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Arriva novembre: il mese di Richard Benson

Dopo avere pubblicato un nuovo disco - “L'inferno dei vivi” - il principe delle tenebre si appresta a tornare in tour con tre date in Italia a partire dal 13 novembre (preparate i polli!)
Richard Benson, 60 anni

Foto press

Richard Benson ha caldo. Molto caldo.
Sua moglie, la leggendaria Ester Esposito, gli sta sistemando il rossetto nero, sbavato dopo una lunga giornata di chiacchiere e promozione, mentre cerca di convincerlo a indossare il chiodo di pelle nera, al solito ornato di borchie, ali di pipistrello e raffigurazioni demoniache. L’equivalente gothic metal della giacca che indossava Gheddafi durante le visite di Stato e che Richard chiama, con sprezzo del ridicolo, “giubbotto infernale”.
A osservarli mentre battibeccano come farebbe una qualsiasi coppia un po’ avanti con l’età fanno quasi tenerezza: «Richard, stamme a senti’, mettiti la giacca che è Rolling Sto’. Fatti vedere bene che questi ora ti fanno anche fare un video”, dice lei e per un attimo sembra avere avuto la meglio sulla cocciutaggine di lui. Vorrebbero apparire come due mostri, e invece sono belli. Quasi bellissimi.

Richard, stamme a senti’, mettiti la giacca che è Rolling Sto’


Per spiegare Richard Benson potrebbero non bastare due libri così come potrebbe andare bene una frase. Una sola, molto in voga in queste ultime settimane: «Non è colpa sua. È stata Roma».

Già, è stata Roma.

Quella Roma che Richard rappresenta con la sua maschera sempre in bilico tra goliardia e tragedia, realtà e finzione, Eros e Thanatos.
La stessa Roma che prende personaggi del genere e li trasforma in veri e propri miti capaci di attraversare le stagioni e le generazioni.
La città in cui anche un fregnone, se si muove bene, può diventare un eroe.

Non è colpa sua. È stata Roma

Registrato all’anagrafe con il nome di Richard Philip Henry John Benson – alla faccia di quelli che per anni hanno creduto alla voce che lo voleva in realtà chiamarsi Enrico Benzoni, nato a Testaccio e non a Woking in Inghilterra – a Roma c’è finito per caso, come tanti, come tutti, per poi restarci una vita intera. Dopo avere fatto parte di alcune storiche formazioni del prog e del rock italiano – nota la sua militanza nei “Buon vecchio Charlie”, ma a prendere per buono quello che dice lui ha suonato anche nei Camaleonti e ha avuto un breve periodo come chitarrista di Claudio Baglioni – è arrivato alla ribalta televisiva grazie a Renzo Arbore che l’ha lanciato come personaggio all’interno della trasmissione cult “Quelli della notte”.
Da quel momento in poi la giostra non si è più fermata: tra mille ascese, cadute e poi di nuovo ascese, Benson è ancora qui, un po’ malandato ma fiero del suo essere più che un sopravvissuto.

Nonostante sia passato alla storia come l’autore del video corso didattico per chitarra elettrica più sbertucciato dal web italiano (non esageriamo quando diciamo che, per certi versi, Internet nel nostro paese l’ha inventata lui, finendo per diventare fenomeno della rete ben prima che la rete diventasse un universo a sé stante), è sempre stato un musicista preparato e un ottimo divulgatore di storie legate alla musica.

Le sue trasmissioni – la più popolare di tutte era “Ottava Nota”, che andava in onda sul canale locale Tele Vita – hanno accompagnato per anni migliaia di adolescenti romani fino a trasformare Benson, con tutto il suo circo, il parruccone nero e l’eloquio finto-forbito, in un vero e proprio cult cittadino. Non è un caso, infatti, che a un certo punto se ne sia accorto anche Carlo Verdone – uno che ha sempre avuto un orecchio molto fino per questo genere di romanità – che l’ha voluto nel ruolo di se stesso nel film “Maledetto il giorno che ti ho incontrato”.

in realtà voleva chiamarsi Enrico Benzoni

Qualche mese fa è uscito il suo secondo disco solista, L’inferno dei vivi, il primo prodotto con l’aiuto dei fratelli Francesco e Federico Zampaglione. Un album che va idealmente a piazzarsi all’interno della discografia dell’assurdo insieme ai lavori di William Shatner e i dischi metal di Christopher Lee e Padre Fedele.

Un disco bizzarro, in cui su un impianto musicale che mischia techno, metal e industrial si staglia potente lo spoken word di Richard, glottide da attore teatrale e testi tra l’esoterico e il genuinamente sconclusionato.
Il primo singolo ufficiale a essere stato estratto dal disco – I nani – è già la canzone italiana dell’anno e probabilmente anche degli anni che arriveranno dopo di questo, a meno che non finisca il mondo.
Interagire con Richard Benson è come avere a che fare col personaggio di Big Fish, il film di Tim Burton. Con lui realtà e finzione si fondono in un pasticcio informe in cui è impossibile riuscire a distinguere gli ingredienti.
Tutto è sempre sul filo della cazzata roboante – altra prerogativa tipicamente romana – che diventa leggenda, èpos, pura mitologia popolare.

