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Arto Lindsay: «Folgorato da Carmelo Bene, trasformo Dante in musica»

Nell'81 vide la ‘Lectura Dantis’ a Bologna. Ora torna in Italia per rileggere Dante partendo dalla voce del grande attore italiano. «Nell’anno della nuova peste, abbiamo bisogno della Divina Commedia»

Arto Lindsay

Foto: Jorge Bispo

Il 31 luglio 1981 Carmelo Bene metteva in scena a Bologna la sua “Lectura Dantis“, dedicando i versi della Divina Commedia e il suo spettacolo alle vittime della strage di matrice fascista che un anno prima, il 2 agosto ’80, nella stazione ferroviaria della città emiliana, aveva provocato 85 morti e oltre 200 feriti.

Tra il pubblico c’era Arto Lindsay: il chitarrista, compositore e produttore di Richmond, cresciuto in Brasile durante il periodo di massimo splendore del movimento Tropicália, figura di spicco dell’avanguardia americana e tra le menti più vivaci della New York underground di fine anni ’70, si trovava in Italia con i suoi DNA, la band che lo ha reso uno dei principali esponenti della no wave. Tra le altre cose, visto che in carriera il musicista oggi 68enne ha esplorato i territori più disparati, fondando gruppi (oltre ai DNA si ricordino gli Ambitious Lovers), suonando nei Lounge Lizards e nei Golden Palominos con John Zorn e Bill Laswell, collaborando con grandi come Brian Eno, Caetano Veloso, David Byrne, Ryūichi Sakamoto, Laurie Anderson, Tom Waits, pubblicando otto dischi da solista. E, si diceva, in quella notte di fine luglio di 40 anni fa c’era pure lui, a Bologna, al cospetto di Bene.

«Non sapevo chi fosse, fu un amico a portarmi a vederlo», racconta. «Appresi che aveva scelto Dante per interrogare e riaffermare le ragioni dell’umano di fronte all’orrore del terrorismo. Il lutto, lo smarrimento e il conforto divennero una cosa sola. All’epoca non avevo familiarità con l’italiano, che adesso un po’ parlo, eppure rimasi rapito dalla sua voce. Fu il suono ad impossessarsi di me, ad attraversarmi: era musica».

Nasce così questo suo nuovo esperimento. In occasione del quarantennale di quella performance dall’alto della Torre degli Asinelli e per i 700 anni dalla scomparsa di Dante, Lindsay arriva in tour nel nostro Paese con “Lectura Dantis. Voce e vortice”, speciale rilettura della “Lectura Dantis” di Bene che lo vedrà dialogare con la voce potente del compianto attore salentino e le allegorie della Commedia accompagnato da un ensemble composto dal bassista e produttore statunitense Melvin Gibbs, dal violoncellista albanese, pugliese d’adozione, Redi Hasa, già al fianco di Robert Plant e del nostro Ludovico Einaudi, e dalle cantanti Roopa Mahadevan e Rachele Andrioli, la prima newyorkese di origine indiana, tra le maggiori interpreti del millenario canto carnatico, la seconda italiana, legata alla tradizione della tarantella e alla world music in genere. Il tutto il 23 giugno al Ravenna Festival, il 25 a Villa Ada a Roma, il 27 al Castello Sforzesco di Milano per La Milanesiana e il 29 a Fiesole (FI).

«È presto per dire cosa proporremo esattamente, ci stiamo ancora lavorando, ma se dovessi dare una definizione dello spettacolo direi che si tratterà di uno studio musicale incentrato su brani registrati della “Lectura Dantis” di Bene. In alcuni momenti suoneremo tra un frammento e l’altro, in altri useremo i pezzi recitati come materia prima e fonte d’ispirazione per la nostra musica, in altri ancora creeremo un sottofondo per le parole. Sarà una sfida interessante, della Commedia utilizzeremo un paio di passaggi dall’Inferno, uno dal Purgatorio e uno dal Paradiso».

