Antonella Ruggiero: «Non sento i Matia Bazar dal 1989» | Rolling Stone Italia
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Antonella Ruggiero: «Non sento i Matia Bazar dal 1989»

Ha lasciato la band perché era diventata routine. Da allora, ha battuto strade lontane dal pop e non si è più guardata indietro. Lo racconta qui, dai viaggi in India al nuovo ‘Come l’aria che si rinnova’

Antonella Ruggiero

Foto: Ludmila Ivashova

Antonella Ruggiero è una donna solida, che risponde in maniera diretta. Può sembrare ruvida, ma non lo è. È consapevole. Di tante cose. Del suo essere artista, di quanto è importante l’evoluzione nel suo lavoro e nella sua umanità. Per questo ha messo alle spalle il suo successo pop in nome di una ricerca continua tra folk e musica sacra. L’intera produzione discografica è ora disponibile sulle principali piattaforme digitali. Stiamo parlando di 27 album e 372 canzoni, che includono live e chicche come And Will You Love Me scritta e arrangiata da Ennio Morricone. Non finisce qui: la cantautrice ha tirato fuori anche Come l’aria che si rinnova, collezione in cui rielabora e riarrangia 18 brani scritti da e per lei tra il 1996 e il 2018. E proprio da questo parte la nostra chiacchierata.

Come ha scelto le canzoni da inserire in Come l’aria che si rinnova?
Non è stato semplicissimo, perché sono moltissime. Sono legate ai due anni passati e questo momento nerissimo legato alla guerra. Contengono qualche pensiero malinconico e forse scuro. Non c’è una precisa volontà, se non queste sensazioni.

Ricantandole, cosa ha capito del suo percorso?
Sono pezzi ripresi dai vari lavori fatti dal 1996 al 2018. In ogni decennio sono successe cose e ho fatto esperienze molto interessanti: mi sono spostata dal pop alle musiche popolari, sacre, contemporanee di Adriano Guarnieri. Ho camminato tanto all’interno della musica, sembrano cose apparentemente lontane l’una dall’altra, ma secondo me non è così quando le si sente profondamente e le si sceglie.

Il suo avvicinamento alla musica sacra è avvenuto perché il mainstream l’ha delusa?
L’interesse per la musica sacra è partito quando, a 8 anni, ho ascoltato l’organo liturgico nell’antica chiesa a Santa Maria di Castello, a Genova. Ero con mio nonno e l’impatto sonoro mi ha stravolto. Una cosa che mi è rimasta per sempre, fino a quando, nel 2001, ho iniziato a fare ricerca sui brani legati alla musica sacra nella sua totalità, con concerti in luoghi particolari.

Tipo?
Nell’unica sinagoga di Berlino rimasta in piedi nella Notte dei cristalli. Oppure a Fez, in Marocco, dove c’è un festival di musica di questo tipo. Ho fatto ricerca in quella indù, in India. La musica è a disposizione di tutti, ma andando indietro nel tempo ancora si trovano cose stupefacenti. Per me è la base di tutto: stupirmi, a livello emotivo.

Ultimamente cosa ha fatto?
Una delle ultime cose è stato un concerto, poco giorni prima del lockdown, nella Basilica di Sant’Antonio a Padova, nell’anno legato alla pace. Era zeppa di volontari, persone straordinarie che da lì a qualche giorno si sono dovute dare da fare per la pandemia. Il live registrato in quell’occasione è diventato Empatia, con musicisti provenienti da diversi mondi sonori. C’è una commistione tra quello che amo: strumenti antichi, elettronica, classici diventano testimonianza di qualcosa che ha un valore.

Lei ha fede?
Cosa intendiamo per fede? Tutte le religioni contengono dei percorsi. Io sono libera da questo genere di cose. Mi rapisce la natura. La geometria anche del vegetale più piccolo e apparentemente insignificante ha qualcosa di miracoloso. Mi affascina tutto quello che avviene a livello naturale, gli animali, la botanica. Se ho fede ce l’ho in quello che vedo: cose meravigliose che distruggiamo.

Ha visto che durante la pandemia gli animali sono tornati a farsi vedere?
È stato bellissimo osservarli fare capolino e riprendersi il territorio, immagini che non pensavamo di vedere.