Per cui capita che Richard Benson ti dica, serissimo, guardandoti con quei due occhi azzurri che svelano un briciolo di umanità sotto il baraccone, di avere rifiutato per l’estate appena trascorsa una tournée in stadi come il San Paolo di Napoli e l’Olimpico di Roma, per poi passare senza soluzione di continuità a raccontare di quella volta al Festival di Re Nudo, a Milano, nel 1973. Tutti conoscono la storia di Marilyn Manson che avrebbe mutuato il suo stile e il suo make up proprio dopo aver seguito passo passo tutte le date canadesi di un tour di Benson degli inizi degli ’80.
Che poi Manson sia in realtà dell’Ohio conta poco, anzi niente.
Chi se ne frega.
Nel frattempo Richard continua a tessere le lodi di Ester, sua moglie, la sua anima gemella, quella che lo ha salvato, e un secondo dopo si vanta di accogliere e copulare più o meno quotidianamente con delle ragazze bellissime che la coppia accoglie nel suo castello (!)

Una volta si è trovato a una festa con George Harrison, e questo lo avrebbe presentato a tutti come “l’unico vero musicista presente in questa sala”; qualche settimana fa invece ha incontrato Renato Zero a Piazza San Lorenzo in Lucina, nel centro di Roma, e ha fatto finta di non riconoscerlo: «Lui continuava a chiamarmi… ‘Richard! Richard!’, ma io niente, non è più l’amico con cui sono cresciuto. Eravamo gli unici due che si truccavano in giro per Roma e invece adesso guarda come è diventato. Fa della musica orribile!»

L’inferno dei vivi è il suo primo lavoro dopo sedici anni. Definirlo inaspettato è dire poco: «Sono schifato da questa industria discografica dove tutto è una merda, se fosse stato per me non avrei fatto più niente. Ma quando sono arrivati i fratelli Zampaglione sono stato contagiato dal loro entusiasmo, e pensa che all’inizio ero scettico perché i Tiromancino fanno musica commerciale, cosa c’entrano con me? E invece ci siamo trovati bene subito e loro sono più rock dei veri rocker».

Richard Benson, 60 anni e la leggendaria Ester Esposito, sua compagna di vita

Ogni tanto, in maniera totalmente casuale, comincia a urlare, sgolandosi, come nelle trasmissioni televisive della seconda serata Rai in cui è finito a fare la macchietta negli ultimi anni.
Richard è sempre in guerra contro qualcuno. Sempre.
Quando gli chiedo di questo strano rapporto con i suoi fan, il perverso gioco fatto di insulti e lanci di qualsiasi cosa che caratterizza le sue performance dal vivo, risponde amareggiato che non sa più che fare, che le ha provate tutte, e che neanche suonare dietro la gabbia funziona.

A lui non importa degli insulti, le parolacce, le prese per il culo feroci, quelle vanno anche bene, ma non sopporta quando gli viene impedito di suonare: «Mi lanciano talmente tante schifezze addosso che il manico della chitarra diventa scivolosissimo. Poi riprendono tutto e lo caricano su YouTube e ci scrivono sotto che io faccio pena, che suono male la chitarra, ma io la suono BENISSIMO, LA CHITARRAAAAAH!».
Urla fortissimo, ancora, ma in cuor suo sa che quello strambo gioco delle parti tra lui, l’artista, e il suo popolo è in realtà una grandissima manifestazione d’affetto.
Quella è la sua gente, la gente del “Cristo canaro”, il suo popolo.

Ogni tanto, senza che nessuno glielo chieda, si sente in dovere di ribadire di essere ricchissimo, di avere un sacco di soldi e che i soldi non sono mai stati il suo problema.
Un’altra delle innumerevoli cose che si dicono su Richard Benson riguarda un terribile incidente che, nel 2001, lo avrebbe quasi ridotto in fin di vita compromettendo per sempre la sua mobilità. Su quella caduta da Ponte Sisto esiste tutta una letteratura: c’è chi parla di caduta in moto e chi di un aggressione, e poi c’è anche chi racconta di un tentativo di suicidio per sfuggire a non meglio precisati creditori.

Nell’incredibile epopea di Richard Benson esiste un prima e un dopo quell’incidente: l’inizio della fine. Almeno fino a questa ennesima e rumorosissima resurrezione.

È stata Roma, dicevamo all’inizio, e forse dovremmo anche ringraziarla perché in un momento storico in cui va di moda l’esaltazione della normalità artefatta a uso e consumo del popolo di Facebook, il mascherone di Richard Benson rischia di essere una delle poche cose ancora davvero pure, intatte, quasi sacre. Sono quelli come lui, gli squinternati, gli irregolari, che in qualche modo riescono a mantenere viva la fiamma.
Quelli che nonostante gli anni, gli acciacchi e gli innumerevoli difetti sono ancora lì, sempre pronti a spaventarci.

Ecco le date italiane:

13 novembre 2015 – Essenza Rock Club – Prato
21 novembre 2015 – Rock Town Cordenon – Pordenone
28 novembre 2015 – Rock’n’Roll Romagnano Resia – Novara

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