Geddy Lee ha scoperto Anika Nilles su YouTube e ha capito subito che non era solo una batterista formidabile e un fenomeno nei tempi dispari, ma anche una star con una sua personalità. «È interessantissima, ha un carisma personale e ha un suo stile». Quando l’anno scorso lui e Alex Lifeson le hanno chiesto di raggiungerli in uno studio di Toronto per suonare assieme qualche pezzo dei Rush, lei non aveva la minima idea dell’enorme mole di lavoro che l’aspettava. E mai avrebbe immaginato l’accoglienza entusiastica e quasi reverenziale che le avrebbero riservato i fan della band.
Nilles ha 43 anni, è nata in Germania e suona la batteria fin da quando era bambina. I genitori insistevano affinché scegliesse una professione meno precaria e così ha studiato Scienze dell’educazione trovando lavoro in una scuola dell’infanzia. A 26 anni ha cambiato idea ed è tornata a studiare musica, non senza il timore che fosse oramai troppo tardi. E invece il suo modo di suonare è diventato virale e ha aperto la strada a una carriera discografica solista e a un tour con Jeff Beck. È stato lì che John “Skully” McIntosh, tecnico del basso di Lee, l’ha vista per la prima volta.
Neil Peart è «insostituibile», ha detto Lee, ma Nilles doveva comunque provarci. Ha fatto prove per un anno imparando a suonare 40 classici dei Rush dalla complessità impressionante, assimilando l’essenza dello stile e del tocco di Peart, modificando alcuni aspetti fondamentali del proprio approccio per adattarsi al suo.
È chiaro che il pubblico ti apprezza. Quando te ne sei resa conto?
Forse al terzo concerto. Durante i primi due ho cercato di concentrarmi sulla musica senza lasciare che il resto interferisse. Dopo il secondo sono riuscita a rilassarmi un po’ di più e a percepire la reazione del pubblico e l’atmosfera.
Ogni sera, quando riesci a suonare i fill impossibili di Tom Sawyer sorridi.
Perché ce l’ho fatta a portare a casa il fill di batteria più iconico di tutti. E quando vedo che anche Alex sorride è bellissimo.
Loro due dicono che eseguire correttamente i fill è stata la parte più facile per te, o quasi. La vera sfida è stata trovare il feeling giusto. È così?
Assolutamente sì, soprattutto per quanto riguarda Tom Sawyer. Perché abbia il feeling giusto anche per Alex e Geddy serve una sensazione ritmica molto precisa. Dal punto di vista puramente esecutivo, le parti sono fattibili, devi farle entrare nel tuo dna. È il feeling che trasmettono che è speciale ed è difficile da ottenere. Per farlo ho dovuto rinunciare a una parte della mia tecnica, quella che uso normalmente quando suono quelle insidiose semicrome. Devo suonare facendo maggiore affidamento sulla forza muscolare e meno sulla tecnica. E nella maggior parte delle serate è l’ultimo brano in scaletta.
Perché la tecnica non funziona?
Perché la tecnica che uso parte dal polso e produce due suoni. In quel brano, invece, serve un solo suono e ben preciso. Devi suonare di più con l’avambraccio e meno col polso. Ho dovuto imparare a ottenere quel suono, che deriva da un colpo accentato e deciso, ogni volta. Quindi sì, è un brano difficile da suonare.
Si tratta di creare quel feel quasi robotico con l’hi-hat. È questo che intendi?
Più che altro è un suono dell’hi-hat lineare, senza variazioni dinamiche, che è la forza motrice del brano. A questo si aggiunge quel piccolo backbeat insidioso, che viene fuori leggermente. Sono tutti dettagli che devono incastrarsi alla perfezione perché il brano suoni nella giusta maniera.
Hai detto che ormai nel tuo stile c’è qualcosa di Neil, lo hai assimilato. Geddy ha detto che hai messo da parte qualcosa del tuo stile per cercare di entrare nello spirito di un altro batterista. Come si vive una cosa del genere?
Mi piace essere messa alla prova, il punto era riuscire a fare le cose nel modo giusto. Ero disposta a lasciar andare quello che avevo studiato per anni pur di far suonare quei brani nel modo giusto. Mi tocca e lo faccio. Allo stesso tempo ho imparato tantissimo anche sul mio modo di suonare, cose su cui alla fine potrò fare affidamento una volta conclusa questa esperienza. Mi renderà una musicista migliore.
Che cosa hai imparato, per esempio, dello stile di Neil?
