare mia figlia nella scuola Iqbal Masih, al Casilino, diretta da Simonetta Salacone, scomparsa nel gennaio 2017. Fu lei la prima a propormi di portare il rap nelle scuole. Inizialmente ero perplesso, perché, pur avendo avuto una madre professoressa di matematica in un liceo a Pietralata ed essendo cresciuto a scuola con lei, che coinvolgeva così tanto i ragazzi che al suo funerale era pieno di suoi alunni, io comunque da ragazzo avevo elaborato l’idea che la scuola restava un’istituzione e io volevo stare fuori dalle istituzioni. Ma Simonetta, alla quale non a caso ho dedicato una canzone, mi ha fatto capire che è possibile portare la rivoluzione dentro all’istituzione. E questo mi ha segnato. Così ho cominciato prima a rappare nei corridoi, poi a fare laboratori rap, finché la cosa è esplosa, visto che oggi ci sono un sacco di ragazzi che amano questa musica. Per cui ora lavoro con più scuole.

Obiettivo?
Usare il rap come strumento culturale per avvicinare i ragazzi all’arte, alla bellezza, per suscitare in loro delle emozioni e aiutarli a tirare fuori ciò che hanno dentro. Perché se i giovanissimi non trovano il modo per liberarsi, per sfogarsi, poi è ovvio che possono diventare degli elementi esplosivi dentro la società. E proprio quei bambini, quei ragazzi, mi stanno insegnando la leggerezza, ma anche la speranza, il coraggio. Il coraggio di non smettere mai di credere che nonostante le disillusioni, i fallimenti, puoi continuare a fare ciò che vuoi.

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