Ci ha insegnato qualcosa la pandemia?
Mi sa di no, non più di tanto. All’inizio, apparentemente, l’essere umano che dà una mano all’altro, l’essere un tutt’uno nel delirio della paura, della grande preoccupazione. Poi sono venuti fuori i lati oscuri brutti, antipatici e pericolosi delle persone. Finita questa storia è iniziata la guerra e chissà cosa dovremmo affrontare a livello sociale. Non credo il mondo sia diventato migliore.

Facciamo un passo indietro: l’esperienza con i Matia Bazar cosa le ha dato e cosa le ha tolto?
Ho iniziato insieme a loro che avevo 22 anni e mi sono trovata – volontariamente, ovviamente – su un palco a cantare, senza averlo mai fatto da nessuna parte. Pensavo di dedicarmi alle arti visive, sapevo di avere una voce, ma era una questione mia, personale. Sono diventata cantante senza che spingessi per farlo.

Cioè?
Un amico ha insistito affinché facessi una prova con quelli che poi sono diventati i miei soci. Ci siamo messi in cammino da Genova, siamo arrivati a Milano e, in poco tempo, abbiamo raggiunto varie parti del mondo. Il successo è arrivato repentino: per 14 anni abbiamo viaggiato e fatto grandi esperienze insieme legate al lavoro. Un gran bel ricordo.

Bene, ma cosa le ha tolto quell’esperienza con i Matia Bazar?
La quotidianità, sicuramente. Quella te la dimentichi. Perciò a un certo punto mi sono fermata: volevo tranquillizzare mente, corpo e tutto, allontanarmi da questo genere di cose molto impegnative come i concerti, i dischi, la promozione. Era diventata una routine e un lavoro creativo non può avere a che fare con la routine. Perché poi si diventa una macchina, si mette da parte chi si è veramente.

Così ha detto stop.
Mi sono fermata per sette anni riprendendo quando me lo indicava il mio istinto, facendo tutte quelle esperienze che ho fatto e continuo a fare.

La separazione dai Matia Bazar è dovuta solo a questi motivi o ce ne sono anche di natura artistica? Dopo che ha lasciato la band ha virato prima più sul rock con Laura Valente e poi sul pop più commerciale con Silvia Mezzanotte. Lei desiderava andare in un’altra direzione?
Quando fai parte di un gruppo di lavoro ogni testa va per la sua strada, la sua dimensione. Bisogna mediare e la mediazione può essere valida, ma fino a un certo punto. Dopodiché ho ritenuto conclusa quell’esperienza artistica e umana. Lavorando gomito a gomito per tanti anni, in esperienze così intense, si rimane per sempre amici. Anche se due di loro non ci sono più, nel pensiero rimangono.

Quindi comunque vi sentivate…
No, no, non ci siamo più sentiti dall’89.

Ma davvero?
Questo non vuol dire che col pensiero non ci fosse questa amicizia. Non ci siamo lasciati con i coltelli.

Però questa cosa mi fa pensare che, magari, non hanno preso benissimo la sua scelta.
Ho avvisato tutti un anno prima, ho portato a termine il mio impegno fino all’ultimo concerto. Non sono andata via dalla sera alla mattina. La professione deve essere sempre onorata. Per me è stato così.

Ma c’è chi non l’ha presa bene?
Nei divorzi c’è sempre qualcuno che ci rimane maluccio, ma hanno capito il perché, di fronte alla vita.

Insomma, fino a prova contraria non si è in carcere.
Precisamente.

Tante band si sono riunite nella formazione originale, a voi lo hanno mai chiesto?
Voi chi? Io parlo per me. Negli anni sono arrivate proposte, ma ho sempre detto di no. Bisogna lasciare un buon ricordo, per come la penso io.

Si è mai chiesta perché molti fan e addetti ai lavori continuano ancora a pensare a lei come la voce dei Matia Bazar?
Eravamo persone che facevano brani interessanti. Ed eravamo determinati a fare quello che ci pareva, non quello che, eventualmente, poteva essere indirizzato dall’esterno. Eravamo molto particolari e questo è rimasto, come Peter Gabriel per i Genesis.

