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Arcade Fire, prima persona plurale

Ne usciremo solo assieme, dicono Win Butler e Régine Chassagne in questa intervista sul nuovo album 'We', la voce di Peter Gabriel, la letteratura russa e la verità di oggi, che è l’errore di domani

Arcade Fire

Foto: Michael Marcelle

La prima cosa che viene da pensare ascoltando We, il nuovo disco degli Arcade Fire, è che sarà bellissimo sentirlo dal vivo. Non c’è una vera evoluzione in questo sesto album della band nata nel 2001 a Montréal, ma c’è tutto ciò che serve per godere dello spirito al contempo introspettivo e catartico che Win Butler, Régine Chassagne e soci sanno instillare nei loro dischi a colpi di momenti intimi e sognanti e crescendo epici, indie rock corale e ritmi ballabili, il tutto ottenuto con un atteggiamento da ensemble orchestrale abile nel far dialogare chitarre, violini e violoncelli, congas, arpa e pianoforte, fisarmonica, fiati e sintetizzatori.

In We, prodotto dalla coppia Butler-Chassagne, marito e moglie, con il britannico Nigel Godrich (già al fianco di Radiohead e tanti altri, oltre che negli Atoms for Peace e negli Ultraísta), si torna a tratti alla magia di The Suburbs (2010), a un certo punto compare Peter Gabriel, si avverte la presenza dell’angelo protettore David Bowie, la riflessione esistenziale si nutre di ispirazioni letterarie preziose. E ad emergere è una lotta tra luce e tenebre che spiega la divisione del disco in due parti: il buio è l’isolamento individualista ed egotico; la luce affiora nella dimensione collettiva, nello spirito comunitario, in quel “noi” che durante i concerti degli Arcade Fire – dal prossimo tour senza Will Butler, che ha lasciato il gruppo – si trasforma in energia vitale, unendo pubblico e musicisti in una grande famiglia allargata. Che cosa c’è sotto? «Il periodo più lungo che abbiamo mai passato a scrivere, senza interruzioni», dice Win, in videochiamata su Zoom in compagnia di Régine e con indosso una maglietta con una foto segnaletica di Elvis Presley.

È vero, come ho letto, che prima della pandemia avevate un disco praticamente già pronto e che dopo l’arrivo del Covid vi siete rimessi a scrivere?
Win Butler: Ti dico com’è andata. Prima della pandemia avevamo già scritto parecchio materiale poi finito nell’album, da Age of Anxiety alle prime tre parti di End of Empire. Solo che un giorno, mentre eravamo nel nostro studio a New Orleans, dove ci vedi in questo momento, impegnati in un po’ di pre-produzione e a suonare con la band, abbiamo iniziato a ricevere notizie secondo cui stavano chiudendo i confini.
Régine Chassagne: E tutti sono dovuti tornare a casa immediatamente, capisci? Il mondo stava chiudendo i battenti.
Butler: Già, così ci siamo ritrovati io e Régine. E dato che nei mesi precedenti ci eravamo sentiti così ispirati, in quel momento ci ha preso la frustrazione: tutto d’un tratto non potevamo più stare con gli altri della band, ma volevamo ossessivamente trovare un modo per riunirci di nuovo da qualche parte. Come, però? Insomma, per un po’ abbiamo continuato a lavorare noi due sul nuovo materiale.
Chassagne: Assieme a Eric Heigle, ingegnere del suono che vive qui vicino.
Butler: Sì, dopodiché, essendo in contatto con Nigel Godrich da una decina d’anni e avendo saputo che in quel momento, probabilmente proprio a causa della situazione in corso, era libero, è finita che abbiamo registrato con lui a El Paso, in Texas, all’ombra del muro di confine con il Messico, che giace incompleto proprio intorno allo Studio Sonic Ranch, dove ci siamo ritrovati in formazione completa.
Chassagne: Siamo stati là circa un mese, ed era il picco della pandemia.
Butler: El Paso era la città messa peggio negli Stati Uniti, quanto a contagi.
Chassagne: Pensa che stavano usando i detenuti per portare via i corpi dei morti dagli ospedali.
Butler: Terribile, anche se per noi è stato anche un bel periodo, perché eravamo fondamentalmente nel mezzo del deserto e in compagnia: cucinavamo insieme, cenavamo insieme, la sera accendevamo il fuoco sotto l’incredibile cielo stellato del Texas. E tutto questo ci ha ispirato tantissimo, così come ha contato molto la fine della presidenza Trump, che già prima del Covid ci aveva regalato una fase buia in cui tutti parevano avere lo sguardo rivolto verso il basso, ogni entusiasmo sembrava scontrarsi con la spazzatura portata negli Stati Uniti da quel governo.
Chassagne: È che non sapevamo più cosa aspettarci: che cosa accadrà adesso?, era la domanda costante nelle nostre teste.
Butler: Già, e quando Trump ha perso è stato strano, perché eravamo entusiasti di poter dare finalmente il via a un nuovo sogno, ma al tempo stesso la pandemia ci trasmetteva una sensazione quasi da fine del mondo: sapevamo che in ogni caso niente sarebbe stato più come prima.

