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Ariete, nata sotto il segno del talento

Mentre si prepara alla maturità, Arianna fa col suo pop da cameretta un milione di ascolti al mese su Spotify, come Ligabue. «Gli adulti non provano nemmeno a capirci», dice. Ecco perché ci sono le sue canzoni

Arianna Del Giaccio, ovvero Ariete

Foto: Simone Biavati

Nel 2019 è stata eliminata ai casting di X Factor dopo aver cantato Irene dei Pinguini Tattici Nucleari. Ma oggi Ariete si sta prendendo la sua rivincita e dice: «Di quell’esperienza non mi porto dentro nessun ricordo particolare, semmai ho imparato una lezione: che il mondo della musica è pieno di squali e che non puoi fidarti di nessuno».

Fine della storia, quella là. Nel frattempo, però, si è aperto un altro capitolo che vede la 18enne tra le voci più amate della sua generazione. E forse anche tra le più promettenti, se si guarda ai due EP pubblicati tra maggio e dicembre 2020, che il prossimo 26 febbraio saranno riproposti in vinile in edizione limitata: quella di Arianna Del Giaccio alias Ariete è musica da cameretta – la sua etichetta Bomba Dischi non ha sbagliato a lanciarla come bedroom pop –, ed è un pop che attinge dal rap per raccontare la quotidianità degli adolescenti di oggi con un linguaggio semplice, diretto, ma non per questo superficiale. Dentro ci sono le “pillole per stare calma”, le “paranoie nella tasca”, il “farsi male”, e pure una certa dose di rabbia. “Ho lasciato tutti i miei pensieri alla gente, che se li sente e se li rivende”, canta Ariete. E allora siamo andati a chiederle di quei pensieri, per capire chi è la giovane cantautrice laziale da oltre 200 mila follower su Instagram e un milione di ascoltatori al mese su Spotify. A partire da quel nome d’arte.

Ariete si riferisce davvero solo al tuo segno zodiacale come si è detto finora?
Quando l’ho scelto era così e in più mi piaceva come suonava la parola, per una cantante mi sembrava scenografica. Non c’era chissà quale motivazione profonda… Poi, però, durante un’intervista mi hanno chiesto se mi ero chiamata in questo modo perché come un ariete voglio sfondare dei muri e da lì ho cominciato a pensare che forse è questo il senso.

Che muri vorresti sfondare?
Più che sfondare dei muri vorrei eliminare dei tabù nella musica italiana.

Obiettivo ambizioso. Qual è il tuo background?
Sono nata e cresciuta ad Anzio, cittadina fuori Roma, sulla costa. La mia famiglia è di lì, ma io… Diciamo che è un posto che ho imparato ad apprezzare, ma sempre desiderando di andarmene, non mi ha mai fatto impazzire. Insomma, ho fatto una vita di provincia e non mi è mai mancato nulla, ho sempre avuto i miei amici, fatto le mie cose. E il mare mi ha aiutata a vivermi tutto in maniera abbastanza scialla. Ma a un certo punto ha iniziato a starmi tutto stretto, negli ultimi tre anni. Perché alla fine parliamo di una città di pescatori, dove la gente ha una mentalità chiusa e dove non c’è nulla di speciale. Per questo non appena ho potuto mi sono trasferita a Roma.

I tuoi genitori che cosa fanno nella vita?
Mia mamma lavora al Comune di Anzio. Mio papà è giornalista, si occupa di cronaca ed è scrittore: si chiama Giovanni Del Giaccio, ha pubblicato un libro, Sangue sporco, in cui per primo ha parlato delle persone che si sono ammalate di epatite B o altro a causa di trasfusioni di sangue non andate a buon fine; ora sta lavorando a un documentario sull’argomento.

