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Angèle: «Non abbiate paura del femminismo»

In Belgio è una star del livello di Stromae. Dopo il boom dell'esordio, il duetto con Dua Lipa, la parte in 'Annette' e un documentario su Netflix, torna con 'Nonante-Cinq', messaggi pro LGBTQIA+ e un po' d'autoironia, «che aiuta a rimanere sé stessi»

Angèle

Foto: Manuel Obadia-Wills

Con il suo brano Tout oublier, nel 2018 ha superato il record di permanenza di Stromae, il più importante artista del Paese, al primo posto della classifica belga dei singoli più venduti. Il suo primo disco Brol ha venduto un milione di copie in Francia, guadagnando il primo posto in classifica degli album più venduti in Belgio e in Francia, cinque dischi di platino in Belgio e due dischi di diamante in Francia. Il suo secondo album, Nonante-Cinq, a due settimane dall’uscita, ha conquistato nuovamente la chart belga, raggiungendo anche la prima posizione dei singoli più venduti con Bruxelles je t’aime, un brano che ha più ascolti, e più views, del numero degli abitanti del Belgio, diventando il suo quarto singolo numero 1 in patria.

Molte delle nostre lettrici e dei nostri lettori la conosceranno probabilmente per Fever, la sua collaborazione con Dua Lipa, di cui sarà opening act per il tour mondiale previsto per il 2022. Le persone più attente l’avranno vista al cinema di questi tempi, tra idoli come Marion Cotillard e Adam Driver, in Annette, l’ultimo film di Leos Carax selezionato come film d’apertura del Festival di Cannes 2021. Altre ancora avranno trovato su Netflix Angèle, un documentario molto personale in cui la cantante apre i propri diari segreti per raccontare, attraverso la lettura di alcuni stralci, le difficoltà, le paure, le pressioni di essere una giovane artista oggi. Un bell’elenco di successi e traguardi per una appena ventiseienne. Ma chi è Angèle?

Figlia del cantante Marka e dell’attrice Laurence Bibot, sorella del rapper Roméo Elvis, è riuscita col tempo a scrollarsi di dosso l’ombra della famiglia per costruirsi la propria carriera. Nei Paesi francofoni è una star, un simbolo della comunità LGBTQIA+ (è apertamente bisessuale) e della lotta femminista. Il suo brano Balance ton quoi nel 2019 è diventato infatti uno dei brani più cantati durante i cortei femministi francesi legati al movimento #metoo, con un video intelligente e ironico (in cui la cantante diventa insegnante per il fantomatico Institute Gender Equality, un’accademia anti-sessista). Il suo nuovo album, Nonante-Cinq, scritto durante l’ultimo lockdown, è un collage di pop song elettroniche in lingua francese, capace di confermare il talento di Angèle nello scrivere brani che suonano leggeri e fruibili, sempre di gusto nelle scelte melodiche e armoniche.

Abbiamo raggiunto Angèle a Parigi, via Zoom per farci raccontare quest’ultimo folle periodo della sua vita e della sua carriera.

Come molti dischi di questo ultimo biennio, Nonante-Cinq è stato scritto durante un lockdown. Quanto è complicato scrivere un disco pop nel mondo pandemico?
È stata un’esperienza interessante. Penso si possa sentire che questo è un disco scritto durante la pandemia, durante i lockdown; ci sono dei momenti di ansia, con testi molto densi e scuri. La quarantena e la solitudine mi hanno fatto scrivere canzoni che probabilmente non avrei mai potuto scrivere in tour. Non capita spesso di processare i propri demoni e le proprie ansie così direttamente.

C’è un momento di Angèle, il documentario uscito per Netflix, in cui a disco terminato tradisci una certa ansia per aver scelto di utilizzare un linguaggio meno universale e più intimo: avevi paura che il pubblico potesse apprezzar meno. Dopo queste prime due settimane dall’uscita, come sta andando?
Le canzoni più personali alla fine sono state quelle più apprezzate, forse per l’onestà che ci ho messo; mi ha stupito.

Dopo l’enorme successo di Fever, la tua collaborazione con Dua Lipa, non ti era venuta la voglia, per questo disco, di provare a scrivere in inglese e tentare il mercato mondiale?
Il francese per me è una confort zone, è dove mi sento meglio. Non sono molto brava a scrivere in inglese, mi sento meno a mio agio. Con il francese posso essere sincera e sentirmi al meglio delle mie possibilità espressive. Mi è difficile tradurre certi pensieri o certi modi di dire in inglese. E ti ammetto che non so se voglio davvero una carriera mondiale. Per ora preferisco stare nel mio, in ciò che conosco.

