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Angelina Mango: «Da mio padre spero di aver preso l’ironia»

Gli insegnamenti dei genitori, i pezzi caricati su YouTube, l'amore per i suoni contemporanei e ora l'esordio: la cantautrice ci ha raccontato ‘Monolocale’, un EP adatto a questi mesi di lockdown

Certe volte (non molte) gli artisti si mettono d’impegno per fare qualcosa che rappresenti il momento in cui tutti ci troviamo. Altre volte invece succede e basta. Ad Angelina Mango (figlia di Pino Mango e Laura Valente) è successo con Monolocale, primo album (o EP, se qualcuno ci vede ancora grosse differenze) di una cantautrice 19enne che si è trovata a scriverlo da febbraio a maggio 2020, nella fase hard del lockdown primaverile, e per tutta una serie di circostanze indipendenti dalla sua volontà lo vede uscire nella fase iniziale del lockdown autunnale.

«Io avrei voluto che uscisse subito, fosse stato per me mi sarei messa a cantarlo alla finestra già a giugno». Ma destino vuole che l’uscita a metà novembre renda più facile entrare in sintonia con questi otto brani di pop cantautorale decisamente contemporaneo. È un disco «spontaneo, veloce, tutte le canzoni sono venute una dopo l’altra». E tutte sono nate mentre sotto casa di Angelina, dove scorre il Naviglio Grande di Milano che ha ispirato anche una delle canzoni. Un quartiere dove di norma c’è gran fervore di giorno e la proverbiale movida di sera, e dove allora – come oggi – regnava un inaspettato silenzio.

Ma quanto è entrato il lockdown nel disco?
In realtà non è realmente un tema delle canzoni. Non avrei potuto dire nulla a nome di qualcun altro su questa condizione, perché credo che chiunque l’abbia vissuta a modo suo. Però ho avuto tanto tempo per pensare a quello che provavo, più tempo per la musica, e paradossalmente anche più tempo per i rapporti umani, anche se tramite telefono o web. Da soli si pensa molto agli altri e all’effetto che hanno su di te.

Stare in casa ha cambiato anche i suoni?
A volte semplicemente per motivi tecnici, nel senso che non potevo chiedere al mio chitarrista di fare un riff; ero sola nel mio appartamento col piano elettrico e ho iniziato così, poi gradualmente ho iniziato a sovrapporre altri suoni. In alcuni casi la dimensione casalinga e la quiete fuori hanno influito, portandomi a sonorità più morbide anche per certi miei testi crudi e introspettivi.

Ma prima avevi già scritto canzoni?
Un bel po’: ho iniziato a scrivere quando ero piccola, poi nel 2015 ho iniziato a scrivere in italiano.

Cioè a meno di 14 anni scrivevi canzoni e solo in inglese?
O in inglese o solo le melodie. Era molto naturale: in casa si faceva musica, non sono mai stata vista come il talento, la bambina-prodigio… Poi ho iniziato a scrivere in italiano e mi è piaciuto tanto. L’anno scorso mi sono decisa a mettere dei pezzi su YouTube, mi pare ce ne siano cinque, tutti live; alcuni piano e voce, altri in gruppo con gli amici con cui suono.

Qual è il tuo territorio musicale?
In questo momento posso dire di essere abbastanza in linea con la mia generazione, mentre quando ero più piccola ascoltavo cose che i miei coetanei non conoscevano proprio: Rolling Stones, Nirvana, Aretha Franklin, tutti i capisaldi che si ascoltavano in casa. Devo confessare che all’epoca mi veniva da pensare che i miei amici non ascoltassero niente che valesse qualcosa…

Mentre ora…
Ora sono più curiosa e ho imparato ad apprezzare anche cose più mainstream. Anche il reggaeton mi diverte. Non mi emoziona, non mi prende emotivamente ma mi diverte. Poi ovviamente ognuno ha il suo linguaggio, io ho il mio, non scrivo pensando a chi deve ascoltare. Io faccio quello che mi piace.

