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Anjimile è un prodigio del pop venuto fuori dal nulla

Le atmosfere di Sufjan Stevens, le melodie di Madonna e Michael Jackson, i poliritmi africani. E poi l’alcolismo, la transizione sessuale, la spiritualità. Storia di un debutto che dovete ascoltare

Anjimile

Foto: Kannetha Brown per Rolling Stone US

Anjimile Chithambo ha sempre cercato di fare la cosa giusta con i suoi studenti. Il cantautore originario di Boston insegna musica al doposcuola per bambini che vanno all’asilo e alle elementari, e tra il gioco delle sedie e progetti collettivi per costruire strumenti casalinghi, ha sempre cercato di piegare le loro menti facendogli ascoltare musica che va da Madonna a Sufjan Stevens. C’era solo un problema: i bambini non ne volevano sapere.

«Mi dicevano: ma che roba è? Non vogliamo mica ascoltare Madonna!», ricorda ridendo. «Mi hanno fatto capire quanto fossi vecchio».

Chithambo ha 27 anni, non è così vecchio (anche se lavorare con bambini nati dopo Poker Face di Lady Gaga farebbe sentire anziano chiunque). Oltre alle lezioni ha curato la pubblicazione dell’esordio del progetto Anijimile Giver Taker, per l’etichetta indie Father/Daughter Records. Da questa prospettiva, l’idea che non sia più giovane nasconde un fondo di verità. Nella ricerca perenne delle novità musicali del momento spesso volgiamo lo sguardo alle voci più giovani e c’è qualcosa di invitante in un artista come lui che arriva sulle scene con un po’ più di esperienza alle spalle.

Anjimile ha scritto e rifinito le canzoni di Giver Taker nel giro di sei anni, lo stesso periodo in cui ha smesso di bere e iniziato a vivere a pieno come persona trans non-binaria (in inglese utilizza indifferentemente i pronomi maschili al singolare e al plurale: he/him, they/them). Il disco è figlio di questi anni, è nato da una miscela di identità, amore, lutto, spiritualità, famiglia, fallimenti e possibilità. Il modo in cui le canzoni si sono trasformate nell’arco di anni, dagli arrangiamenti essenziali dei progetti Colors e Maker Mixtape del 2018-19 alle composizioni ricche e stratificate di Giver Taker, fa pensare.

Quei primi progetti sono usciti quando Anjimile stava trovando la sua voce, quando viveva e iniziava a suonare dal vivo nei locali di Boston. Nel 2018 ha partecipato al contest di Tiny Desk, il format di NPR, e un panel di WBUR l’ha nominato come miglior partecipante dello stato del Massachusetts. L’anno successivo, una sovvenzione di Live Arts Boston gli ha dato il budget per registrare Giver Taker. Anjimile dice che il suo obiettivo, questa volta, era trovare un’etichetta che portasse la sua musica a un pubblico diverso da quello di Boston.

«È eccitante, perché nell’ultimo decennio hanno sviluppato la loro scena, e ora possiamo intervenire e aiutarli ad arrivare a un pubblico nazionale, e speriamo anche internazionale», dice Tyler Andere, l’A&R di Father/Daugther che l’ha ingaggiato un anno fa. «Anjimile è uno degli artisti più adulti con cui abbia lavorato ed è importante coinvolgerlo anche nell’aspetto economico della cosa, in tutte le riunioni e i giri di mail, oltre che nella musica».

Anjimile ha scritto Giver Taker con il vecchio compagno di band Justine Bowe (leader del gruppo synth pop Photocomfort) e con il produttore e artista newyorkese Gabe Goodman. A partire da marzo 2019, hanno lasciato le loro occupazioni e hanno passato un weekend al mese in studi di Brooklyn, Boston e del New Hampshire. «Lasciavamo fluire l’energia musicale», dice Anjimile. Prima di tutto questo, il suo suono consisteva nella sua voce, la chitarra, occasionalmente la sezione ritmica e i sintetizzatori, insieme a tutti i rumori che riusciva a usare in Ableton. Non aveva mai pensato che le sue canzoni potessero suonare come in Giver Taker e ammette che all’inizio era diffidente. Quando Goodman e Bowe hanno inserito un solo di arpeggiatore alla fine della prima strofa di Your Tree, il brano che apre l’album, Anjimile dice di essersi chiesto: ma che diavolo stanno facendo alla mia canzone? Venti minuti dopo, aveva cambiato completamente idea.