La produzione più bella fatta con i Matia Bazar?
Due canzoni specialmente: Vacanze romane, nel periodo elettronico e Ti sento che ci ha visto nelle classifiche d’Europa.

Il successo le ha permesso di fare delle cose inaspettate.
Negli anni ’70 ci ha fatto partire per il mondo: Siria, Unione Sovietica e Cile con la dittatura. Attraverso la musica ho visto il mondo cambiare. La nuova realtà non l’ho ancora collegata alla musica, se non alla volontà di mettere in rete tutto.

Cioè?
Due anni fa avevo deciso di togliere tutta la mia produzione dalla rete. E adesso, dopo pandemia e guerra, ho pensato che la musica dovesse uscire, viaggiare. Le persone che mi hanno scritto da diverse parti del mondo, dicendo che non trovavano certi brani, adesso hanno a disposizione tutto quello che ho fatto. Una scelta legata a questo momento oscuro di cui non vediamo l’uscita.

Durante la sua assenza dalle scene ha mai pensato di non tornare più?
No, no, sapevo che sarei tornata. Sapevo di dover passare un tot di anni per ritrovare la voglia. Ho sempre avuto certezza di riprendere la mia storia personale.

Cosa ha fatto in quei sette anni?
Ho viaggiato e fatto cose che rimandavo quando ho iniziato a fare musica. Quando sei in una band ci sono regole da seguire e non si può assentare per tre mesi. A volte quando devi fare una cosa ti devi fermare.

Il suo ritorno è coinciso con l’album Libera. Che cosa ricorda?
L’ho realizzato quasi del tutto in India, ed è stato interessante vedere le modalità di lavoro di un’India precedente alla tecnologia. L’ultima volta sono stata là nel 1996, l’ho vista ed era ancora molto bella, poi ci sono state le avvisaglie di un grande cambiamento e non mi ha più interessato andarci. Vivevo con la gente, i musicisti indiani, non dormivo nei grand hotel, ma era quello che da ragazzina volevo fare e non ho fatto.

Il ritorno discografico è stato difficile?
No, per niente, ho ripreso aprendo dieci concerti di Sting e da allora è partita nuovamente la storia, non ricordo tensioni di alcun genere. Ho ricominciato il mio lavoro come se lo avessi fermato una settimana prima, ho una dimensione del tempo non realissima.

Arriviamo a Sanremo. Nel 1998, porta Amore lontanissimo. Non si aspettava di vincere?
Io sapevo di non poter mai vincere Sanremo.

Perché?
Per vincere servono altre cose, non solo la bella canzone.

E cosa serve?
Bisogna volerlo a tutti i costi, bisogna esserci promozionalmente ovunque, comportarsi in maniera probabilmente diversa da come mi comporto io. Ma al festival è sempre stato interessante presentare qualcosa di nuovo. In una settimana c’è una promozione talmente intensa… ma la vittoria non è mai stata nei miei pensieri.

Le hanno mai chiesto di partecipare a Sanremo?
Se vuoi andarci devi proporre qualcosa, un brano, un progetto. Io dal 2014 non l’ho più fatto e se non lo fai…

Be’, Amadeus ha chiamato molti artisti, invitandoli a presentare brani. E infatti si sono visti cantanti che non si vedevano da un po’ al festival.
Credo abbia una fila molto lunga di persone soprattutto giovani – giustamente! – a portata di mano. Immagino gli arrivino proposte quotidianamente, perché dovrebbe chiamarmi? Ha una tale quantità di materiale sonoro su cui lavorare che penso abbia altro a cui pensare.

Ultimamente va di moda di unire artisti evergreen della musica italiana con nuove leve: Rettore e Ditonellapiaga, Colapesce e Dimartino con Ornella Vanoni, Achille Lauro e Fedez con Orietta Berti. Lei aveva anticipato tutti con Registrazioni moderne con cui duettava con i giovani di allora, Subsonica, Bluvertigo…
Eh sì, appunto. Una cosa fatta molto tempo fa e molto interessante. È stato semplice e normale fare un’esperienza del genere, vedere come gli altri, all’epoca giovani, potevano interpretare brani già esistenti e di successo. Una bella sperimentazione. Quindi già fatto.

