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Ardecore, Belli de mamma Roma

'996' è il primo di due album basati sugli stornelli di Belli, cronista di una città che non c'è più, poeta delle piccole cose. «Recuperiamo valori che sembrano morti e che possono essere ancora vivi»

Gli Ardecore di fronte al monumento a Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863), a Roma

Foto: Daniele L. Bianchi

La settimana scorsa gli Ardecore hanno pubblicato 996 Le canzoni di G. G. Belli Vol. 1, la prima parte di un doppio album, cui seguirà un libro, che mette in musica 28 sonetti scelti tra i 2279 prodotti dal più prolifico, penetrante e geniale degli autori di poesia dialettale dell’Ottocento italiano.

Dopo aver riarrangiato le prime incisioni di musica popolare romana anteguerra, dopo aver rigenerato i codici sonori degli stornelli e il dna degli stornellatori, con questo quinto lavoro potrebbe culminare lo sforzo considerevolissimo che il progetto Ardecore sta compiendo nello scrivere la sua audio-enciclopedia dello spirito di Roma; e tanto più l’operazione è considerevole quanto più, oggi, una città come Roma sembra voler sempre fare a meno di una sua spiritualità, religiosa o laica che sia. Probabilmente non c’è mai stata nella storia della musica un’operazione del genere dedicata al suono di una città.

Complici la voce profonda di Giampaolo Felici e il rintoccare severo e inflessibile delle note dell’ensemble che Felici ha messo insieme con Adriano Viterbini e Gianluca Ferrante, questo è un disco che si ascolta come se fosse musica da camera iperbarica, fino a che dalle cuffie non affiorano i primi segnali di contemporaneeità: clacson incazzato, gabbiano molesto, romano incazzato e molesto; e si realizza di colpo che niente è più attuale di chi è determinato a essere fuori dal tempo.

Di 996 (che sta per GGB in leet speak ante litteram), dedicato sia ai fanatici di lungo corso di Giuseppe Gioachino Belli, sia ai sostenitori più occasionali di Roma e della sua possibilità di risollevarsi mediante la poesia, abbiamo parlato con Giampaolo Felici.

Da dove parte il progetto Ardecore?
Abbiamo voluto partire da alcune radici musicali ben precise, per rifare un percorso che è un po’ la nostra versione di come quelle radici sarebbero potute crescere.

Grazie a delle radici linguistiche ancora più precise.
La parte dialettale è sì importante ma, molto spesso, è stata vista come l’aspetto centrale della nostra produzione. In verità, agli inizi, l’aspetto linguistico è stato parallelo al grande sforzo sulla musica, sugli arrangiamenti. Si trattava di aggiungere un nuovo piano ritmico alle melodie e al bel canto, rifacendo, un secolo dopo, quello che era successo alla tradizione della musica afroamericana.

Le vite parallele dei folk: romano e americano.
È questa la nostra idea di musica contemporanea. Un’operazione proiettata al futuro che però ha un’origine indubitabile.

Giuseppe Gioacchino Belli è stato e per certi versi è ancora l’anima blues di Roma. È colui che, al culmine della magnificenza più plateale della città, ne cantava le ugge, le stonature, le contraddizioni, e soprattutto lo faceva sempre mettendosi dalla parte del popolo. Chi potrebbe essere il Belli di oggi? Diciamo potrebbe, perché temiamo che sia un po’ dormiente.
Credo che uno dei grandi meriti del Belli sia aver fatto un lavoro di cronaca senza mai trascurare la poesia delle piccole cose e delle piccole persone che gli vivevano intorno. Del resto il Belli è una figura che parte proprio dagli strumenti del cronista e che, usando le parole di un popolo (come lo definisce lui) ignorante e anche un po’ idiota, spesso analfabeta, fa diventare poesia qualcosa che era già presente naturalmente nelle voci che trascrive e sublima. Non era un’operazione semplice perché quello che scelse come fonte era un mondo chiuso su sé stesso. Non dimentichiamo che Roma, quando i bersaglieri entrarono a Porta Pia, contava a stento 250 mila abitanti. Una dimensione ora inimmaginabile, anche se nella città odierna non mancherebbero di certo né i muri né le possibilità di farvi breccia. Per tutto questo direi che oggi l’eredità del Belli potrebbe essere colta, più che da un artista, da un grande giornalista.