«Mi hanno aperto cuore e cervello a una varietà di nuove influenze», dice dei suoi collaboratori. «Mi sembra che abbiano trasformato le canzoni, le hanno addobbate d’oro e fiori, fiocchi, incenso, mirra e tutta quella roba».

Non c’è esempio migliore per spiegarlo del primo singolo Maker, una canzone che descrive la strada verso la realizzazione di sé: “Non sono solo un ragazzo, sono un uomo / non sono solo un uomo, sono un dio / non sono solo un dio, sono un creatore”. La versione che aveva pubblicato nel 2019 era un incredibile brano di cinque minuti costruito attorno un arpeggio in fingerpicking. La versione dell’album inizia allo stesso modo, ma questa volta si apre a un ritmo percussivo, come gocce d’acqua sul legno, seguito da un basso rotondo e dall’arrivo della batteria, di un nuovo ritmo, di una chitarra elettrica pizzicata, e poi di un altro suono ancora: due coltellate luminose che sembrano nate da uno strumento sconosciuto costruito in uno di quei progetti con i suoi studenti.

Quando gli ho mandato un messaggio per scoprire l’origine di questo suono, Anjimile mi ha risposto: «È la dolce chitarra di Gabe Goodman», seguito da una faccina con gli occhi a cuore. «È un mago!»

Giver Taker è un disco pieno di gravità: nei temi trattati, nella tavolozza musicale usata e soprattutto nella voce di Anjimile: «Quella voce splendida e affilata che va oltre il rumore», come la descrive Andare. Nelle canzoni di Anjimile, però, c’è anche tanta luce. Gli arrangiamenti sono gioiosi e maestosi; i testi pieni di colori, meraviglie naturali, citazioni letterarie e battute brillanti. La sua voce può intenerirti il cuore, come in 1978, ma può anche suonare libertina e disinvolta come in Baby No More. A tenerle insieme c’è uno spirito generoso e senza paura, riassunto dai primi versi di Ndimakukonda: “I tuoi genitori pensano che sia pazzo, non posso dire che abbiano torto / Sono un po’ un soldato, che marcia nelle canzoni”.

I genitori di Anjimile sono emigrati negli Stati Uniti dal Malawi all’inizio degli anni ’80, e nel decennio successivo hanno messo radici a Richardson, Texas, un paesino vicino Dallas nella zona delle industrie tecnologiche, il cosiddetto Telecom Corridor. Suo padre era un dottore, sua madre una programmatrice, e Anjimile è il terzo di quattro figli. Parla con franchezza della sua città natale, «parecchio razzista, parecchio omofoba», e di come crescendo ha capito con sempre più chiarezza cos’è il suprematismo bianco. A casa, dice, «l’amore e il conforto della mia famiglia ha reso le cose meno dolorose».

Il sabato mattina, alle 9 in punto, la madre di Anjimile svegliava tutti per fare colazione, girava per le stanze battendo le mani accompagnata da musica a volume assurdo. I genitori ascoltavano Madonna, Michael Jackson, Bob Marley, Ladysmith Black Mambazo e il grande musicista dello Zimbabwe Oliver Mtukudzi. Fuori da casa, Anjimile ha cantato in un coro, attraversato la fase punk e quella ska, ascoltato ossessivamente Lauryn Hill e i Fugees. Poi, in terza superiore, un amico le ha dato un mixtape. «Questo è indie rock» le ha detto, ricorda ridendo Anjimile. «Non avevo mai visto un hipster».

La compilation gli ha fatto scoprire Sufjan Stevens, i Born Ruffians e Iron and Wine, artisti centrali tra le influenze di Giver Taker, soprattutto per come Anjimile suona la chitarra. Ha iniziato a 10 o 12 anni, ma il plettro gli risultava scomodo. Quando è passato al fingerpicking, ha rifinito la sua tecnica accompagnando un disco degli Iron and Wine, Our Endless Numbered Days. «Pensavo che suonare in quel modo mi si addicesse», dice. Gli arpeggi che ha assorbito sono sparsi in tutto Giver Taker, così come le melodie nascoste nei dischi pop anni ’80 dei suoi genitori, e nei poliritmi presi da Mtukudzi e Ladysmith Black Mambazo.

