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Angel Olsen, d’amore e di morte

L’album più morbido e struggente del momento l’ha fatto questa cantautrice americana. Al centro di ‘Big Time’ ci sono la sua prima relazione gay e la morte della madre. «Se mi vedrete piangere sul palco saprete perché»

Angel Olsen

Foto: Angela Ricciardi

Angel Olsen non è un’artista di cui è possibile prevedere le mosse. Folksinger dall’animo dark ai tempi degli esordi, la cantautrice originaria dell’Illinois è poi passata alle tinte rockeggianti di My Woman, disco del 2016 trainato dall’energico singolo Shut Up, Kiss Me, per poi passare, nel 2019, all’oscuro e sontuoso synth-pop orchestrale di All Mirrors, album che sembrava ricercare una dimensione di grandeur. Ma mai fermarsi nello stesso luogo per troppo tempo, pare essere il diktat di Olsen, che infatti successivamente non solo ha voluto riproporre le tracce dello stesso All Mirrors nella versione scarna in cui erano nate con Whole New Mess, ma si è inaspettatamente confrontata con un repertorio anni ’80 per i suoi gusti almeno apparentemente frivolo con l’EP Aisles (2021), raccolta di cover di artisti quali Billy Idol, Alphaville e Umberto Tozzi con l’immarcescibile Gloria, pensata come omaggio a brani «sentiti per caso al supermercato». Ecco, allora, che anche al netto di quest’ultimo divertissement, Big Time, il nuovo album di Olsen in uscita il 3 giugno per Jagjaguwar, sancisce un ulteriore cambio d’abito, che la vede alle prese con il dolore del lutto e la gioia di un nuovo amore in 10 tracce dal sapore country, vintage ed essenziali quanto intense, prodotte con Jonathan Wilson.

È la stessa Angel a parlarcene su Zoom dalla sua casa ad Asheville, Carolina del Nord, ripercorrendo in maniera molto aperta e senza giri di parole la genesi di un album, il suo sesto escludendo EP e progetti paralleli, il cui senso è racchiuso in una parola: riappacificazione. «Al centro c’è la mia prima relazione con una donna, intrecciata con una riflessione sul passato, sulla possibilità di trovare un equilibrio con me stessa nonostante alcuni rapporti interpersonali che non sono riuscita a chiarire e che mi hanno fatto provare sentimenti contrastanti, rabbia inclusa. Ma c’è anche una canzone che parla della morte di mia madre, This Is How It Works, l’unica che ho scritto dopo averla persa, era trascorsa circa una settimana: non so come farò a cantarla dal vivo, ho paura di commuovermi, se mi vedrete piangere sul palco saprete perché».

Quanto accaduto, in effetti, è piuttosto pesante, l’impressione è che Olsen si sia ritrovata innamorata dell’attuale compagna, di cui ha parlato per la prima volta pubblicamente poco più di un anno fa, in un momento in cui i suoi genitori non stavano bene. E che abbia dovuto affrontare il conflitto tra la prospettiva di accettare la loro dipartita nascondendo quell’inedito lato di sé o facendo coming out nonostante tutto. Ha scelto la seconda ed è in questa decisione che affonda le radici Big Time. «Era da un po’ che mia madre non era in forma, come mio papà del resto, e ogni volta che avevamo una conversazione mi diceva “hai bisogno di un uomo che si prenda cura di te”. Io ribattevo che sono sempre io quella che si prende cura di tutto, per farle capire che sono sempre stata indipendente, anche economicamente. Ma sai, era una donna vecchia maniera… Però a un certo punto ho iniziato a pensare fosse brutto non metterla al corrente della mia omosessualità – benché mi consideri queer, preferisco utilizzare il termine gay perché ho notato che molti hanno paura di usarlo. Così le ho confidato che stavo con una donna e a parte non essere così sorpresa – tant’è che ho il dubbio che qualcuno glielo avesse già detto – è stata molto dolce con me. Solo che poco dopo è morto mio padre e al suo funerale mi sono sentita in colpa perché ho portato la mia fidanzata, avevo bisogno di averla vicina, ma c’era tutta la famiglia e… Mi sono sentita triste nel pensare che mia madre, alla sua età, si fosse ritrovata a dover far fronte a un processo di elaborazione così complesso mentre diceva addio a suo marito. Dopodiché lei ha iniziato a lasciarsi andare, finché è morta per arresto cardiaco. Ma prima ho avuto il tempo di starle vicina in ospedale ed è sempre stata tenera nei miei confronti. Non dimenticherò mai quando mi ha chiesto di cantare per lei e le ho intonato You Are My Sunshine».

