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Apparat: «Basta con i Moderat, la techno mi ha stancato»

Il Berghain, il club tourism di Berlino, la politica, il ritorno delle divisioni come al tempo del Muro. E un nuovo disco con cui allontanarsi dagli anni con i Modeselektor

Foto di Phil Sharp

Era il 2002 quando tre astri nascenti della scena berlinese decidevano di unire le forze in un progetto che, dopo un’iniziale falsa partenza, sette anni dopo avrebbe conquistato i palchi mondiali sotto il nome di Moderat. Il primo album omonimo e un’esplosione che riportò la musica elettronica al centro della scena, conquistando anche chi di Modeselektor e Apparat non aveva mai sentito nemmeno una nota. Un successo forse inaspettato per i tre producer berlinesi, improvvisamente davanti a un hype mastodontico – macigno che rischiava di schiacciare le rispettive carriere soliste, necessariamente messe da parte.

New Error, Rusty Nails, Bad Kingdom, inni elettronici figli dell’armonia tra due techno freak e un musicista dalle timbriche riservate, a tratti schive, che alla Roland 909 aveva sempre preferito la nostalgia di The Devil’s Walk, i glitch di Walls o Multifunktionsebene fino alle orchestrazioni di Krieg und Frieden, ultimo lavoro solista firmato da Apparat, uscito nel 2013. Per Moderat Sascha Ring si era trasformato in un frontman, anche se l’allure da popstar non gli era mai andata a pennello, né tantomeno se la era mai andata a cercare, come racconta il suono sfoggiato in LP5, nuovo album con cui Apparat sigla il ritorno da solista. Niente più synth bass o beat da mani al cielo, ma un ritorno deciso verso le origini, filtrate attraverso un suono molto più ‘umanizzato’ rispetto al passato, dove la sintesi rimane sullo sfondo, lasciando la scena alla strumentazione acustica.

Sono passati sei anni dal tuo ultimo lavoro solista. In mezzo tre album e centinaia di concerti insieme ai Moderat. Come ha influito l’esperienza con i Modeselektor sulla tua musica?
Gli anni con i Moderat hanno cambiato radicalmente il mio modo di fare musica. Ora non riesco più a comporre da solo, ormai sono abituato ad avere una seconda opinione durante il lavoro, uno sguardo ‘esterno’ che mi aiuti a superare i momenti di impasse. Nonostante avessimo molti contrasti, lavorare in studio con Gernot e Szary rendeva il lavoro molto più semplice perché quando mi bloccavo su un’idea la passavo a loro, ora faccio lo stesso con il mio violoncellista, Philipp, che ha co-prodotto LP5 con me. In passato ero un maniaco del controllo, ma con i Moderat ho imparato a fidarmi degli altri.

Infatti, ascoltando LP5, sembra tu sia ritornato alle origini, ai suoni più intimi dei primi lavori. Dopo il successo mondiale con i Moderat sentivi il bisogno di ritrovare questa intimità?
Assolutamente, sentivo il bisogno di creare qualcosa di diametralmente opposto. Con i Moderat ho raggiunto un pubblico enorme, molto più vasto di quanto sarei riuscito a fare da solista. Mi sono tolto tante soddisfazioni e ora posso tornare a quello che ho sempre fatto, ai suoni che mi hanno sempre accompagnato, senza più dover dimostrare niente a nessuno. Dopo anni in cui tutto doveva essere ‘grandioso’, dal suono nei dischi fino ai concerti, sentivo il bisogno di ritrovare un lato della mia personalità che avevo messo da parte.

Hai ascoltato Who Else, il nuovo album dei Modeselektor? Cosa ne pensi?
Sono andato a vedere il loro show al Berghain e, come sempre, mi hanno fatto rivivere le stesse sensazioni di quando mi sono trasferito a Berlino più di vent’anni fa, quando i Modeselektor suonavano praticamente a ogni serata. Tuttavia su Who Else ho opinioni contrastanti. È un ottimo album, ma in questo momento lo sento ‘lontano’ da me perché, a essere sincero, sono un po’ stanco della club music. Credo che, come me, Gernot e Szary avessero bisogno di tornare alle origini, e nel loro caso è la techno di cui, al momento, sono saturo.

