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Anna: «Ho sdoganato il rap femminile in Italia»

Col nuovo EP 'Lista 47' vuole normalizzare la figura della bad girl che rappa. E dei colleghi che scrivono testi non esattamente femministi dice: «Sti cazzi, è importante che siano corretti nella vita reale»

Anna

Foto: Federico Earth

La cover del suo nuovo EP, Lista 47, assomiglia a un flyer, un invito a un party, o meglio – come mi racconta Anna in una sala riunioni di Universal – «una festa in discoteca, colorata, con tanta musica e tanta gente, tipo quelle di Ibiza». Non male per una che ha iniziato solo tre anni fa nella sua cameretta a La Spezia facendo pezzi sulle basi prese da YouTube e che ora si è trasferita a Milano – dopo il successo nella mega hit Bando, mollando gli studi per la musica, un tasto ancora dolente. È qui che va in studio di registrazione con il suo produttore Miles: «Sento di essere cresciuta molto, sia artisticamente che personalmente».

Già, ma quale Anna è diventata ora che ha 18 anni? Quella che “parlo a mamma quando stiamo a tavola / scrivo la vita quello che mi capita / sperando che qualcuno mi capirà” (come rappa in Solo andata) o “quella tipa fa la loca / in giro fino al mattino / non le frega se fa un altro tiro” (da Loca)? «Sono tutte e due, mi piace il contrasto, il punto forte di questo EP è la diversità tra i pezzi: c’è il brano chill, dove parlo di me e di come me la vivo, e c’è quello dove non devi preoccuparti di nulla, ma solo ballare». Dopo due anni di pandemia, c’è grossa voglia di far festa, ma chi sono gli invitati al party di Anna? Qual è il suo pubblico? Quello che la segue su Tik Tok e che andrà a vederla questa estate durante il tour nelle discoteche? »Sono festaioli, gente che vorrebbe fare serata con me e che mi piacerebbe tanto incontrare, so che ci andrei d’accordo. I fan sono i miei amici; sono coetanei con cui potrei uscire, diventare amica. Mi sento una di loro».

Magari scatta anche un processo d’identificazione: «Sicuramente sono stata d’ispirazione a tante ragazze che non avevano il coraggio di esporsi, non solo musicalmente. Ho sdoganato il rap femminile in Italia». Ne parla come se fosse un genere ancora discriminato: «Voglio essere quella che porterà a considerare normale che una ragazza faccia questa musica in Italia». Però nel disco ha scelto solo featuring con maschi che non sono propriamente noti per lanciare nei loro testi messaggi d’inclusione e superamento della questione di genere. Parlo di Mambolosco, Slings, Rondodasosa: «Conta come sei nella vita reale, sono tutte persone molto rispettose nei confronti delle donne, non metterei mai nel mio disco chi maltratta o discrimina. Fa parte della cultura rap parlare delle ragazze in un certo modo, sti cazzi, non è un problema, è più importante che siano persone corrette dal vivo piuttosto che gente che nelle canzoni parla bene e a casa fa il contrario».

Ma per questo “problema” del rap femminile le cause vanno ricercate nel pubblico che non ascolta il genere o tra i colleghi che non danno spazio? «Nel pubblico, sicuramente, i colleghi vorrebbero che ci fosse una bella scena di donne. È un problema italiano, c’è troppa invidia e voglia di parlare male qua, mentre in America si apprezza se una cosa e buona, e basta».

Il riferimento è ai social, territorio dove convivono lover e hater, ognuno con le sue armi affilate. Le chiedo di Tik Tok, per me boomer una specie di grotta di Alì Babà dove la password apriti sesamo è criptata: «Tik Tok oggi è essenziale nella culturale popolare, se un pezzo parte lì allora è partito davvero». Non sarà un caso che la sua canzone Gasolina è numero uno sulla piattaforma vietata ai boomer: «Io faccio quello che mi piace, non penso alla hit. Spingo i brani in maniera spontanea, ma il lavoro lo fanno i fan, sono loro che decretano il successo». Le chiedo se ha la pazienza di spiegarmi cosa funziona di più per fare certi numeri, se il testo, un balletto, il ritornello: «Conta il ritmo, se spinge, se è catchy, può funzionare». Semplice, no? No, sono in pochissimi a riuscirci e Anna è una di questi, con mezzo miliardo di stream e 60 milioni di visualizzazioni per i suoi video.

Nel disco c’è uno skit con una voce di ragazza che dice che si stava per menare con un’altra nel negozio Victoria Secret. Anna mi conferma che è lei e il mio immaginario va dritto verso la colonnina destra di Repubblica.it con i video delle risse tra baby gang di ragazze: «Una volta ero in questo negozio e una tipa, maleducatissima, mi voleva superare. Mi sono incazzata, mi sono messa a litigare e poi ho mandato un messaggio a Miles che mi ha detto subito di volerlo usare per il disco». Puro statement hip hop, non è successo nulla, ma Anna non è una che si fa mettere i piedi in testa, parole sue: «Fa parte del rap questa cosa di mostrarsi aggressivi. Anche qui mi piace il contrasto; se mi vedi dal vivo sono una cucciolona, ma nella mia musica – con la cassa dritta – l’impressione è diversa».

Cucciolona che mostra il suo lato bad girl, ma non perde tempo a parlare di borsette Birkin o vestiti Gucci come fanno invece i suoi colleghi uomini. Anzi, lei si vanta di avere “gli occhiali da sole del bangla, niente Versace”. «Mi affascina l’immaginario di strada, amo il tamarro, lo sono anche io», racconta, «e poi io compro ancora le cose dai cinesi, ci sono dei vestiti bellissimi, anche se non disdegno il bling bling; quindi mi faccio la Birkin e la metto nell’armadio di fianco ai vestiti made in China. Ogni tanto puoi viziarti, ma devi sempre ricordarti da dove vieni, se vivi solo nel lusso cambi come persona».

Foto: Federico Earth

Il suo “da dove vieni” è il mare di La Spezia, dove si «resetta» quando torna, camminando sulla spiaggia: «Noi gente di mare siamo più legati alle cose semplici della vita: pescare, passeggiare, stare sugli scogli. E così rimaniamo con i piedi per terra». Anna sembrerebbe distante anni luce dal mondo di un’altra nuova stella del rap game, Rondodasosa, presente nell’EP in Babe, ma non è così: «Con lui c’è un’amicizia da prima che fossimo famosi. Nel 2019 facevamo serata insieme quando dalla Liguria venivo a Milano».

Sono curioso di queste serate tra Anna e Rondo: «Prendevamo in affitto delle case, magari nel quartiere Bovisa, e facevamo delle feste. Andavamo a ballare ai Magazzini Generali, o a bere nei bar di Brera, ed è da allora che diciamo di fare un pezzo insieme. Ci mandavamo i beat di YouTube, e adesso sono fiera di quello che è diventato, se lo merita». E probabilmente anche Rondo oggi userebbe le stesse parole per Anna.

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