Penso che collaborare con Dua Lipa (nel brano, nel videoclip e per 2054, il suo gigantesco livestream dello scorso inverno) sia stato anche un bel modo per sbirciare chi fa questo lavoro al meglio delle risorse e delle possibilità disponibili. Cosa sei riuscita a portar via da quell’esperienza?
Ho imparato che si può rimanere normali e rimanere se stessi anche nei momenti più intensi del nostro lavoro, anche quando la pressione è enorme. Lei è molto naturale, molto umile. Ho imparato e capito che è quello che posso fare anche io, rimanere me stessa anche nel successo. Aver successo non dovrebbe significare diventare una persona egomaniaca. Tempo fa, per un periodo, ho realizzato che stavo lavorando troppo. Amo il mio lavoro, cantare, esibirmi e tutto quello che succede attorno, ma è anche necessario avere lo spazio per non far nulla e riposare. Avere un giusto team attorno, davvero organizzato, ti permette anche questo, di poterti rilassare sapendo che c’è qualcuno che si sta prendendo cura di te e della tua carriera. E non ho mai visto un team così ben assortito come quello di Dua Lipa.

Parli spesso di quanto sia complicato per te convivere con il successo. Hai in famiglia tre esempi differenti di successo nazionale, ne conosci bene i pro e i contro. È anche il tema portante del documentario. Cosa significa successo per te?
Successo, fama, notorietà sono le mie migliori amiche e le mie peggiori nemiche. Il successo mi permette di suonare davanti a un grande pubblico e di essere ascoltata – è soddisfacente sapere che le persone possono mettere dei propri pezzetti sulle canzoni che scrivo e renderle parte della loro vita – ma è anche qualcosa che porta molta pressione nella mia vita e che rende difficile essere felici.

In una pagina del tuo diario che hai condiviso scrivevi: “ora non sono più libera”. Pensi si possa trovare la libertà nel successo? O almeno degli spazi di libertà?
Quando qualsiasi cosa che dici, fai, indossi diventa un punto di discussione pubblico, non è facile essere e sentirsi liberi. Personalmente non mi sento libera di poter agir come voglio ora. L’altra faccia della medaglia è che posso però parlare di femminismo e del mondo LGBTQIA+ ad un grande pubblico, temi importanti per me e che possono aiutarmi a ottenere una mia libertà. Bisogna essere capaci di trovare un equilibrio. Quando ero più giovane ero più libera, non avevo bisogno di prestare quest’attenzione di oggi a come mi vestivo o truccavo. Ora in compenso ho guadagnato la possibilità di parlare delle cose a cui tengo. Scrivere le mie canzoni e poterle cantare su un palco è il miglior modo che ho trovato per sentirmi libera. Quando sono sul palco sento che tutto è possibile, è una sensazione che mi fa sentire più forte.

Quando hai un certo successo e diventi una voce importante su certi temi, tutta la tua vita viene continuamente messa sotto la lente d’ingrandimento e tutto viene usato contro di te, contro le tue battaglie. Penso a quando tuo fratello è stato accusato di molestie e parte dell’opinione pubblicata si è scagliato contro di te, come se le sue azioni personali fossero una tua responsabilità. Quanto è difficile essere la voce di certe tematiche oggi?
A volte una artista vorrebbe anche solo poter cantare, senza pensar a tutto questo, al messaggio che deve dare, all’opinione che deve sostenere. Però temi fondamentali come il femminismo sono così radicati nella mia vita che naturalmente entrano nei miei testi, fan parte di ciò che penso, di ciò che parlo a prescindere dal mio lavoro. Sento che parlare di certi temi attraverso le canzoni è il modo migliore per me di parlarne. Mi porta molta pressione, è vero, ma la nostra società necessita di continui e nuovi modelli di riferimento. Quando io ero più piccola non avevo, ad esempio, modelli bisessuali come posso essere io ora per i più giovani. Quando ho scritto la mia prima canzone femminista nemmeno sapevo stessi scrivendo una canzone femminista. Ho semplicemente parlato di sessismo perché faceva parte della mia vita e della nostra società. E da quel momento ho capito quanto serve scriverne e parlarne. Penso sia importante poterne parlare però con dell’humor, divertendosi, con un’attitudine positiva per dimostrare al mondo che il femminismo non è qualcosa di cui aver paura, ma qualcosa che aiuta tutte e tutti.

Nei tuoi lavori, penso al video di Balance ton quoi, quanto sui social, mostri sempre un’attitudine autoironica. Quanto è importante quest’autoironia nella tua carriera?
L’humor è una delle armi più potenti che abbiamo. Fare un passo indietro quando è tutto così serio è una scelta sana. È qualcosa che ti aiuta a vedere in una prospettiva più utile. È quello che faccio nella vita e nella musica, a dispetto della pesantezza dell’argomento. Essere autoironici è un magnifico modo per rimanere se stessi.

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