Foto: Angela Ricciardi

In Big Time tutta questa vulnerabilità si combina con la volontà di cercare sempre la luce. «E niente più di un suono country poteva far dialogare sentimenti come malinconia e tristezza con l’idea di proporre canzoni speranzose», osserva Olsen prima di sviscerare la sua passione per l’Americana e la tradizione country, per Lucinda Williams, Dusty Springfield così come per Stevie Nicks. «Ho esplorato più strade nel corso della mia carriera, credo perché ho vissuto in luoghi diversi e i miei ascolti musicali sono sempre stati trasversali, ma la chiave di tutto è che mi piace vivere il mio percorso come una recita in cui ogni volta, nella scrittura di canzoni e dischi, cambio ruolo e a seconda di come uso la mia voce interpreto un personaggio diverso. Lo trovo stimolante e credo sia il migliore modo di scrivere in generale: prendere un’esperienza vissuta, direttamente o meno non importa, e raccontarla cambiandola, guardandola da un’altra prospettiva. Un po’ come ha fatto il mio amico Hernan Diaz, uno dei miei scrittori preferiti, autore di Il falco, romanzo su due fratelli scandinavi che si recano per la prima volta negli Stati Uniti durante la corsa all’oro, ma si perdono e il narratore segue uno dei due in questo viaggio attraverso gli Usa alla ricerca del fratello, viaggio durante il quale si imbatterà in banditi e truffatori pronti a manipolarlo, come succede spesso agli immigrati. Ebbene, Hernan è nato in Argentina, dopodiché è emigrato da rifugiato in Svezia con la famiglia per poi approdare negli Usa: è partito dalla sua storia, per trasformandola in altro».

C’è anche una dimensione onirica in questo approccio, sotto questo aspetto la genesi del videoclip del singolo All the Good Times, in cui Olsen è affiancata dalla compagna Beau Thibodeaux, è emblematica (e alla base di un “film” uscito con l’album). «C’è stato un momento in cui continuavo a sognare di viaggiare nel tempo con mia madre e in particolare di andare indietro fino al 1962. Ho in testa quest’immagine di lei che lavora alla cassa di un vecchio diner, che strano… Ad ogni modo questo mi ha spinta a lavorare con la regista Kimberly Stuckwisch su dei video ispirati al concetto di viaggio nel tempo, anche perché quei sogni sono stati terapeutici per me». E ancora: «L’Americana è perfetta per questo tipo di vagabondaggi temporali. E sai cosa mi piace? Che in Big Time la mia voce sia così in primo piano. Penso di avere provato così tenacemente a non essere etichettata come artista folk da finire per camminare in direzioni diverse, il che mi ha arricchito, ma negli album che ne sono scaturiti ho sempre avuto l’impressione che la produzione valorizzasse di più la band che la voce. Dunque con Big Time volevo dei brani essenziali, ma diretti, e credo che Jonathan Wilson, che ha prodotto l’album con me, abbia compreso questo mio desiderio, così come la voglia di incidere canzoni anche tristi, ma più aperte, positive».

Il risultato sono ballate eleganti, impreziosite dall’intervento di Wilson su batteria e percussioni, ma anche su chitarre, lap steel, mellotron, cetra, contrabbasso, basso sintetizzato, mandolino, armonium, arricchite da arrangiamenti di archi e fiati e di volta in volta da un pianoforte, un clavicembalo, un armonium. Canzoni in grado di prenderti per mano per condurti in uno scenario di calma, di quiete. «Altro merito di Jonathan», commenta Olsen, in tour in Europa, ma per ora non nel nostro Paese, dal prossimo settembre, «oltre a lavorare come produttore è un songwriter, sa bene che non è necessario riempire tutti gli spazi, che gli spazi sono parte della musica».

Il tempo sta per scadere, le chiediamo com’è stato, più in generale, fare coming out in età adulta e risponde «come tornare a una sorta di pubertà». Poi di raccontarci il suo rapporto con la canzone italiana anni ’60, visto che su YouTube gira il filmato di una performance in Italia che la vede sorprendere il pubblico interpretando Il cielo in una stanza di Gino Paoli, per poi agganciarvi la sua Lark. «Attorno ai 20 anni mi sono studiata il repertorio di Françoise Hardy e lei ha realizzato cover di canzoni italiane. È da lì che mi è venuta l’ossessione per Dalila, per Mina… Mentre più di recente ho scoperto un video in cui si vedono Brian Eno, Pavarotti, Bono e The Edge proporre un pezzo intitolato Miss Sarajevo, con la parte di Pavarotti in italiano: l’ho trovato fantastico. Il fatto è che amo le lingue, nei prossimi anni vorrei studiare francese, italiano, spagnolo, portoghese, magari concentrandomi su un idioma all’anno. Nel passato c’era l’usanza di incidere dischi contenenti la stessa canzone interpretata in più lingue e penso mi piacerebbe farlo, un giorno».

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