Quando e come è nato il tuo interesse per l’opera belliana?
Giocando in casa, di base, c’è sempre stato. Il tema Belli è straordinariamente interessante perché è la fotografia dell’ultimo momento in cui una società, a fine Ottocento, comincia un processo di cambiamento lunghissimo che la porterà a diventare quella che è adesso. Si tratta dell’ultimo scatto possibile di un mondo che non sarebbe più esistito. Nessun altro scrittore ha prodotto questo tipo di immaginario di Roma. E noi, che abbiamo sempre voluto guardarci indietro ascoltando registrazioni di epoche passate, questa volta abbiamo voluto andare ancora più nel profondo, attingendo a un periodo storico di cui non c’erano neanche un’incisione.

Belli potrebbe costituire un punto fermo nel vostro percorso?
Potrebbe essere anche l’ultimo disco di questo tipo, oppure potremmo andare avanti per altri dieci. Di fatto è stato un passo importante e difficile, perché un conto è rielaborare canzoni e un altro è creare un discorso musicale originale a partire da componimenti poetici. Forse l’idea di trasformare il Belli in canzone è stata un po’ arrogante. Ci abbiamo però messo dentro una tale fetta di sentimento che ci sentiamo comunque ripagati e tranquilli.

Nei testi siete caratterizzati chiaramente da un intento filologico, testimoniato dal fatto che ci avete fornito un libretto con tanto di note a piè di pagina che ci ha emozionato per la cura con cui era confezionato. Ma dal punto di vista musicale – con tanti diversi generi che convivono nel disco – come avete agito?
Molto è stato determinato dall’ispirazione del momento. C’è da premettere che la scelta tra 2000 e passa sonetti non è stata una cosa semplice, prima di tutto perché molti di essi affrontano temi lontani dal tipo di scrittura che usiamo noi. Fatta la scelta, però, l’idea del suono è stata spesso immediata. Il sonetto ci indicava da sé elementi come il portamento, il genere, il ritmo su cui muoverci; se sarebbe stata una banda o una tarantella, un flamenco o un bolero. Abbiamo cercato di tenerci più larghi e con meno dogmi possibile.

Il Belli era la voce del popolo romano nell’epoca in cui esso non ne aveva una. Oggi che i romani — così come chiunque altro al mondo — hanno finalmente la possibilità di diffondere i propri versi e richiami attraverso strumenti di comunicazione potentissimi e onnipresenti, c’è ancora l’esigenza di distillare la voce di Roma in uno sforzo artistico?
Sì, perché secondo me la voce di Roma, nei mille rivoli tramite i quali può diffondersi oggi, ci arriva troppo deformata e poco vera. È una forzatura su un certo tipo di romanità. Naturalmente non avviene solo in campo musicale, anzi. La fanno da padroni la cinematografia e la televisione. Questo accade ovviamente per via dei tanti cambiamenti che Roma ha dovuto e deve affrontare. Ma è anche per via di quello che viene fatto artatamente, per convenienza, da chi si occupa di rappresentarla.

Esiste ancora un popolo di Roma?
Il popolo di Roma, rispetto ai 250 mila di cui sopra, è un altro mondo. Roma è fatta di secoli e di millenni e nasce come un coacervo di razze e di etnie. Ma non è tanto questo il problema della Roma attuale, anche perché forse non è così distante da quello che era la Roma imperiale. Penso che la mancanza di cultura e di attenzione alla propria storia non costituisca di per sé la causa dell’attuale decadenza della città. Il Belli ce lo ha mostrato in modo esemplare. Sono altri i motivi che la rendono decadente.

Per esempio?
Il fatto di volerla raccontare sempre allo stesso modo. Poi la velocità dei cambiamenti in corso, rispetto ai millenni di storia, contribuisce ulteriormente ad affievolire il sentimento di amore verso la città. È come se molti romani contemporanei non abbiano avuto il tempo e il modo di percepire Roma come la loro città. Di conseguenza essa è piena di persone che non la amano e che non la sentono propria. Chissà, forse ci vorranno un paio di generazioni, o un paio di secoli, e magari andrà meglio.

Quando le nuove generazioni di vostri colleghi che vivono a Roma e cantano di Roma usano il dialetto, lo fanno affiancandolo a un impasto di neologismi e forestierismi da cui nascono le lingue tipiche di espressioni artistiche come il rap, la trap o il cantautorato indie. Da una parte questa è la lingua che parlano i ragazzi, dall’altra queste produzioni la influenzano. Come inviteresti all’ascolto del vostro disco un ragazzo che ama Roma, ama la musica ma fino ad ora ne ha avuto un’esperienza così diversa da quella che proponete?
Penso che quello che succede nel rap o nella trap attraverso forme espressive dialettali sia un fenomeno positivo. Chiaramente i media come la televisione o i social influenzano enormemente questa tendenza. Ma è ancora più interessante scoprire ciò che quei linguaggi ti raccontano di una società più nascosta, fatta di strade, quartieri, pusher e di tutto quello che questi elementi e ambienti comportano.

