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Arriva il “Musicismo” di Parix, l’outsider dell’hip hop

Ha suonato tutti gli strumenti del suo album che è stato prodotto da Shablo. Alla scoperta dell'artista bolognese che gioca a fare il rapper ma rapper non è

Parix, foto stampa

Parix, foto stampa

Se guardassimo all’hip hop di casa nostra con occhio radicale, lui occuperebbe il posto del classico outsider, l’artista che gioca a fare il rapper ma che rapper non è, quello che se ne sta in bilico tra diversi microcosmi a scrivere canzoni, perché è proprio lì che ha scelto di stare. Parix ama essere un po’ così, irrequieto, imprevedibile: 31 anni, bolognese, Parix è l’ultima scommessa di casa Universal. Autodidatta, polistrumentista, un’inclinazione naturale per il pop (e la melodia) e una voce che piace molto nell’universo urban italiano (con cui si è già più volte confrontato), deve la sua ascesa al mainstream a un dj e produttore come Shablo, che si è preso cura di lui, aiutandolo a mettere a fuoco la sua vena creativa e portandolo a pubblicare un primo Ep, Wow, nel 2013. Ora pubblica il suo primo disco, Musicismo. Con i complimenti di Ensi, Fabri Fibra, Fritz Da Cat e tanti altri ancora.

Come è iniziata tutta questa storia?
Ho iniziato presto, da piccolo, a suonare diversi strumenti. La mia passione nasce dalla musica classica, perché i miei genitori la ascoltavano abitualmente in casa. Avevo 5 o 6 anni. Ho cominciato a suonare una tastiera che mio padre comprò per sé ma che era sempre tra le mie mani. Più avanti ho imparato a suonare la chitarra e poi la batteria. Ho avuto come tanti una band con cui fare cover, roba tra Blink 182, Marilyn Manson, Limp Bizkit e altro ancora. Poi è arrivato il tempo di scrivere cose mie ed è iniziata un’altra storia.

La cover di "Musicismo" di Parix

La cover di “Musicismo” di Parix

Rivendichi spesso il tuo essere musicista, cioè uno che suona tutti gli strumenti che usa nei suoi pezzi, utilizzi stilemi hip hop ma non puoi essere considerato un artista hip hop. Sei uno che non sta con un piede in una scarpa e uno in un’altra.
Già (ride). Di piedi penso di averne cinque o sei, tutti in una scarpa sola. Dal lato artistico, lo considero sicuramente un pregio, dal lato del rapporto con chi ascolta trovo qualche difficoltà, perché alla gente piace dare delle etichette alle cose e spesso non si ha voglia di approfondire. Questo è un disco fatto con naturalezza. Non ho mai pensato: “adesso faccio un disco rap” o “adesso faccio un pezzo pop”. Mi siedo semplicemente al piano e comincio a suonare.

Con Shablo come hai lavorato?
Entrando in contatto con tutti i professionisti con cui mi è capitato di lavorare, mi sono reso conto di avere delle pecche, di avere tra le mani pezzi, forse, con poca struttura. Ho registrato il mio disco praticamente da solo, nel mio studio, ma Shablo gli ha dato una forma e un tipo di sonorità. Ci ha messo il suo tocco e si sente. Mi ha aiutato molto sul fronte manageriale (sono nella sua agenzia di booking, la Taurus). Siamo arrivati in Universal con Musicismo praticamente pronto, lo abbiamo fatto ascoltare e poi lo abbiamo rielaborato con Marco Zangirolami, che per me è un mito.

In un pezzo dici con orgoglio ‘Non faccio testi che parlano di rap e flow’…
Ci sono un sacco di canzoni hip hop che parlano solo dell’hip hop, ed è come scrivere un libro su come i libri si scrivono. Basare una carriera su questo per me risulterebbe una cosa mortalmente noiosa. È una piccola provocazione, perché anch’io vengo da quel mondo, non mi ci vedo a fare la stessa cosa per troppo tempo, non posso immaginare come sarebbe una vita intera passata a rappare e basta.

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