Foto: Jorge Bispo

Il suo ultimo album solista è Cuidado Madame del 2017, elegante miscela di samba, soul, elettronica e noise, arricchita da melodie suadenti e dal suo timbro dolce e carezzevole. Un disco bellissimo e senza tempo, affiorato dalla registrazione di ritmi candomblé a Rio De Janeiro e sviluppato nella Grande Mela, nato, dunque, tra le due città che sono tutt’oggi la sua casa. «Quando è esplosa la pandemia ero a New York, dove sono tornato di recente per vaccinarmi dopo aver trascorso circa un anno in Brasile», spiega il chitarrista e produttore (ruolo, quest’ultimo, che gli è valso un Latin Grammy per Memórias, crônicas e declarações de amor di Marisa Monte). Oltrepassare i confini tra i generi lo appassiona da sempre. Come da sempre lo attraggono la multimedialità e le incursioni in altri campi, si pensi all’incontro con Jean-Michel Basquiat e alla partecipazione al film Downtown 81 sulla vita del pittore e writer di Brooklyn (che gli ha anche dedicato dei ritratti). O ancora, all’apparizione sul set di Cercasi Susan disperatamente accanto a Madonna, alle musiche composte per il teatro, al coinvolgimento nel carnevale brasiliano – per il quale ha creato diverse parate con sound system ad hoc – e in esposizioni internazionali come la Biennale di Venezia e Performa a New York. Questa “Lectura Dantis” non è che l’ennesima prova del suo spirito eclettico, curioso, versatile. «Non sono uno studioso di Dante, né tantomeno un esperto. Negli anni, però, ho letto grosse porzioni della Commedia, il miglior libro scritto dagli uomini, come lo definì Borges. E l’ho fatto proprio attraverso gli occhi di Bene, lasciandomi guidare dalle sue letture e selezioni. Perché sono la sua voce e le possibilità che può offrire a intrigarmi. Lui stesso sosteneva che la voce appartiene a una dimensione che va oltre il linguaggio verbale, e per chi fa musica è un punto di vista stimolante».

Esaltata, filtrata e rielaborata, la voce di Bene dialogherà, allora, con chitarre, effetti elettronici e gli altri strumenti di Lindsay e della sua piccola orchestra, per tratteggiare un inedito paesaggio sonoro dei gironi danteschi. «Ci vorrà tempo prima che si possa tornare ai concerti con grandi folle sotto al palco senza distanziamenti né mascherine, questa serie di date in Italia sarà anche un modo per soddisfare il bisogno e la voglia di stare insieme. Mi lascerò guidare da alcuni lati della personalità di Bene, so che era un provocatore ed è un aspetto che amo, mi piacciono i suoi eccessi, la sua mania per i dettagli, mi affascina il suo pathos esagerato, per qualche strano motivo mi ricorda il tardo Bob Dylan. Perché Dylan non ha mai studiato la musica, potrebbe fare un intero show con le stesse melodie o quasi, ma quando lo senti passare dal cantato al parlato con la sua voce ruvida percepisci così tanti dettagli, e che dietro ciò che stai ascoltando si celano molte decisioni prese dall’autore e relative a ogni suono emesso, e questo lo accomuna a Bene. Allo stesso modo sia Dylan sia Bene hanno un pathos d’altri tempi, in stile anni ’20, qualcosa di simile a quello dei film muti».

Parla così Lindsay, convinto che «nell’anno in cui portiamo tutti il peso di un’altra peste abbiamo bisogno dei versi di Dante. Non dico che nella sua opera ci sia un qualche legame diretto con il presente, ma i grandi capolavori della letteratura e dell’arte possono sempre aiutarci a interpretare il tempo che viviamo, e questo per le suggestioni che evocano e le riflessioni che suscitano. A volte è difficile vedere oltre la superficie degli eventi, l’arte aiuta ad andare oltre, a leggere tra le righe di ciò che accade, capita persino che riesca ad anticipare ciò che sarà perché è aperta alle possibilità, non è un sistema chiuso, è visionaria. E favorisce un buon rapporto con l’interiorità, il che è fondamentale in questo periodo. Nei mesi scorsi abbiamo tutti provato degli alti e bassi emotivi, in alcuni momenti ci siamo sentiti spenti, in altri fin troppo esaltati: l’arte può aiutare a trovare il giusto ritmo per i sentimenti».

Contrario alle politiche di Bolsonaro, che ritiene criminali, il songwriter racconta che al momento a New York si avverte «un’ossessione per come sarà la città nel futuro». Gli chiediamo che cosa pensa delle chiusure imposte ai lavoratori della cultura e dell’arte. «Nei mesi scorsi ho visto troppa gente protestare contro le restrizioni riempiendosi la bocca della parola “libertà”, ma io dico che bisogna avere pazienza», risponde. «Chi ha dovuto chiudere la sua attività merita rispetto e sostegno, ma penso anche che si dovrebbe riflettere sulla storia e su ciò che è avvenuto in passato – le due guerre mondiali, l’influenza spagnola – e a quanto in quei frangenti intere popolazioni siano state pazienti, a quanto allora le persone si siano aiutate a vicenda. Se a noi tocca indossare una mascherina, che sarà mai? Smettiamola di comportarci come bambini viziati. Non concordo con l’idea di libertà che si sbandiera da quando tutto questo ha avuto inizio. Serve solidarietà e dovremmo tutti renderci conto che non esiste un solo modo di fare cultura: se non fosse più possibile muoverci come prima faremo diversamente».

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