Belli idealmente potrebbe essere uno della gang?
Quel che è certo è che è difficile dare un consiglio a giovane ascoltatore su come approcciarci. Certamente un’operazione come la nostra è utile soprattutto a chi si dispone verso Roma nel modo più garbato e moderno possibile. In più ci vuole tanta curiosità: ad esempio quella di ritrovare nella lingua del Belli, di cui cerchiamo di rispettare il più possibile le pronunce, i fondamenti di quella di oggi. Come si dice: lingua toscana in bocca romana. Il fatto che il nostro percorso sia anche musicale aiuta a tenere desta l’attenzione sui suoi elementi più complessi.

La lingua scelta dal Belli era un dialetto che all’epoca della pubblicazione dei suoi sonetti era «favella non di Roma, ma del rozzo e spropositato suo volgo». Oggi che invece il romanesco suona alle orecchie dei romani antico e quasi aristocratico (perché alto e non sempre comprensibile da tutti), che significato assume, secondo te, proporlo così in purezza? È come farne una specie di vulgata al contrario, non dall’alto verso il basso ma da quello che un tempo era il basso verso l’odierno, onnipresente, medio?
Io non la sento tanto una vulgata al contrario. In fondo si tratta di riportare all’attualità non solo aspetti linguistici ma anche valoriali della produzione del Belli. Nella scelta antologica che abbiamo fatto c’è proprio l’intento di riportarlo all’attenzione più generale. Fa un effetto straniante pensare che il popolo possa essere cinico come è oggi mentre si ascolta un pezzo come La carità, in cui una madre dice al figlio di non far finta di non vedere qualcuno che sta peggio di lui e lo incita a dargli una mano. Per noi questo significa evidenziare delle situazioni in cui l’ignoranza, e perfino l’analfabetismo, non impedivano a certi temi di entrare nella vita delle persone. Una forma di educazione basilare anche per chi non ha cultura.

In effetti quando ascolti il disco, già dalla prima traccia, certi elementi di attualità ti colpiscono come uno schiaffo in faccia. Pensiamo alla descrizione del Campo vaccino, e non solo al continuo altalenare tra significanti e significati alti e bassi di quello che intravediamo nelle parole del Belli, ma anche quell’ultimo verso che, cantato oggi con la tua voce, sa di violazione di qualcosa di ancora più sacro delle rovine di un tempio: la possibilità che qualcuno possa venire da un altro mondo e portarcele via. Per giunta un russo!
Quel pezzo è stato assurdo fin dal titolo, che casualmente si va a scontrare col Covid. E alla fine c’è pure il russo che si vuole comprare l’Arco di Giano. Tra l’altro è stato il primo brano che abbiamo scritto. È una specie di Mirabilia Urbis che racconta con enfasi una Roma antica che è anche molto immaginaria, se pensi che il ponte di trecento colonne di cui si parla, che collegherebbe il Colosseo al Campidoglio, in realtà non c’è mai stato.

La paura che qualcuno ci derubi di qualcosa che non abbiamo mai avuto.
Sì, ma è comunque un sentimento importante. Un altro aspetto interessante di lavorare su componimenti poetici di questo tipo è quanto ti puoi divertire a trovarci nuovi livelli interpretativi.

Il leit motiv della “testa de morto” domina il disco, comparendo anche nella copertina. Cosa simboleggia quel teschio?
C’è un riferimento al nostro modo catacombale di operare. Recuperare valori che sembrano morti ma che, in qualche maniera, possono essere ancora vivi. È un po’ il senso di tutto il nostro lavoro. Il fatto che, infine, sembri un po’ rock non guasta.

Che libro sarà il progetto editoriale che seguirà al secondo disco dei sonetti?
Ci sarà l’introduzione di un grande specialista del Belli come Marcello Teodonio, uno straordinario imprimatur da parte del Presidente del Circolo Belli di Roma. In più ciascuno dei 28 sonetti avrà una sua copertina illustrata che darà il là al testo, alla partitura, alle note.

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