Anjimile ha scritto le sue prime canzoni nell’estate del 2011, mentre si preparava a partire dal Texas per andare al Northeastern, un college di Boston, per inseguire l’amore per Edgar Allan Poe e Ralph Waldo Emerson. Ha iniziato a suonare agli open mic locali, da solo con la chitarra; mentre familiarizzava con la scena, suonando nei bar e in alcuni house show, ha iniziato a sperimentare con il suono di una vera band. I concerti e alcune prime registrazioni hanno dato vita a un piccolo seguito locale, ma nel 2016 sembrava che il suo futuro potesse affogare nell’alcol.

«Avevo smesso di suonare, non scrivevo più perché ero impegnato a bere», dice Anjimile. «Credo che avessi deciso di smettere con la musica per concentrarmi sull’alcol. Zero creatività. Mi vergognavo, mi sentivo in colpa ed ero vittima di un blocco creativo, emotivo, psicologico e spirituale».

Quello stesso anno è partito per la Florida per sottoporsi a una cura. Nonostante non riuscisse a scrivere, si è portato dietro la chitarra. «Lo faccio sempre», dice, «ho pensato: se dovesse durare a lungo, l’istinto mi dirà di scrivere canzoni. È quello che so fare».

Le canzoni non sono arrivate subito, ma quando è successo, dopo uno o due mesi, «è stato travolgente». Tra queste c’era 1978, scritta per la nonna materna, morta in un incidente prima della sua nascita, ma viva nella forza e nella spiritualità che Anjimile vede in sua madre. Quando è diventato sobrio, una conversazione continuava a tornargli in mente. Aveva 18 o 19 anni e la madre gli aveva raccontato che suo nonno era un alcolista e che per questo aveva sofferto molto.

«È una cosa di famiglia», dice Anjimile, «e lei aveva una forza incredibile. Fa parte della nostra storia, ma è una cosa che si può affrontare e superare».

All’epoca, racconta, non dava peso a quelle parole; la sobrietà non gli interessava, e non era pronto a provare. In Florida, però, «ho iniziato a vedere mia nonna come una forza vitale per la mia guarigione, una forza ancestrale da cui potevo attingere e su cui potevo fare affidamento. Ne avevo bisogno. Ho scritto 1978 per devozione, è una dedica e un ringraziamento».

Verso la fine del periodo in Florida, Anjimile ha scritto l’ultima traccia del disco, To Meet You There, una specie di punto esclamativo musicale che passa dal folk euforico alla deep house, per poi riemergere in modo ancora più eccitante di prima. È la manifestazione della gioia che ha provato e che non sentiva da anni.

«Entrare in rehab e diventare sobrio mi ha cambiato la vita in maniera esageratamente positiva», dice, «ero convinto che sarei morto alcolista. Non ero riuscito a chiedere aiuto e quando ci sono riuscito ho capito che era una figata».

Foto: Kannetha Brown per Rolling Stone US

Nonostante Giver Taker sia nato in gran parte durante la riabilitazione, ci sono alcune canzoni che precedono quel periodo. È il caso di Baby No More, un divertente folk-pop che racconta di una relazione che non funziona per colpa dell’alcolismo. Un altro esempio, in un certo senso sorprendente, è Maker. Anjimile non ricorda precisamente come l’ha scritta, ma dice che è nata dal tentativo di forzare un cambiamento, di guardarsi allo specchio in un periodo di profondo turbamento. «La mia salute mentale era in declino e non stavo facendo niente per impedirlo, e avevo anche realizzato di essere transgender», dice.

Per quanto riguarda il ritornello – “da ragazzo a uomo, da uomo dio, da dio a creatore” –, Anjimile dice di «non ricordare da dove cazzo arriva. Ma quando l’ho scritto mi sembrava potente e vero. Collego la mia identità queer alla mia spiritualità e credo che quel passaggio venga da lì. “Da ragazzo a uomo” simboleggia la maturità. “Da uomo a dio” la trascendenza dall’idea di genere come identità a una che metta al centro la spiritualità. E poi…».