È lui che ti ha trasmesso la vena creativa?
Sì, abbastanza, soprattutto la passione per la scrittura. Nessuno nella mia famiglia ha mai suonato o cantato, ma papà era ed è un grande fan di Pino Daniele, Lucio Dalla, De Gregori, Guccini. Mi ha cresciuto con le loro canzoni e questo ha influito molto su di me. Tant’è che poi ho iniziato a suonare la chitarra, il pianoforte, a canticchiare…

Foto: Ilaria Magliocchetti Lombi

A quando risale la tua prima chitarra?
Alle elementari. Hai presente il catechismo? L’ho fatto per due anni per prepararmi alla comunione e ogni sabato dopo l’ora di catechismo, appunto, era obbligatorio seguire un corso di recitazione, disegno, canto oppure di chitarra. Così mi sono detta: ma sì, facciamo chitarra! Infatti conosco tutte le canzoni di chiesa, anche se poi non ho fatto nemmeno la cresima.

Come mai?
Perché fortunatamente ho sviluppato presto una mia idea, sono convinta che la chiesa sia uno dei mali principali dell’Italia. Non la religione in sé, non il credere a qualcosa, io stessa credo esista qualcosa di più grande di quel che abbiamo sotto ai nostri occhi. No, mi riferisco alla chiesa come istituzione e a chi la porta avanti. È un ambiente opprimente, di cui mi sono rimaste solo le canzoni con cui ho imparato a suonare la chitarra.

Dopo cos’hai iniziato ad ascoltare, oltre ai cantautori che ti aveva fatto conoscere tuo padre? Nei tuoi pezzi si sente l’influenza di Franco126, Gazzelle, Calcutta.
Loro sono sicuramente un’influenza, del resto la musica nasce sempre da ciò che vivi e che ascolti. Di mio, però, ho sempre ascoltato musica pop sia italiana, sia internazionale. E in realtà, se penso agli ascolti che mi ha passato mio padre, l’impronta Guccini mi è rimasta: prendo molta ispirazione da lui quando scrivo, cerco sempre di trovare accordi non banali con la chitarra, specie quando la suono non con il plettro, ma pizzicata, cosa che lui fa spesso.

Strano questo tuo citare Guccini, vari cantautori della generazione precedente alla tua me l’hanno indicato come esempio di ciò che non si deve fare. Della serie: che palle l’impegno in musica.
No, zero, per me Guccini è l’esempio di ciò che si deve fare.

In che senso?
Mi riferisco anche alla sua mentalità, mi sono drogata di interviste a Guccini su YouTube. Ce n’è una bellissima fatta a casa sua a Bologna, dove ormai non vive più, ed è… Te lo dico in inglese, non saprei come dirlo in italiano: mind-blowing. Cioè, sentendolo parlare mi si è aperto un mondo, perché è uno che se ne è sempre fregato di tutto. Come De Gregori e Dalla, per carità, ma Guccini con le sue parole mi ha fatto amare ancora di più la sua musica.

Perché è rimasto se stesso?
Esatto.

Oggi è possibile restare se stessi o è più difficile?
Ma guarda, parli con una che è proprio no filter, quindi… Secondo me sì, è possibile, però so bene che se la stessa domanda la facessi a qualcuno che è legato a un’etichetta discografica che non gli permette di esprimersi e che ha firmato contratti che gli legano le mani, ti risponderebbe il contrario.

Dubito, in generale dicono tutti di essere liberi.
Però, insomma, io a Bomba Dischi, la mia etichetta, l’ho detto subito che non avrei mai fatto finta di essere ciò che non sono. Sono trasparente sia con le persone che mi stanno intorno, sia con con chi ascolta la mia musica, perché per me la trasparenza è fondamentale. E se adesso al posto mio ci fosse Tiziano Ferro e tu gli chiedessi «è possibile esprimersi liberamente al 100%?», secondo me ti direbbe di no, visto che se avesse fatto coming out vent’anni fa ora come ora magari non riempirebbe gli stadi.

