Arto Lindsay attraversa da cinquant’anni mondi musicali diversi senza appartenere del tutto a nessuno. Nato in Virginia nel 1953 e cresciuto in Brasile, alla fine degli anni ’70 è entrato nella scena no wave di New York, dove il rock veniva smontato e ricostruito senza troppi riguardi. Con i DNA ha partecipato a quella stagione radicale, prima di passare agli Ambitious Lovers, ai dischi solisti e alle collaborazioni con artisti come Brian Eno, David Byrne e Ryuichi Sakamoto.
Il Brasile, dove è tornato a vivere dopo anni a New York, resta fondamentale nella sua musica, sospesa tra avanguardia, pop e sperimentazione. Sabato 31 ottobre al Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia presenta The Ghost of Unity, uno spettacolo che unisce canzoni, improvvisazione ed elettronica, con l’Icarus Ensemble e il Coro Interculturale di Reggio Emilia diretti da Gaetano Nenna. «È una sorta di espansione di uno spettacolo che ho fatto molte volte con Melvin Gibbs e Stefan Brunner», racconta.
Cosa dobbiamo aspettarci da The Ghost of Unity?
Utilizziamo un sistema di altoparlanti che ci permette di spostare il suono nella sala. Partiamo dai miei dischi e da altre canzoni americane o brasiliane per fare un’improvvisazione basata sulla forma-canzone, proponendo ogni volta versioni diverse.
Che ruolo ha il pubblico?
Penso che le persone costruiscano lo spettacolo insieme a noi. La nostra forma è così libera che sentiamo molto il pubblico. Il rapporto tra musicisti e spettatori è forte, ma anche misterioso. Non è facile descriverlo.
Il titolo richiama un’idea di unità che oggi sembra sempre più difficile da raggiungere.
Ho preso la frase da una canzone di Leonard Cohen, Paper Thin Hotel, che parla di due persone che fanno sesso nella stanza accanto, di cui si sentono i rumori. Cohen descrive quel suono come il “grunt of unity”, il grugnito dell’unità. Mi è sembrato interessante, anche perché grunt è una parola insolita per lui. Poi sono passato da grunt a ghost, attraverso il suono, spostandomi da una parola all’altra. Il titolo suggerisce un momento politico, ma anche una relazione tra due o più persone.
Che idea di unità porti sul palco?
Ci sono molte idee che porto: l’unità tra le persone, il bisogno di unirsi per cambiare le cose, ma anche l’impossibilità di raggiungere una vera unità. Da qui il fantasma, che rappresenta qualcosa che desideriamo. Quello dello show è un titolo aperto per me, più simile a una porta o a una finestra che a un passaporto o a un documento.
Hai collaborato con Brian Eno, David Byrne e Ryuichi Sakamoto. Lavorare con loro ha cambiato il tuo modo di fare musica?
Penso di essere stato io a cambiare loro! No, scherzo. Certo, lavorare con altre persone cambia il tuo modo di fare musica. Una collaborazione consiste nel fare qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo. Ma oggi dovremmo cambiare il modo in cui descriviamo quello che facciamo: si dice continuamente che gli artisti spingono i limiti della musica o cambiano le cose. Sono definizioni che, quando si parla d’arte, stanno diventando prive di significato. Una collaborazione è qualcosa di più personale, specifico e concreto.
Hai lavorato con Caetano Veloso e Marisa Monte, due figure importanti della musica brasiliana. Quanto ha contato per te essere cresciuto in Brasile?
Il mio modo di fare e ascoltare musica si è formato da bambino e da adolescente, attraverso quello che mia madre metteva in casa e quello che sentivo in televisione e per strada. Poi sono arrivati Jimi Hendrix, i Beatles e Miles Davis. La musica che ascolti mentre stai formando la tua personalità influenza profondamente quello che farai musicalmente, ciò che ascolterai e quello che sarai in grado di cogliere nel mondo.
Vivere tra Stati Uniti e Brasile ha cambiato il tuo modo di guardare all’America?
Assolutamente. Mi era chiaro fin da ragazzo che gli Stati Uniti vendessero un’idea di libertà per agire in modo imperialista e colonialista. È un paradosso: per molti rappresentano la libertà, mentre la loro politica internazionale è estrattivista e coloniale. Nel Novecento sono diventati il Paese più potente del mondo, dominando l’immaginario e l’economia globale.
E cosa pensi del momento attuale?
Gli Stati Uniti sembrano più che mai il cattivo della storia. Io vivo in Brasile, dove sono tornato circa vent’anni fa. La rielezione di Lula è stata importantissima: significa avere, nell’emisfero occidentale, due Paesi e un’isola – Brasile, Messico e Cuba – che non vogliono far parte del sistema americano. La situazione in Brasile resta molto difficile e il Congresso è in maggioranza di destra, ma quello che abbiamo fatto è fondamentale.
Quanto hanno contato i social e la mobilitazione popolare nella rielezione?
È stata una combinazione: da una parte la lotta contro Meta e Mark Zuckerberg per capire come aggirare i controlli e contrastare l’algoritmo; dall’altra milioni di persone in strada. C’erano tantissimi giovani. Negli Stati Uniti, alle manifestazioni a cui ho partecipato, vedevo soprattutto persone anziane, come gli hippie.
Con i DNA e gli Ambitious Lovers hai contribuito a rompere le regole del rock. Oggi cosa significa, secondo te, fare musica innovativa?
Molte persone fanno musica sperimentale interessante, ma non sono sicuro che rompere le regole sia ancora un modello utile per creare qualcosa di nuovo.
C’è qualche artista o scena musicale che trovi particolarmente interessante oggi?
Ascolto tante cose diverse. A volte sono gli artisti commerciali o i professionisti in studio a inventare suoni nuovi, non necessariamente chi si definisce sperimentale. In Brasile, per esempio, le persone usano il ritmo del funk carioca per creare rapidamente parodie e canzoni su politica, sesso e qualsiasi altro argomento. È un modo libero di mescolare stili e sentimenti. La musica può portarti dentro te stesso, ma anche aiutarti a capire i sistemi sociali.
Il tuo ultimo album solista è uscito nel 2022. Stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Sì, ho già un disco pronto e stiamo cercando il modo migliore per pubblicarlo. Sto lavorando anche a progetti molto diversi. Come si dice in portoghese? Me aguarde, cioè aspettatemi. Sto arrivando.














