Arianna Del Giaccio, in arte Ariete, ha 24 anni e a marzo ne farà 25. E ne ha passati due e mezzo lontano da tutto: nessun tour, nessuna apparizione, si è concentrata solo sulla scrittura. Il risultato è che oggi è uscito Tutti tornano a casa, il suo nuovo album per Bomba Dischi che arriva a tre anni da La notte e dove ha scritto anche diverse musiche partendo dai giri di chitarra e di pianoforte. Si tratta di 12 canzoni e quattro collaborazioni (Angelina Mango, Fulminacci, Tredici Pietro, Prima stanza a destra) per un disco che parte dall’alveare e finisce in terapia. Infatti, con la solita sincerità, la traccia di chiusura si intitola Seduta n.65 ed è autobiografica.
Ora rivendica quella pausa senza drammi («non ho subito nessuna spremuta discografica») e tiene a precisare che la frase «la mia casa sono io» non è uno slogan: «Lo dico a te, che fai il giornalista, ma non voglio che sia solo un titolo di giornale». Così ci racconta di aver imparato in terapia che «un rapporto non può essere la fusione dei traumi di uno e dell’altro». Ammette anche che la perdita di Francesco Guccini, morto il 6 agosto, è «quella che ho accusato di più». E quando le chiediamo della società che le ruota attorno, che sembra andare in una direzione diversa dalle battaglie per cui si è sempre impegnata, non si nasconde: «Sono spaventata, stiamo totalmente sbandando». Nel frattempo, per dare il suo contributo a tornare in carreggiata, dal 7 novembre sarà in tour nei club, prima data all’Atlantico di Roma.

Foto: Ilaria Ieie
Tre anni dal disco precedente, ma prima di parlare di musica: chi è Arianna oggi?
Arianna oggi è sicuramente la stessa di sempre e contemporaneamente no. Sono una persona molto estroversa e molto generosa, però sentivo che mancava uno studio più profondo di me stessa. E penso sia un’esigenza che mi è arrivata crescendo. Del resto ho iniziato a 18 anni e a marzo ne faccio 25, quindi il tempo è passato. Sono stata molto bene, ho imparato a pazientare, a fare le cose con calma, a respirare, e me ne sono molto grata. Mi sono ascoltata, perché negli ultimi due anni e mezzo il lavoro era la priorità, ma come scrittura, non come vita pubblica. Non ho fatto apparizioni, non ho fatto tour, niente di simile. Mi sono concentrata sul disco, partendo dalla conoscenza che stavo imparando ad avere di me.
C’è un aspetto che condividi con Angelina Mango, con la quale collabori in Che bella vita. Cioè aver vissuto tantissime cose velocemente: il successo, i numeri, i palasport. E poi, a un certo punto, la decisione di rallentare. È generazionale?
Non voglio marciare su un problema che, fortunatamente, non mi ha riguardata come quello dell’eccessivo stress, del burnout. Io, semplicemente, essendo una cantautrice, e su questo disco anche una compositrice di molte canzoni, perché ho scritto la musica, ho trovato alcuni giri di chitarra o di pianoforte, dopo quattro anni di grande fuoco ho sentito il bisogno di prendermi quel po’ di tempo in più per scrivere un disco che fosse figlio della calma e della pazienza e non solo del rush della scena musicale. Penso che tutti, anche chi non ha il coraggio di dirlo, abbiano bisogno di fermarsi. È un discorso che si può applicare a qualsiasi lavoro, a qualsiasi professione, perché fermandomi con felicità, non con sgomento o dolore, mi sono resa conto che ci si prende davvero pochissimo tempo per sé, che tu stia studiando o lavorando. Io ho avuto la fortuna, da libera professionista che negli anni precedenti aveva spinto abbastanza, di potermi permettere due anni e mezzo di stop.
Non hai avuto pressioni discografiche?