Vent’anni fa, però, era più complicato di oggi fare coming out…
Sì, ma infatti lo rispetto, però dico che io non ce la farei mai. Devo esprimere per forza tutto quello che mi passa per la testa, nelle canzoni come nelle interviste, nelle dirette su Instagram. Sono sempre molto schietta.

Tu scrivi canzoni d’amore per delle ragazze, ma non hai fatto un vero e proprio coming out. È un gesto che ritieni anacronistico?
Più che altro non ne ho sentito il bisogno. Se a 15 anni mi fossi fidanzata con un ragazzo, non avrei dovuto fare chissà quale discorso a mia madre; perché, allora, avrei dovuto farlo quando mi sono fidanzata con una ragazza? Per me lì il punto era solo che mi ero fidanzata, non che mi fossi fidanzata con una ragazza anziché con un ragazzo come la società ci ha insegnato che dovrebbe accadere. Perché sottolineare una diversità che è tale solo perché la società ha stabilito che lo è? Ai miei ho semplicemente detto che mi ero messa con una ragazza e dato che lei viveva in Sicilia e volevo andare a trovarla, gli ho chiesto di comprarmi i biglietti per il viaggio. E anche se ci sono rimasti, me li hanno presi, punto.

Ci sono rimasti perché ti eri legata a una ragazza?
Ma sì, non perché siano chiusi, se è stata una sorpresa è perché da decenni la società ci impone dei paletti dicendoci che cosa è normale e che cosa non lo è. Ma l’amore è sempre normalissimo, con chiunque tu stia. Perché dovrei sottolineare di che sesso è la persona che amo? Sarebbe come sottolineare una diversità che non esiste. Senza contare che per me la vita è imprevedibile, oggi posso anche dire che mi piacciono solo le ragazze, ma se lo dico, magari con un post pubblico su Instagram, che ne so che poi domani non mi innamoro perdutamente di un ragazzo? Ciò che voglio è semplicemente essere qualsiasi cosa mi passi per la testa. E secondo me è questo che vuole la nostra generazione, non ci vedo nulla di sbagliato.

Il dibattito sui pronomi che effetto ti fa? Mi è capitato di essere rimproverata da una cantautrice, durante un’intervista, per averle detto «una ragazza come te»: come se ne esce?
Sai cos’è? Che non sai mai cosa passa per la testa degli altri e una cosa che spesso manca oggi è il rispetto. Per carità, anch’io trovo difficoltà nell’esprimermi con alcune persone, per esempio ne conosco una che s’identifica come she/they… Ma resta il fatto che il minimo che possiamo fare è chiedere «oggi come ti senti?» e cercare di andare incontro alla persona che ci sta di fronte facendola sentire a suo agio.

Foto: Ilaria Ieie

Tornando alla musica, quando hai iniziato a scrivere canzoni?
Da piccola, ma la prima che mi ha soddisfatta mi è venuta più o meno a 13 anni. Nemmeno ricordo di cosa parlasse, però. In ogni caso ho sempre scritto, quando nacque mio fratello gli dedicai un pezzo in cui parlavo di un polletto al forno, avevo 4 anni (ride).

E il motivo per cui scrivi canzoni, lo hai capito?
Mi aiuta tantissimo. C’è chi quando è incazzato prende a cazzotti il muro e chi scrive canzoni. Io ogni tanto faccio anche l’altra cosa, anche se non proprio col muro perché mi spaccherei la mano, ma cerco soprattutto di scrivere canzoni.

Nei tuoi testi il personale diventa universale, che è una delle qualità richieste per arrivare a un pubblico ampio. Ci hai lavorato coscientemente, su questo aspetto?
No, più che altro crescendo si cambia e cambia il modo in cui ci si esprime, capisci più cose e impari ad esprimerle meglio e in maniera più matura. Le canzoni che sto scrivendo ora non sarei mai stata capace di scriverle un anno fa, serve anche esercitarsi, ma non c’è sotto un lavoro nel senso che dici tu. Si cresce e si matura inconsciamente.