Si ferma all’improvviso. Poi scoppia a ridere. «Scusa», dice dopo qualche momento. «Mi sento un po’ un hippie».

È questo che rende Giver Taker così potente. È un disco profondamente spirituale, musica olistica per tempi caotici. La spiritualità, per Anjimile, è «un sentimento profondo e onesto», e la vulnerabilità necessaria per cantarla ha un valore. Lo stesso vale per chi ascolta le canzoni, per non parlare della sincerità che serve a entrambi. Assorbire tutta questa onestà e quest’apertura è difficile, ma forse, come fa Anjimile, la soluzione è ridere. Non come meccanismo di difesa, ma perché i sentimenti profondi e onesti sono bellissimi e la bellezza porta con sé la gioia.

E per quanto riguarda l’ultimo passaggio del ritornello, quello che trasforma il dio in creatore, Anjimile dice: «In quel momento della mia vita, l’unica cosa positiva che riuscivo a fare era scrivere belle canzoni. Volevo diventare un creatore, e trasformare la mia creatività in un’ancora di salvezza».

Anjimile è cresciuto con un’educazione presbiteriana, e ha passato gli anni della ribellione adolescenziale dichiarandosi ateo. Dopo la sobrietà, però, ha iniziato a cercare qualche forma di spiritualità. Voleva trovare un posto nell’universo e rendergli merito dopo aver guardato la morte in faccia. La sua connessione con la natura e la musica si è fatta più forte, è diventato davvero un hippie. E il suo credo, non sto scherzando, è diventato Colors of the Wind, la canzone di Pocahontas scritta da Alan Menken e Stephen Schwarts.

«Quand’ero un bambino non facevo caso al testo», dice. «Pensavo che fosse una bella canzone e mi piacevano quelle immagini colorate. Poi, crescendo, ho iniziato a sentire le parole. Pensa al concetto di cantare con le voci delle montagne… è una canzone piena di immagini stupende, e in quanto cantante le sento mie. La mia voce è parte della mia spiritualità, perché quando canto sento… gioia, e una malinconia profonda, sento tante emozioni potenti».

Circa un anno prima di registrare Giver Taker, Anjimile ha iniziato a prendere testosterone per la sua transizione. Voleva cambiare anche la voce, ma sapeva che questo significava imparare di nuovo a cantare. È stata un’esperienza difficile, ma altrettanto eccitante. Il suo registro alto è sparito e ha guadagnato un fragile falsetto che all’inizio lo imbarazzava, ma che ora gli sembra «potente proprio grazie alla sua fragilità». Quando ha dovuto registrare le vecchie canzoni contenute in Giver Taker ha trovato nuove sfumature e spazi da esplorare, anche se si trattava del semplice mormorio di To Meet You There.

«Quel suono risuona nel mio petto in un modo diverso adesso, perché è un’altra nota», spiega. «Adesso quando canto ho una voce piena e cavernosa. È diversa, ma mi piace molto, sono felice che sia successo».

Per fare Giver Taker, Anjimile è dovuto tornare alle emozioni che hanno dato vita a quelle canzoni. «Alcune sembrano più vere di quando le ho scritte». Cita la più vecchia del disco, Ndimakukonda, una canzone d’amore che ha scritto nel 2013 e che prende un po’ da Shakespeare – la lettera che Amleto scrive a Ofelia – e un po’ dalla lingua dei suoi genitori. Il titolo significa “ti amo” in Chichewa. Ha iniziato a scriverla, racconta, come canzone d’amore per un vecchio partner, ma «ora sembra scritta per me stesso e i miei amici. Non è solo una cosa romantica, è un’offerta d’amore».

Giver Taker arriva in un momento in cui suonare in tour è impossibile. Nel frattempo, Anjimile non ha smesso di scrivere e sembra ansioso di dare un seguito al disco e iniziare una nuova fase del suo viaggio musicale e spirituale.

«Credo che il mio cuore nasconda tante canzoni di protesta e di lutto, e c’è un motivo per il fatto che uso scale cromatiche», dice. «Credo che farò musica strana. Vorrei espandere il mio suono».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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