Tantissime cose, a partire dal modo in cui componeva le parti di batteria. Era geniale. Aggiungeva elementi su elementi, curava ogni dettaglio in relazione alla voce. Credo che una parte importante del motivo sia che scriveva i testi, quindi si concentrava sulle parti vocali e le intrecciava con la batteria, anche dal punto di vista melodico. Un incastro con le parole e la voce. È questo a rendere uniche le sue composizioni ed è per questo che non puoi semplicemente metterci del tuo. Devi rispettarle e capirle nel complesso. Studiando il repertorio dei Rush è entrato nel mio modo di pensare questo modo costruire le parti e farle crescere in quella maniera.
Ci sono anche dei punti in cui hai capito che potevi aggiungere qualcosa di tuo.
Sì, certo. Il fatto è che non ho ego e quindi suono quel che serve, ma sono comunque una musicista con una personalità e uno stile miei e alla fine vengono fuori anche se non voglio. In certi punti mi posso lasciare andare, perché so di avere la libertà di farlo. In altri cerco di riprodurre fedelmente l’originale, ma il mio stile riesce comunque a insinuarsi in qualche maniera. E poi ci sono passaggi in cui lo stile di Neil e il mio si sovrappongono perfettamente, perché li sento esattamente come li sentiva lui. In quei casi non devo pensare a come suonarli, mi vengono in modo spontaneo. È una dinamica che si ripete per tutta la scaletta.
Mi pare che in certi momenti tu renda alcune parti persino più complicate, aggiungi delle fioriture ed è interessante.
Forse in quei momenti viene fuori il mio lato fusion. È il mio modo personale di divertirmi suonando e finché Geddy e Alex sono d’accordo e sembra che anche loro si divertano, va bene così. Sono comunque piccoli interventi.
Sei diventata una fan dei Rush suonando coi Rush. A vederti sembra che te la godi.
È proprio così. Un paio di volte mi sono chiesta: «Perché non ho cominciato ad ascoltare e a studiare la musica dei Rush molto prima?». Mi piace tantissimo, è fantastica, suonarla è un gran divertimento. Appena smetti di dover pensare a ogni singola parte e riesci a rilassarti un po’, suonare con loro diventa uno spasso. Hanno un’energia incredibile e si divertono. Si crea un’atmosfera speciale, un’intesa che coinvolge tutti.
Che idea avevi di Neil e dei Rush prima che ti chiamassero?
Per me Neil è sempre stato un batterista energico e potente, e sono le qualità che mi piacciono. Almeno, questo è quello che avevo visto online, non li avevo mai visti dal vivo. Lo conoscevo per via di Tom Sawyer e Limelight, ma non avevo mai studiato la loro musica o il suo modo di suonare, mi limitavo a lasciarmi ispirare da chi suonava in uno stile che mi piaceva e lui rientrava nella categoria.
I Rush li conoscevi come una band complicata, apprezzata dai musicisti?
Conoscevo i Rush attraverso Neil, per me in un certo senso i Rush erano Neil. Sono cresciuta ascoltando altre band arrivate dopo di loro come i Dream Theater e i Foo Fighters, che sono stati ovviamente influenzati dai Rush.
Hai dovuto adottare qualche tecnica particolare per riuscire ad assimilare tutte quelle informazioni musicali? Un musicista classico leggerebbe gli spartiti, loro fanno tutto a memoria.
Ho capito subito che trascrivere le parti su uno spartito non avrebbe funzionato. Come ha detto Geddy, alcune delle cose che suonano dipendono soprattutto dal feeling, dal timing e dal fraseggio. Puoi anche trascriverle, ma poi le leggi esattamente come sono scritte e il risultato finale non suona come dovrebbe. Ho mollato subito quel metodo. A volte ho rinunciato persino a contare, perché la musica è scritta in modo tale da risultare naturale. Anche le parti in tempi dispari non sembrano affatto strane, suonano lineari. Quando mi mandavano i brani, li ascoltavo e decidevo da quale cominciare. Pensavo: «Questo posso impararlo in fretta, è facile». Poi cominciavo a lavorarci su e mi rendevo conto che non c’era niente di facile. A quel punto ho cercato di suddividere i brani in sezioni e impararli passo dopo passo, ma a un certo punto ho smesso di contare, che per me era importante fino a quel momento. Avevo sempre voluto capire tutto, in quale tempo fosse scritto un brano, come fosse costruito il groove, che cosa succedesse su quella determinata semicroma e altri dettagli. Coi Rush non l’ho fatto. Ho imparato ad ascoltare la batteria come se fosse una melodia, fatta di frasi melodiche. È questo che mi rimane impresso nella mente. Tutto quello che suono, nella mia testa, è una melodia.
Neil mi aveva detto che nel modo in cui costruiva le sue parti c’era una componente di geometria tridimensionale, come se fossero strutture sospese in aria.