Il singolo 18 anni è stato definito un inno generazionale, lo consideri l’apice di un percorso?
Macché, per me ogni cosa che faccio è sempre l’inizio di qualcos’altro. Il mio primo EP è stato inizio del mio percorso musicale, il secondo di una consapevolezza, il mio album di debutto sarà l’inizio di qualcosa di più serio, immagino. Sarebbe un problema se ti rispondessi «sì, è l’apice», significherebbe che sono già soddisfatta, mentre io sono straconvinta di poter fare di meglio.

Quindi stai già lavorando a quello che sarà il tuo primo disco ufficiale?
Ma io scrivo sempre. Poi, quando sarà il momento, mi metterò a tavolino con i miei datori di lavoro per fare una selezione dei pezzi che più ci piacciono, ne ho già una ventina.

In questi giorni mi sono guardata i tuoi video e ho notato che hai spessissimo la sigaretta in mano. Fumi molto?
Eh, so benissimo che è sbagliato, che fa male alle mie povere corde vocali, al fiato e non solo, infatti sto cercando di smettere… Fumare sigarette è la classica cosa che inizi a fare per moda, perché non ci credo che a 14 anni la gente inizi a fumare per necessità. Io ho iniziato perché volevo provare e perché fuori da scuola lo facevano tutti. Adesso ho la cosiddetta nicotine addiction, però allora non sapevo cosa fosse. Solo che, ahimè, mi piace.

Nel video di 18 anni si vede anche qualche spinello.
Ma sì, la canzone dice “ho 18 anni”, per cui il video è molto adolescenziale, ci sono amici miei che girano, c’è una clip in cui ci sono io col grinder in mano a una festa. Lo scopo del video era proprio l’esaltazione delle feste dei diciottenni.

La mia curiosità è un’altra: secondo te si parla abbastanza del rapporto che avete voi ragazzi con le cosiddette droghe? Mi sembra sia ancora un argomento tabù.
Eccome se è tabù, ed è sbagliatissimo. È un tabù partorito dalla società, che da anni e anni chiude il discorso dicendo “le droghe sono sbagliate, le droghe fanno male, punto”. Con questo non sto dicendo “usciamo e facciamoci di cocaina”. Sto dicendo che dovremmo prendere la questione da un altro punto di vista, perché tutti alla mia età si fanno le canne, ma cosa c’è dietro? Chi ci vende quello che fumiamo? Come facciamo a sapere se quella sostanza è sicura? Sono stata ad Amsterdam con dei miei amici e ovviamente ci siamo fatti le canne, lo fanno tutti, ma io là mi sono resa conto di una cosa: in quella città hanno preso le cose più manipolabili dalla criminalità – la droga e la prostituzione – e le hanno legalizzate, e secondo me questa è la cosa più intelligente che si possa fare. Perché, ripeto, non bisognerebbe parlare tanto di droga, quanto di quello che c’è dietro e di come si può migliorare.

Stai dicendo che la lotta alla criminalità è l’aspetto più importante?
Certo, perché se adesso esco qui a Roma e mi viene voglia di fumarmi una canna a scopo ludico o perché mi va di rilassarmi con un amico mentre guardiamo un film, devo andare all’Anagnina, vedermi con uno spacciatore, un tizio losco che sicuramente dietro ha giri di criminalità assurdi e che mi venderà una cosa che non so da dove provenga, né che cosa contiene veramente. È molto diverso che andare in un bar dove sai che l’erba che ti vendono è sicura, tracciata, tassata: magari la paghi di più, però è qualcosa che lo Stato ti riconosce.