Il titolo del disco si rifà a We, romanzo distopico dello scrittore russo Evgenij Zamjatin scritto tra il 1919 e il 1921, in cui si parla di totalitarismo e sorveglianza di massa, temi molto attuali, vista anche l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin e il dibattito che si è scatenato su autocrazie e democrazie. Come mai Zamjatin? Nel suo libro gli individui sono sudditi di uno Stato unico il cui principio è che felicità e libertà siano incompatibili e dove si vive una vita asettica, dominata da numeri e priva di sentimenti, al punto che innamorarsi è reato e l’immaginazione qualcosa da estirpare.
Butler: Ho studiato russo a scuola, ho amato scrittori russi come Dostoevskij e Tolstòj, così come il cinema d’avanguardia russo. Da ragazzo consideravo quello della Rivoluzione russa del 1917-23 un periodo storico fantastico, Majakovskij era uno dei miei poeti preferiti, ma poi… Quando ho letto i romanzi del realismo socialista mi sono reso conto che c’era un problema, perché mentre quei libri descrivevano un’Unione Sovietica idilliaca, dove tutto andava bene, sapevamo di un sacco di gente morta ammazzata, inclusi tanti scrittori. Il libro di Zamjatin era stato censurato in patria, lui negli anni ’30 era riuscito a scappare in Europa e nel 1946 George Orwell aveva pubblicato una recensione di We, per poi scrivere il suo 1984 basandosi proprio su quella lettura. Perché Zamjatin è stato un visionario, un profeta: parliamo di uno che un secolo fa – un secolo fa! – aveva detto una cosa che mi è rimasta impressa, ossia che la verità di oggi è l’errore di domani. Dovremmo tutti tenerlo a mente anche adesso, perché, sai, ogni generazione crede di essere quella che cambierà il mondo, di essere la migliore, quella che insegnerà cos’è giusto non solo ai figli, ma anche ai nonni, e benché sia bellissimo pensarlo, persino eccitante, entusiasmante, ogni tanto bisogna mettere un freno.

I primi due brani dell’album, Age of Anxiety I e Age of Anxiety II (Rabbit Hole), si ispirano ad I Am Waiting, una poesia di Lawrence Ferlinghetti. Da lì si passa a End of the Empire I-IV, che evoca immagini di un’America emotivamente impoverita in cui le persone si rifugiano dentro se stesse, isolandosi. Dopodiché inizia la seconda parte del disco, in cui si lancia un messaggio di speranza auspicando una centralità della dimensione collettiva e della solidarietà reciproca, un superamento dell’individualismo. Come si è sviluppato tutto questo discorso?
Butler: Come dicevamo, avevamo pronte le prime tre parti di End of the Empire e non so perché, ma sentivo che quella traccia necessitava di una quarta parte. Poi un giorno ho letto un articolo su Sagittarius A*, il buco nero al centro della Via Lattea, e da lì ho iniziato a immaginarmi questo personaggio che desidera con tutte le sue forze andarsene via da qui, lasciare il pianeta, e guardando quel buco nero gli viene l’idea di poter fuggire attraversandolo. Ma quando approda là ciò che trova è se stesso, che è una metafora per dire che tutti proviamo a fuggire da noi stessi, ma non c’è alcun posto dove fuggire, perché beviamo tutti dalla nostra stessa sorgente e anche se abbiamo occhi che sono le nostre finestre sul mondo, sappiamo pochissimo su come funzionano e su come il cervello interviene sulla percezione della realtà, ma una cosa è certa: la realtà è sempre soggettiva. Oltre a questo, sulla realizzazione di We ha influito il fatto che durante la pandemia abbiamo trascorso molto tempo con nostro figlio, che adesso ha 9 anni. E suonerà come un cliché, ma dovremmo tutti essere aperti a imparare dai nostri figli, invece che aspettarci che siano loro a dover imparare da noi, perché i bambini hanno tantissimo da insegnarci, sono molto più connessi a Dio o a qualsiasi cosa ci sia lassù, visto che… sono qui da poco (ride).