Penso sia proprio così che scriveva le sue parti, perché sono melodiche. Io dico sempre che si tratta di una melodia ritmica. Ed è anche il modo in cui affronto gran parte del mio lavoro alla batteria, in generale. Per imparare i brani mi sono spinta ancora di più in quella direzione, cercando di comprendere l’intera composizione della batteria come una struttura melodica. Questo mi ha aiutata a imparare tutto molto più in fretta.
Carrie e Olivia, la vedova e la figlia di Neil, erano presenti ai primi due concerti. Hanno voluto conoscerti?
Ho ricevuto un bellissimo messaggio da Carrie, molto affettuoso. Me l’ha mandato prima del concerto. È stato bello sapere che approva questa avventura, che è felice di farne parte e curiosa di vedere come andrà a finire. È stato un gesto bello e affettuoso.
Non sembra che tu avessi ambizioni così grandi per la tua carriera. Immagino che questa esperienza vada oltre qualsiasi cosa avessi immaginato.
Va oltre, eccome. Ho cominciato a lavorare come professionista a 26 anni. È stata una svolta enorme e mai avrei pensato che potesse succedermi una cosa del genere, mi sarebbe bastato essere una normale batterista che fa tour in Germania. Mentre studiavo musica ho cominciato a pubblicare video su YouTube in cui suonavo brani originali e le cose hanno preso una direzione diversa da quella che immaginavo.
Poco prima di tornare a studiare batteria, lavoravi in una scuola dell’infanzia.
Vero.
Se potessi tornare indietro e raccontare a te stessa tutto quello che è successo, ti crederesti?
Mai e poi mai. Non è certo un lavoro che capita tutti i giorni. È speciale.
Tuo padre è un batterista. Come stanno vivendo tutto questo i tuoi genitori?
Sono al settimo cielo. Mi hanno sempre sostenuta tantissimo. Volevano però che avessi una situazione economica più solida, quindi prima ho dovuto studiare scienze dell’educazione, ma mi hanno sempre appoggiata, mi accompagnavano ovunque, alle prove e a ogni concerto, finché non ho potuto guidare da sola. Insomma, sono genitori fantastici.
Stai sostituendo quello che è considerato il più grande batterista rock di tutti i tempi o quantomeno uno dei più grandi. È questo il succo di quello che stai facendo. Cerchi di non pensarci?
Avere cominciato a provare i brani quasi un anno prima dell’inizio del tour mi ha aiutata a entrare in sintonia con i ragazzi e ad abituarmi a questo ambiente, imparando le canzoni. Ero così concentrata sulla musica e sul mettere insieme tutti i pezzi che, in un certo senso, Neil è sempre stato presente. Imparare tutte le sue parti e conoscere meglio lui era importantissimo, ma allo stesso tempo mi sono creata una sorta di spazio personale in cui sentirmi a mio agio e che mi ha aiutata a non pensare troppo a quello che pensavano gli altri. Non ho lasciato entrare troppo nella mia testa i fan, i commenti o i social, ho cercato di rimanere concentrata fino al giorno prima del concerto. Su questo sono stata molto rigorosa con me stessa. Ho anche seguito delle routine per calmarmi, dei momenti zen prima di salire sul palco. Ho fatto tre quarto d’ora di meditazione prima di ogni concerto per tranquillizzarmi e rimanere presente. Durante ogni brano dovevo guidarmi mentalmente attraverso le varie parti, soprattutto al primo concerto, per non lasciarmi trascinare dall’emozione e restare concentrata. Mi ha aiutata a non pensare troppo a quanto fosse importante il ruolo che stavo ricoprendo e al peso di quel posto. Essere nel momento, essere presente, rimanere concentrata, è stato questo il mio obiettivo in tutti i concerti finora.
Prima di questo ingaggio avevi detto che sentivi di dover compensare con la tecnica, perché non riuscivi a colpire con la stessa forza dei batteristi uomini. Eppure quando colpisci il rullante mi sembra che tu lo faccia con una forza incredibile. Com’è?
È che sono andata in palestra! Per questo tour mi sono allenata duramente per assicurarmi di avere la resistenza e la forza necessarie. E ho dovuto rinunciare un po’ alla mia tecnica, compensando in certi punti con una maggiore forza muscolare, semplicemente per ottenere il feeling giusto in certi passaggi. Forse questo ha reso il mio modo di suonare ancora più potente.
Sei diventata più forte.
Sì.
Il classic rock è sempre stato un mondo molto maschile.
Vero.
Hai abbattuto le barriere di questo club per soli uomini, dev’essere una bella sensazione.
Lo è. Spero di aprire le porte ad altre musiciste e in particolare ad altre batteriste. Vorrei che trovassero il coraggio di non mollare, qualunque sia l’obiettivo che vogliono raggiungere.