Saresti per la legalizzazione di tutte le droghe o solo di quelle leggere?
Ne ho parlato con mio padre, di questo, e ho capito che ognuno è autore della propria vita e decide cosa farne. Di sicuro legalizzerei le droghe leggere, ma anche per quelle pesanti, cosa cambierebbe se fossero legalizzate? Nessuno è costretto a drogarsi e chi assume certe sostanze sa benissimo il rischio che corre, quindi a cosa serve proibire? Per me è meglio mettere in sicurezza, anche perché io, Arianna, ho la testa sulle spalle, ma ci sono ragazzi che magari in certi momenti, di fronte a uno spacciatore che gli offre anche altro oltre a ciò per cui sono lì, non riescono a dire di no. Vale lo stesso per la prostituzione.

In che senso?
Io non sono contraria alla prostituzione, rispetto le ragazze che la praticano per scelta, ma quante sono quelle che vendono il proprio corpo perché costrette e ricattate da gruppi criminali? Invece ad Amsterdam vai nel quartiere a luci rosse e trovi la ragazza che magari ha deciso che non vuole fare la cassiera nella vita e dato che ha un bel corpo ha scelto di guadagnare con quello. E lo può fare, appunto, senza stare per strada, al freddo, senza essere pagata in nero, potendo tenere sotto controllo la salute: perché no? Se legalizzassimo ciò di cui comunque la gente – e non solo i giovani – abusa, ci sbarazzeremmo di una marea di problemi. Il problema è che in Italia la criminalità fa comodo.

In un’intervista Madame ha detto che ciò che accomuna i ragazzi della vostra generazione è l’ansia, sei d’accordo?
Assolutamente, sì, è come cantano gli Psicologi: “E il futuro ci spaventa più di ogni altra cosa, e la fine ci spaventa più di ogni altra cosa”. Poi l’ansia la si può provare anche a 40 o 60 anni, ma è vero che attorno a me ne sento molta, per la scuola, per i rapporti sociali… Non è un argomento che tocco molto, però, perché la gente ne soffre così tanto, di ansia, e in maniera clinica, che cerco sempre di sminuire le mie, di ansie, che sono passeggere, superabili.

Cos’è che ti mette ansia?
Che possa finire tutto questo, questa cosa che sto costruendo con la musica. E in questo periodo, naturalmente, la pandemia: mi fa paura, la vivo male. Come tutti, ovviamente. E anzi, mi ritengo fortunata perché non ho perso persone care né il lavoro, ma non essendoci la possibilità di fare concerti è anche vero che non posso vivere la mia professione a 360 gradi.

Mentre a scuola come va?
Quest’anno ho la maturità, studiacchio, ma me la vivo tranquillamente. Non so se farò l’università, prima vorrei concentrarmi sulla musica e vedere che succede.

Come vivi l’obbligo di mascherine e distanziamento?
Pesa, perché ci sono cose che tutti noi ragazzi non possiamo più fare e potrà sembrare una cazzata, ma dopo un anno le restrizioni iniziano a farsi sentire tanto, tanto, tanto.

Sento genitori affermare, parlando dei figli adolescenti, che in fondo loro stanno bene nella loro stanzetta, sono abituati a comunicare col cellulare e a stare al computer.
In realtà ci manca molto tutto il resto. Sai qual è la differenza tra noi ragazzi che veniamo puntualmente giudicati dagli adulti per ogni cosa e gli adulti stessi? Che io non mi permetterei mai di dire a mia madre: eh, tanto tu devi fare sempre casa-lavoro, che ti frega del coronavirus? E non mi permetterei mai non perché ha 30 anni più di me, ma perché rispetto la vita degli altri. Invece si pensa che solo perché siamo più piccoli ci si possa dire quello che si vuole, ed è un errore enorme: molti adulti non ci provano nemmeno a capirci.

Forse quei genitori minimizzano per autodifesa.
Sì, ma intanto nell’ultimo anno i suicidi tra i ragazzi sono aumentati in maniera esponenziale. È un po’ come quei professori a scuola che negli scorsi mesi hanno caricato gli alunni di roba da studiare perché “tanto siete a casa, che altro dovete fare?”. Invece è il contrario, proprio perché siamo a casa c’è una cosa che si chiama “sanità mentale” di cui si dovrebbe tenere conto.

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