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Asian Dub Foundation: «Macché blackface, il razzismo è diseguaglianza economica»

Nel nuovo ‘Access Denied’ gli inglesi sono più agguerriti che mai. «Ci siamo desensibilizzati alla sofferenza altrui», dicono. Per raccontarlo, ora usano anche la trap. «Dà la stessa botta della dubstep»

Asian Dub Foundation

Foto: Umberto Lopez

“Sono in prima linea”, rappano gli Asian Dub Foundation in Frontline, uno dei pezzi più inequivocabilmente barricaderi del nuovo album Access Denied. Nessuna sorpresa: loro in prima linea ci stanno da quasi trent’anni, e non perdono tempo con le metafore. Correndo a volte il rischio di essere un tantino didascalici, ma d’altra parte questi non sono tempi in cui ci si può permettere troppi giri di parole.

«Lo vedi questo?», chiede Steven Savale alias Chandrasonic, chitarrista del gruppo, mostrando all’inizio della conversazione via Zoom la copertina dell’album. «È il passaporto europeo, quello che noi britannici non potremo più usare». I volti degli ADF rappresentano quelli di milioni di persone sui quali, da una parte o dall’altra, viene stampato il verdetto: “accesso negato”. Brexit, muri e confini col filo spinato, razzismo, emergenza climatica, rigurgiti fascisti, il neo capitalismo che si mangia qualunque idea di futuro: in Access Denied non manca nessuno dei temi caldi odierni. Tranne, ovviamente, uno. «L’album era pronto all’inizio dell’anno e doveva uscire in primavera, poi il Covid ha complicato tutto. Avremmo anche dovuto partecipare al Film Festival di Bergamo con la nostra sonorizzazione di THX1138 di George Lucas, ma il giorno prima è stato dichiarato il lockdown».

La copertina di ‘Access Denied’

La pandemia non appare nei testi dei brani, ma è come se in qualche modo se ne presagisse l’arrivo. «In un pezzo (sempre Frontline, nda) c’è questo verso: “Desensibilizzato alle notizie di guerra / Sembra non ti interessino più / Sei troppo occupato a sbarcare il lunario / Chi se ne frega dei morti e del sangue”. Se ci pensi, gli effetti sulla psiche collettiva sono stati gli stessi di quando un Paese è in guerra. Il principale, e peggiore, è che c’è una de-sensibilizzazione nei confronti della morte, della malattia, della sofferenza degli altri. L’importante è che non tocchi a me, l’importante è che riesca a pagare l’affitto questo mese. Anche questo è un risultato perverso del neo liberismo imperante. Quanto al futuro post Covid, anche solo riguardo al mondo musicale, penso sia impossibile fare previsioni. L’ironia è che per noi britannici alla fine cambia poco, visto che già bastava la Brexit a rendere difficile e in diversi casi impossibile andare in tour. Credo che un modo per affrontare la situazione si troverà, anche se sarà un processo lungo e complicato».

La fortezza Europa di cui gli Asian Dub Foundaton parlavano più di quindici anni fa è dunque destinata a alzare sempre più i ponti levatoi? «È una fortezza che scricchiola. Certo, la tendenza è quella di ritrarsi dietro ai propri confini, escludendo tutto ciò che è altro. Del resto questa Unione Europea, al di là della libertà di circolazione che ne rappresentava forse l’unico ideale davvero positivo, è un puro costrutto neo liberale, anti lavoratori e pro capitalismo finanziario. La piattaforma perfetta sulla quale si appoggia l’estrema destra che dà la colpa di tutto ai migranti e agli stranieri in generale».

La vocazione “internazionalista”, sempre che il termine non suoni troppo novecentesco, degli ADF si rispecchia non solo nelle parole, ma anche nella musica. Come e forse più del solito, un soundclash (parole di Chandrasonic) di influenze trans-nazionali e trans-generazionali. Ci sono influssi arabi, medio-orientali e sudamericani (tra gli ospiti compaiono il collettivo palestinese 47Soul e la cantante e rapper franco-cilena Ana Tijoux), così come dub, hip hop, drum’n’bass, rock, reggae si incrociano in più occasioni con la trap. «L’album si è sviluppato come una jam, non c’era un progetto predefinito. Ci siamo quindi permessi di mescolare tutto quello che ci piace e che ascoltiamo. Nella canzone che dà il titolo al disco ci sono un sacco di chitarre acustiche, Lost in the Shadows è funk psichedelico e astratto, in altri brani è evidente l’influsso della trap. Quello che mi piace di quest’ultima è che mi dà con i suoi ritmi la stessa botta allo stomaco che mi dava la dubstep. Non voglio fare finta di conoscere alla perfezione la scena trap, d’altra parte ho 50 anni, ma come idea di suono viscerale la adoro e volevamo provare a incorporarla in quello che facciamo».

Foto: Umberto Lopez

Un linguaggio musicale che ha attraversato diverse mutazioni da quando gli ADF avevano esordito è l’hip hop. «Sì, ma non sono d’accordo con chi dice che è diventato il nuovo mainstream e abbia perso radicalità. Ci sono cose che non mi piacciono, ma poi c’è anche gente come Kendrick Lamar che ha fatto alcuni dei dischi più apertamente politici dell’ultimo decennio. Oggi l’hip hop è semplicemente la lingua franca, quello che era decenni fa il rock’n’roll».

Per finire, sempre a proposito di cambiamenti, come vedete da “vecchi” artisti on the frontline i nuovi movimenti e le loro pratiche di lotta? «Ne sono felice, mi danno speranza. Che siano i giovani di Fridays for Future (nell’album è campionata la voce di Greta Thunberg, nda) o le dimostrazioni di Black Lives Matter. Era dal ’68 che forse non si vedeva così tanto fermento. Negli anni ’90 era tutto bloccato, non c’erano movimenti politici radicali e in UK la società era sdraiata sul conformismo centrista blairiano. C’è un problema, però. È quello di vedere fagocitate queste proteste dall’élite della cosiddetta sinistra liberale e dalle corporation. Prendi Black Lives Matter. Fantastico vedere la gente tirare giù statue di schiavisti. Poi però arriva qualche tv o piattaforma streaming a farsi bella annunciando che non trasmetterà più una qualche trasmissione tv degli anni ’70 perché inappropriata. Come se a chi scende in piazza per il diritto dei neri o di altre minoranze di non essere ammazzati a vista dalla polizia fregasse qualcosa di queste idiozie, con in più la destra razzista che ne approfitta e può gridare alla censura. Il vero razzismo ha che fare con le diseguaglianze economiche, con l’indebitamento, con il lavoro che non c’è, con i salari di merda, con i quartieri ghetto e la gentrificazione. Con l’economia, insomma. Non con qualcuno che faceva la blackface in un cazzo di programma del 1972».

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