Chi ti piace?
Vado a fasi, come tutti; in questo momento ascolto moltissimo Biffy Clyro, oppure Salmo e Tedua, che stimolano tantissimo la mia scrittura. A livello tecnico mi piace chiedermi come sceglie i suoni Jacob Collier.

Cosa non ti piace?
Uh, non saprei dirlo. Se qualcuno raggiunge il grande pubblico c’è sempre un motivo. Il mio pensiero è: devo capirlo.

Nel disco dai la sensazione di partire da un modo di comporre molto ambizioso ma più classico, per poi andare verso un suono più contemporaneo e urban, all’interno del quale cerchi una tua strada.
Non voglio dire che l’ordine delle canzoni segua un percorso, perché in certi casi l’idea era alternare gli stati d’animo e le dinamiche. Però i primi brani soprattutto hanno molto a che fare con il mio modo di sentire la musica, fino ad andare all’ultimo, che è San Siro – quello è il punto d’arrivo perché è chiaramente un sogno, a tutti quelli che fanno musica piacerebbe un giorno suonarci.

Sembri farti spesso domande sulla tua musica, anche nei pezzi stessi. Per caso ti sei chiesta anche come sarà ricevuto il tuo disco in un momento in cui per le donne che fanno musica in Italia c’è pochissimo spazio se non nell’ambito dei singoli e delle hit estive?
Guardo le classifiche perché mi sembra giusto, è una piccola parte del mio lavoro, e non posso non notare che le donne sono apprezzate da una nicchia, soprattutto quelle che scrivono le loro canzoni. Ma credo che sia un’eredità degli anni precedenti, forse non si notava ma per anni è stato difficile che le cantautrici riscuotessero l’interesse dei cantautori. Però penso che tutto questo possa migliorare, forse tra cinque anni o meno non si noterà questa differenza, vedo che tante ragazze della mia età scrivono canzoni, ne conosco molte.

In Muoio per niente canti: “Credo che sia tempo di sbagliare, non c’è tempo per pensare”. Forse lo si può dire di molti dei tuoi coetanei che iniziano a fare dischi. Invece i tuoi genitori hanno dovuto avere molta pazienza, prima di arrivare al pubblico. Tua madre Laura Valente che tipo di consigli ti ha dato?
La gavetta in questo momento non è lunga, è ovvio e risaputo. Io ho la fortuna di avere in casa persone talentuose cui chiedere pareri, stimo mia madre e mio fratello come musicisti e mi fido di loro. Con mia madre capita di discutere tantissimo anche solo su una parola che scelgo. Alla fine in genere rimango del mio parere… Ma mi aiuta a capire quanto sono convinta.

Tuo padre Pino Mango era una figura davvero rara nel pop italiano, sia musicalmente che come persona. Se posso permettermi un ricordo personale, la prima volta che l’ho intervistato ero agli inizi e lui era già famoso da quasi due decenni. Ma fui sorpreso da quanto fosse diverso rispetto all’artista che si vedeva sul palco: di persona era molto carico e divertente, ma quando cantava sembrava celebrare un rito. Pensi anche tu di essere diversa quando canti?
Anch’io notavo questa trasformazione sul palco; per quanto mantenesse una certa leggera ironia di fondo, anche nelle situazioni più difficili trovava una sfumatura divertente, ma quando si trattava di musica manteneva sempre una sorta di sacralità e rispetto. Ricordo che anche quando parlavamo di artisti che non gli piacevano affatto non li prendeva mai in giro… Certo preferiva parlare di quelli che ammirava, per esempio andava molto fiero delle collaborazioni con Franco Battiato o Lucio Dalla. In ogni caso in casa si rideva sempre molto, anche quando sembrava silenzioso certe volte stava pensando di nascosto a una battuta da fare. Io spero di aver preso da lui il senso dell’ironia, perché credo sia fondamentale in questo mestiere, allevia l’ansia e insegna a non prendersi troppo sul serio.