D’altra parte i tuoi lavori sono sempre stati lontani dal suono tipicamente berlinese, intendo la minimal e la techno.
Con la techno ho una storia di odio e amore. Fino ai venticinque anni non ascoltavo altro, ero praticamente all’oscuro di tutto il resto. Poi ho scoperto che c’era tantissima altra musica, e quella è stata la prima volta in cui la dance music ha iniziato ad annoiarmi. Ho iniziato ad ascoltare tantissimo post rock e neoclassica. Poi sono arrivati i Moderat, e ho riscoperto il mio grande amore per la techno. Ora invece ascolto quasi esclusivamente jazz, Sun Ra in particolare. Nell’elettronica mi piacciono molto i Visible Cloaks.

Foto di Phil Sharp

Credi che il successo dei Moderat abbia contribuito a sfatare lo stereotipo per cui la scena elettronica berlinese è sinonimo di techno?
Lo spero, se fosse così ne sarei orgoglioso. Vivo a Berlino da tanto tempo ormai e ricordo che, quando arrivai, in città esisteva una scena enorme di musica elettronica altra dalla techno, ottime label che pubblicavano dub, ambient, indietronic. Poi il Berghain è diventato famosissimo e il mondo ha iniziato a vedere Berlino soltanto attraverso la techno. Forse abbiamo aiutato a scalfire questo stereotipo, e sarebbe ottimo perché a Berlino c’è tantissima buona musica, non solo la techno.

Parlando del Berghain, la scena club è diventata sempre più ‘turistica’. Credi che la fama internazionale con i Moderat abbia contribuito a questo processo?
Non penso. Onestamente credo che il Berghain sia molto più famoso dei Moderat, tutto il mondo conosce quel club anche senza di noi. Inoltre molte persone nemmeno collegavano i Moderat a Berlino; spesso mi è capitato di parlare con dei fan che rimanevano stupiti del fatto che provenissimo da questa città, proprio perché non facevamo techno dura e pura, perché non rispecchiavamo il solito cliché.

Dopo il punk, la techno e la scena rave sono state l’ultima vera rivoluzione culturale trainata dalla musica. Credi possa succedere di nuovo?
Sarebbe ora. Il punk è nato a metà anni ’70, la techno nei ’90, a vent’anni di distanza l’una dall’altra, per cui una nuova rivoluzione musicale è già in ritardo (ride). Non posso dire granché sul punk perché non l’ho vissuto, ma so bene come è nata la techno a Berlino. Certo arrivava da Detroit, ma è qui che è diventata grande. Qui in Germania è stata parte centrale di un cambiamento politico e sociale. Erano gli anni della riunificazione e le persone volevano tornare a connettersi, in questo la techno è stata centrale. Nell’est avevamo questi spazi immensi abbandonati, da cui tutto è partito, la gente veniva dall’ovest ai nostri party, era come se la techno incarnasse la nuova era.

E oggi?
Stiamo affrontando sfide completamente diverse ma una cosa sta tornando simile a quegli anni: la politica. Viviamo in un’epoca in cui protezionismi e nazionalismi stanno tornando a dividerci e, personalmente, sono molto preoccupato che si superi il limite, che si arrivi al punto in cui l’odio spinga le persone troppo oltre. In passato siamo riusciti a esprimerci con la cultura, inventando nuove forme d’arte di cui la techno è un esempio che spero possa replicarsi oggi con qualcosa di nuovo e interessante. Durante la riunificazione della Germania si avvertiva la necessità di tornare a connettersi gli uni con gli altri, ma ora la situazione è un’altra, con i social è cambiato tutto. Forse un giorno anche i social passeranno di moda e non influiranno più così tanto sulle nostre vite. Almeno spero.

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