No, mi sono guardata dentro e ho detto: a questo giro mi prendo quel po’ di tempo in più. Solitamente i miei dischi sono usciti a ritmo serrato, Specchio a febbraio 2022 e La notte a settembre 2023. Stavolta ci ho messo di più perché volevo tirare fuori un disco che mi soddisfacesse al 300%. Non che gli altri non mi soddisfino, questo però è figlio di un tempo per me stessa che non ero mai riuscita a concedermi. Ed è legato soltanto alla mia voglia di vedere cosa sarebbe successo concedendomelo, non a un fatto discografico. E ti assicuro che non ho subito nessuna spremuta da parte della casa discografica, perché ho la fortuna di lavorare con i ragazzi di Bomba Dischi da quando sono minorenne e loro sono le primissime persone che mi appoggiano quando c’è di mezzo la mia serenità. Da loro non ho mai sentito dire «dobbiamo uscire e dobbiamo fare questo». Ovviamente ci sono periodi di promo e di impegni più incalzanti, ma ho sempre fatto tutto con molto piacere.
Il disco parte da L’alveare e da subito si intuisce un paradosso: che per trovare casa, spesso, bisogna anche andarsene da quella d’origine.
Mi sono resa conto che L’alveare sarebbe stato l’inizio del viaggio da quando l’ho scritta. Del resto, se avessi voluto fare qualcosa di puramente didascalico sul ritorno a casa, nella cover avrei messo una foto di me in una stanza, un disegno o un quadro. Ma la scoperta più paradossale è stata un’altra. Io sono una grandissima viaggiatrice, da bambina e poi in tutti questi anni in cui ho potuto permettermi dei viaggi pagati di tasca mia e ho viaggiato molto con amici, partner e anche da sola. In questi due anni, invece, sono rimasta molto a Roma, ho fatto pochi viaggi, soprattutto fuori dall’Italia, almeno per i miei standard. E ho scoperto che il viaggio più bello che si possa fare è quello per scoprire se stessi.
Un viaggio esistenziale.
Sembra banale da dire, lo so. E lo dico a te, che fai il giornalista, ma non voglio che il sostenere che la mia casa sono io diventi solo un titolo di giornale. È qualcosa in cui credo, un pensiero che ho maturato. Prima di arrivare qui a parlare con te, sono passati quasi tre anni dall’ultimo disco: ho la consapevolezza di quello che dico e ne sono felice: la mia casa sono io! Poi amo tantissimo la casa in cui sto a Roma, che mi sono comprata, costruita e arredata, e ho la fortuna di stare a mio agio dentro quelle quattro mura. Ma penso anche a tutte le persone che una casa non ce l’hanno, o che l’hanno vista prendere fuoco davanti ai loro occhi, o che dentro quelle quattro mura subiscono violenza, maltrattamenti e incomprensioni. Insomma, non per tutti la casa è un luogo sicuro. E io non voglio assolutamente che questo titolo sia didascalico.
Cosa vorresti che arrivasse a chi ascolta questo disco?
Voglio che porti le persone a ragionare, come il viaggio ha fatto ragionare me. Casa è quel posto in cui ci si sente protetti e ascoltati, in cui si ha pazienza e ci si supporta. E io, tirando le somme, negli ultimi anni mi sono sentita ascoltata e protetta da me stessa. Ho avuto molta pazienza, anche se è stata una pausa positiva, tra virgolette, c’era comunque una grandissima voglia di tornare il prima possibile. E invece ho saputo aspettare. Anche di questo sono orgogliosa. Alla fine mi sono riconosciuta come la mia casa.
Ci sono brani che parlano del tuo rapporto con Roma, come Mano nella mano, dove scorrono il motorino, il traffico, i locali, i ricordi personali e la città diventa quasi un personaggio. Mentre in 10chiamate racconti di un rapporto distruttivo, una persona con cui a un certo punto bisogna chiudere. Hai maturato nuove consapevolezze anche sulle relazioni?
