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Arssalendo trasforma gli errori in musica

C’è vita nell’hyperpop italiano. 'Tutti ammassati senza affetto' è la colonna sonora schizzata del nostro disagio. «Mi piace trasformare il glitch digitale in qualcosa di sensato e melodico»

Arssalendo (Alessandro Catalano)

Foto: Simone Bozzelli

Quando per il nostro Classe 2022 abbiamo selezionato le 22 promesse italiane dell’anno, Arssalendo aveva da poco pubblicato due brani, Sottopelle e Dentro c’è il mare, e il nostro appetito di sentir qualcosa in più si era fatto grande. Ora che il suo disco è uscito le nostre speranze sono state confermate: c’è vita nell’hyperpop italiano.

Tutti ammassati senza affetto, il nuovo disco dell’artista romano Arssalendo (uscito questo venerdì per la neonata etichetta milanese GRAZIE1000), è merce pregiata che merita i giusti ascolti per essere gustata a dovere. Al contrario della stragrande maggioranza della musica prodotta oggi, infatti, non è musica fast food, né tantomeno qualcosa da appoggiare come sottofondo mentre si è impegnati in altre faccende; troppo spigoloso e pungente. Non stiamo infatti parlando di un insieme di canzoni, ma di un iper-oggetto viscoso che necessita di uno spazio di ascolto più ampio (mentale, emotivo, fisico) in cui essere digerito. Parlando del suo lavoro, Arssalendo lo definisce musica triste con melodie pop e in un certo senso ha ragione, ma forse sarebbe ancora più corretto dire musica claustrofobica con melodie hyperpop.

Arssalendo è uno dei pochi in Italia ad essere riuscito a far suo il linguaggio hyperpop e avant pop, per intenderci robe come Sophie e Arca («Ho passato la pandemia a riascoltarmi Mutant di Arca per provare a capire come costruiva certi suoni», racconta), di cui recupera con cura l’estetica futuristica, quasi post-umana. La sua è musica da disturbo da deficit dell’attenzione in lingua italiana, e spacca. Ma esiste in Italia una scena hyperpop? E c’è un pubblico per questo nuovo suono impazzito? «Non so se oggi in Italia ci siano gli ascoltatori di questo genere, essendo il genere stesso così ampio e differente nei singoli interpreti, credo piuttosto esistano ascoltatori del singolo artista», ci racconta in videochiamata. «Sento che sta nascendo una scena nuova, di persone che si stimano, e che non è detto che facciano lo stesso genere o che siano tutti del mondo hyperpop. È una scena in cui prevale l’amicizia e avviene uno scambio di idee; condividere cose reali, cose più importanti del fare musica in sé».

Tutti ammassati senza affetto, oltre ad avere uno dei titoli più a fuoco sul contemporaneo (la frase è estratta dal passaggio “guarda in basso sulla metro / tutti ammassati senza affetto”, contenuta in Termo, uno dei brani meglio riusciti dell’album), è un disco che tende a non annoiare per la sua capacità di rivelare, ascolto dopo ascolto, piccole gemme sonore nascoste. È un disco cibernetico costruito attorno al concetto di errore. «Ci sono vari layer di errore nel mio lavoro. Mi piace trasformare il glitch digitale in qualcosa di sensato, di melodico. Nei testi invece faccio dei pensieri su degli errori che ho commesso. Niente come l’errore ti mette faccia a faccia con la realtà». Comprendere gli errori nella musica, può rendere una persona migliore? «Personalmente far musica mi aiuta a riflettere per poi migliorare. Mi aiuta ad arrivare a capire meglio chi sono, cosa ho fatto e che cosa voglio fare».

Tra glitch digitali e affreschi cinematici, ad emergere dai testi di Tutti ammassati senza affetto è una certa ansia sociale da gen Z, una paranoia che accompagna l’intero progetto («Non scrivo mai come fosse una storia da A a B, preferisco prendere vie traverse per arrivarci») che, in qualche modo, ci riporta agli immaginari degli anime più cupi degli anni ’90 di Chiaki J. Konaka, in uno cyberspazio ancora sconosciuto di cui queste strumentali sembrano la colonna sonora ideale. «Ho sempre avuto un sacco di ansia sociale e non riesco ad esprimermi bene in mezzo ad altre persone. Passo molto tempo in casa a pensare, è il momento in cui riesco a razionalizzare. Sono molto insicuro sulle mie cose e tendo ad esternarle agli altri solo quando sono ad un punto abbastanza preciso di realizzazione».

Poco prima di quest’intervista, abbiamo seguito Arsselando nel primo live di presentazione di questo disco in cui a colpirci è stata questa strana rivalità inscenata sul palco tra esibizionismo entusiasta (tre quarti del live sono stati fatti a torso nudo) e disagio, come se le due anime dell’artista – ben presenti a livello sonoro anche su disco – si trovassero finalmente anche nel reale, in uno spazio d’accordo, o quantomeno di compresso. «Il live è quel momento in cui dico cose davanti a una persona e quella persona non mi sta interrompendo. Che generalmente è ciò che mi accade nella vita. Ecco, quei i momenti sociali in cui reprimo ciò che devo dire, li sfogo lì sul palco; è il mio momento, stai zitto, adesso parlo io».

Tutti ammassati senza affetto non è un disco propriamente semplice, ma è proprio questa sua complessità accessibile slegata dagli stilemi mainstream contemporanei ad esaltare. E Arssalendo non è un artista propriamente semplice, ma è proprio questo suo paranoico dualismo a stimolare la nostra curiosità. Volevamo musica italiana che suonasse credibile e internazionale? Eccoci serviti.

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