Si può dire che ha lanciato i big di oggi.
Avevano le qualità che devono essere alla base di tutto. Come le hanno i Måneskin, che sanno suonare e sanno comportarsi nel mondo.

Le piacciono i Måneskin?
Sono bravissimi, sono stati professionisti da subito, da giovanissimi. E sono anche molto lucidi, molto attenti. Questo lavoro è una responsabilità, non è solo apparenza, anzi non lo è per niente. Il caso non è permesso a quei livelli. Bisogna supportare il successo con serietà e allora si trova la propria strada, come i Subsonica che restano molto interessanti.

A parte i Måneskin, chi le piace?
Non lo so. Faccio fatica, come tanti, a riconoscere il genio in suoni apparentemente uguali.

Effettivamente è sempre più complicato trovare l’originalità, anche se c’è.
C’è molta omologazione e questo è un peccato, ma in mezzo a questa grandissima quantità di suoni ci deve essere qualcuno che scrive in maniera profondamente diversa, che ha una mente differente, che non segue la moda, i like e tutte ‘ste cose qua, ma fa un lavoro interiore importante che poi diventa musica, testo, letteratura, cinema e arte.

I talent in questo, probabilmente, non hanno aiutato visto che vengono accusati di tirare fuori, spesso, voci che si assomigliano.
Eh, purtroppo si fa fatica. L’ultimo è Caparezza, ma ormai è un uomo fatto e finito. E poi anche Frankie hi-nrg mc ha scritto testi interessanti.

Le hanno mai proposto di fare il giudice a un talent?
Ma no! Io penso che nell’ambiente italiano, che è piccolino, si sappia se uno ha voglia di fare qualcosa oppure no. Non siamo in un Paese sconfinato.

Torniamo a Sanremo. Lo ha visto l’ultimo?
Quando non faccio concerti divento pigra, vado a dormire presto e mi alzo all’alba, anche alle tre o quattro di notte, a volte. L’ho visto a pezzettini, per capire come va a finire, chi ha fatto cosa, ma non l’ho visto tutto intero. Anche perché sto un po’ qui, un po’ a Berlino, sono distratta da altre cose, ma conosco la realtà del mio settore.

Lei nel 2007 doveva andare al Family Day, ma poi non ha preso parte all’evento. Cosa le ha fatto cambiare idea?
Ero partita per fare musica, poi ho capito quello che c’era dietro e punto. Stop.

Quindi non era contro l’estensione di certi diritti?
Io sono per la più totale libertà di espressione, più totale, laddove non c’è violenza di nessun genere. Tutto il resto sono politica e diatribe che non mi interessano e non voglio entrarci.

La libertà è una parola che ripete spesso. Deve essere proprio centrale, per lei.
Dovrebbe esserlo. Penso alla libertà di espressione di chi parla agli altri, alla mostruosità dei giornalisti messi in galera. Ognuno di noi deve fare le sue scelte personali liberamente. Stiamo ancora a parlare di queste cose? La preistoria.

È stata criticata sui social per il suo endorsement alle Sardine, per via di un disegno.
Criticata? Ma chi se ne importa. Sono una cittadina italiana che fa questo lavoro e dico quello che penso. Ma non voglio entrare in polemica. Ho visto quello che è successo con un disegno e per carità! Una parte di essere umani è veramente strana. L’ho visto con la pandemia e tutto quello che ha fatto venire fuori di negativo. Diventa sempre una lotta, un qualcosa che nulla ha a che fare la tranquillità mentale.

A cosa sta lavorando adesso?
A brani inediti che non hanno la forma canzone. Il laboratorio non chiude mai. Può piacere o no, ma uno fa esattamente quello che pensa sia giusto fare. È l’officina, il lavoro artigianale che amo fare in una dimensione molto antica, dove non c’è spazio per chiacchiere, frequentazioni inutili e mondanità.

Se dovesse definire la sua arte e, quindi, lei stessa?
Libera. Come da ragazzina, da bambina, tu sei tu, non cambi, la radice c’è. E ridi di tante cose fatte dagli adulti.

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