Negli ultimi due anni, volendolo fortemente, per motivi che vanno oltre la musica e che avrei dovuto risolvere da tanto tempo, ma non ne avevo, ho imparato che le cose si fanno in due. Infatti l’approccio che ho cercato di tenere in tutte le canzoni d’amore, sia quelle felici sia quelle sugli amori finiti, è quello della speranza. Hai citato 10chiamate, che è il brano più vecchio del disco. Lì mi sento ancora un po’ smarrita in amore. Invece in una canzone più nuova come La mia bocca, la tua bocca racconto una relazione tossica, ma lo faccio con speranza, senza rancore. Il concetto di quel brano è: nonostante tutto, nonostante le immagini dure che riporto, c’era un posto in cui stavamo bene, torniamoci e lasciamoci un bel ricordo senza vivere di rimorsi. 10chiamate è un po’ l’Ariete standard, mentre nelle altre ci sono nuove consapevolezze.
Per esempio?
Ho capito di avere un grandissimo trasporto e una grandissima predisposizione a infilarmi molto bene nei traumi degli altri. È una mia grande passione, a volte con gli amici mi piace fare un po’ la psicologa, la crocerossina di turno. È un argomento che ho discusso parecchio con la mia psicologa e ho imparato che per stare bene davvero con l’altra persona bisogna supportarsi, abbracciarsi quando c’è un problema, parlarsi e comunicare. Ma un rapporto non può essere la fusione dei traumi di uno e dell’altro, perché ne crei solo di più grandi e non c’è più una divisione. Si fonde tutto e non capisci più da dove risolvere i problemi.
Hai fatto un’evoluzione anche musicale. Alcuni riferimenti sono dichiarati, come Beach House e Cigarettes After Sex, altri più nascosti ma abbastanza evidenti in un periodo dove la musica era meno ricerca della perfezione e più della genuinità. Dalla tua collaborazione con Vasco Brondi in poi sei andata a riascoltare qualcosa in più dei primi anni 2000?
Quello assolutamente. E poi ci sono stati dei concerti che mi hanno illuminata sulla composizione, ma anche sulla messa in scena del tour di novembre. Sono andata a vedere Alex G e Clairo, che sono degli artisti fortissimi. Ma soprattutto, oltre ai miei ascolti che sono sempre più o meno quelli, mi sono vista tantissimi film degli anni ’80, ’90 e dei primi 2000. Secondo me conta anche l’immaginario visivo di un disco, questa voglia di crudo, di sporco, che a volte fugge dalla forma canzone, anche se la adoro, però mi piace scrivere anche canzoni più pop. Ora la mia grande evoluzione, se posso dirmelo da sola, penso di averla fatta sul racconto e sui testi. Da lì arriva una musicalità più concreta.
Del resto già ai tuoi esordi, molto giovane, stupivi un po’ tutti dicendo di ascoltare molto le canzoni di Francesco Guccini. Una ricerca sui testi che parte da lontano.
Infatti la perdita di Guccini è un’altra delle cose che mi hanno colpito in questi anni, anzi molto di recente. Ed è forse quella che ho accusato di più, perché era veramente il mio cantautore preferito.
Oggi nell’ambiente musicale, più che della musica, si parla delle polemiche che le ruotano intorno: dal prezzo dei biglietti alla questione palestinese, con Ed Sheeran e Macklemore. Gli artisti dovrebbero prendersi più responsabilità?
Io ho un team diverso, Bomba Dischi è una realtà intima in cui siamo tutti in famiglia e ognuno gestisce le cose come ritiene giusto, ma nel mio caso specifico, come persona prima ancora che come artista, perché gli artisti sono tutti diversi, visto che tutte le persone sono diverse, io cerco sempre di fare del bene nel mio piccolo e di schierarmi. E lo faccio da quando sono molto giovane, da prima ancora di essere un’artista.