Foto: Michael Marcelle

In Unconditional II (Race and Religion) compare al vostro fianco Peter Gabriel, per dire che “you and me can be we”. A parole sembra facile, vero?
Butler: A proposito di questa canzone, mi viene in mente che di recente mi sono imbattuto in questa gigantesca mappa genealogica che va indietro nel tempo arrivando a includere le vite di circa 30 milioni di persone, ed è qualcosa incredibile. Ecco, il punto di Unconditional II (Race and Religion) è che discendiamo tutti dalla stessa madre, tutti noi, e Régine questa cosa la sente in modo particolare, essendo cresciuta in Québec in una famiglia composta da persone di tante nazionalità diverse: i genitori sono haitiani, sua mamma ha origini per metà dominicane e per metà corse, uno zio è di colore, un altro bianco… Purtroppo la pandemia ha provocato in molti di noi una paura dell’altro che si è sovrapposta e aggiunta alla paura del diverso che già c’era, e oggi siamo divisi, ma questo rende ogni occasione d’incontro e aggregazione ancora più esaltante.
Chassagne: In fondo sia Unconditional I (Lookout Kid) sia Unconditional II (Race and Religion) parlano di amore incondizionato. Nel primo caso il pezzo è una lettera a nostro figlio, per cui l’amore incondizionato è quello che si prova all’interno della nostra cerchia di legami più intima, mentre Unconditional II (Race and Religion) parla dell’amore incondizionato che si può trovare all’esterno, in un contesto relazionale ben più ampio. Ma per me queste due dimensioni si equivalgono, perché sono consapevole che il mio nucleo affettivo più ristretto è e sarà l’ambiente esterno di qualcun altro, ed è una cosa molto importante da ricordare, anzi, bisogna urlarla ad alta voce, perché è facile farsi distrarre dall’idea che dobbiamo amare tutti e quindi non amare più nessuno.

Che cosa intendete dire?
Butler: Ne I fratelli Karamazov Dostoevskij affermava, parafrasando, che se ami l’umanità in generale, allora odi le persone nello specifico. Ossia: non c’è altro modo di amare l’umanità, se non amando le singole persone. Perché la nostra connessione con l’umanità avviene attraverso le persone e però, se possiamo amare solo individui perfetti, che non hanno mai commesso errori, che hanno idee politicamente corrette e bla bla bla, allora non c’è nessuno da amare, visto che la verità è che siamo tutti imperfetti e semplicemente proviamo tutti a fare del nostro meglio. Da questo punto di vista la relazione genitore-figlio è emblematica: non ami i tuoi figli perché sono intelligenti o simpatici, ma semplicemente perché esistono. È qualcosa di davvero potente, perché significa che l’umanità nella sua essenza vale di per sé e non importa dove sei nato, non importa il colore della tua pelle, non importa se hai talento o successo, queste non sono che contingenze, poi c’è l’amore autentico.

Chiaro, grazie di avere approfondito. Potreste anche raccontarmi della collaborazione con Peter Gabriel?
Chassagne: Siamo stati in contatto con Peter negli anni, noi abbiamo realizzato una cover della sua Games Without Frontiers e lui ha riletto la nostra My Body Is a Cage. Mentre lavoravamo a We è successo che siamo stati per un periodo a Londra e lì gli abbiamo chiesto di partecipare ad Unconditional II (Race and Religion). Inizialmente pensavamo avrebbe potuto suonare qualcosa, ma poi abbiamo pensato che sarebbe stato bello avere una terza voce nella canzone, per offrire un’ulteriore prospettiva.
Butler: Ed è stato incredibile vederlo cantare, ha una voce così meravigliosa, basta che apra bocca e dici: ah, cazzo, questo è Peter Gabriel!
Chassagne: Quando ero bambina, non essendoci Internet, era difficile recuperare musica, si ascoltava quella che passava alla radio. E lui, Gabriel, era l’unico che aveva inserito un po’ di world music nei suoi pezzi più di successo: percussioni africane, strumenti provenienti da lontano… Fu una scoperta preziosa per me.

E per la musica degli Arcade Fire, direi. Sapete che Gabriel ha uno studio di registrazione in Gallura, Sardegna? Vi aspettiamo in Italia per il prossimo album?
Butler: Sarebbe un po’ stressante…
Chassagne: No, sarebbe bellissimo, andiamo!

Il tempo sta per scadere. Dato che prima avete accennato alla questione del politicamente corretto, posso chiedervi che ne pensate, più nello specifico?
Butler: Ma sai, torniamo al discorso che facevamo poco fa sul fatto che ogni generazione pensa di avere scoperto la verità.
Chassagne: Ogni dieci anni abbiamo una nuova verità (ride).
Butler: Vedi, io, per esempio, tengo tantissimo alla salvaguardia dell’ambiente, credo nel pericolo che i cambiamenti climatici rappresentano per il pianeta e anche mio figlio conosce l’importanza di questa questione. Però quanto possiamo imparare noi da mio nonno che, sì, era un conservatore ed è rimasto tale per tutta la vita, ma viveva su un’isola del Maine usando pochissima elettricità e non buttava mai via niente? Possiamo imparare molto anche da chi non la pensa come noi e ci sembra totalmente diverso da noi. Basta con l’arroganza. Io credo di non sapere nulla, e forse il tono di questa intervista sarebbe stato differente senza tutti gli eventi drammatici che si stanno susseguendo nel mondo e in Europa, ma la realtà è questa e ora c’è anche una guerra che potrebbe condurci verso qualcosa di ben più distruttivo di una pandemia.

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