In un ambiente dove molti hanno timore a dire quello che pensano…
Posso parlare di me, però io da sempre mi sento molto coinvolta e molto schierata. Ti faccio un esempio: quando andavo al liceo ero il capo del collettivo, a 15-16 anni avevo messo in piedi un corso sui diritti LGBTQ+ durante l’autogestione. E vengo da una famiglia di sinistra, quindi nasco automaticamente e fortunatamente schierata dalla parte dei diritti delle persone. Come sulle questioni sociali, non è una novità che io abbia cantato, al di là dei social, in luoghi come lo Spin Time occupato a Roma, oppure in eventi pro-Palestina. Uso la mia forma d’arte e i miei momenti sul palco per fare da megafono alle cose che mi premono. E che mi preme che il mio pubblico sappia di me.
Non hai mai pensato: questo non lo dico perché mi può causare problemi?
No, anzi dico sempre un po’ di più. È la formula che preferisco. Da grandissima logorroica di professione, da gran chiacchierona mi piace dibattere di certi temi con tutti. Che sia la Palestina o il diritto alla casa. Per me è giusto difendere gli spazi e i diritti di tutti.
Eppure il mondo, almeno in Occidente, sembra spostarsi sempre più verso un ritorno a vecchie ideologie, a muri da ergere, a discriminazioni per paura del diverso.
Io ho una grandissima fortuna e un grandissimo privilegio, che è l’essermi costruita una vita per me ideale. Però quando si ragiona su certi temi bisogna ragionare pensando a chi quelle stesse possibilità non le ha. Per questo sono preoccupata, anzi sono spaventata, perché sembra proprio che non si riesca a capire: c’è una grandissima nebbia nella società, non si capisce più cosa può fare bene o male al mondo e all’Italia.
Tu da cosa partiresti per diradare la nebbia?
C’è un gigantesco bisogno di ricerca. E mi piacerebbe che partisse dai più piccoli. Prendi l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole: serve a toccare temi come la disparità di genere, la violenza, la divisione assurda tra quello che è da maschio e quello che è da femmina, ma anche il razzismo, tutte cose ancora profondamente radicate in Italia. E mi farebbe piacere che si desse fiducia ai più piccoli, per farli crescere con idee diverse. Perché i bambini sono figli di quello che gli insegnamo. Io ho avuto la fortuna di essere figlia di tante cose positive, che mi ha insegnato soprattutto mio padre. Ma quando non sei figlio di un’educazione politica, sociale e affettiva di un certo tipo, è ovvio che rischi di perderti.
Cosa vorresti da questa società che oggi non riesci ad avere?
Io vorrei tanto una famiglia, crescere i miei figli in Italia, e una dimensione diversa per le nuove persone che nasceranno e cresceranno in questo Paese o nel mondo. Vorrei che qualcuno capisse che stiamo totalmente sbandando. Io provo a farlo capire: posso provarci con questa intervista, a un concerto, mettendoci la faccia, ma si deve muovere tanto altro intorno: se non dall’alto, almeno dal fondo.
Non sarà che Tutti tornano a casa, a un ascolto più attento, è un po’ il racconto della tua personale Odissea?
Io mi auguro che le persone al primo, al secondo, al decimo ascolto piano piano lo capiscano sempre di più. Sono stata molto meticolosa, molto pignola, ho voluto fortemente questi brani, anche se ne avrei potuti scegliere altri 30 ma non mi soddisfacevano al massimo. E sono contenta perché ognuno di questi brani, quando li ascolto, mi portano da qualche parte. L’ho scritto io, quindi è normale che ricordi distintamente cosa pensavo, cosa provavo, con chi ero, dove ero. Però, al di là dell’ascolto da madre di queste canzoni, mi arriva sempre un’emozione o un colore diverso da quello di prima. Questo mi rende felice e spero renda felici anche gli altri.















