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Andy Partridge: «Il Valium mi ha fuso il cervello, non sapevo più come mi chiamavo»

Non importa se parla di orchestre ed escort, di psicofarmaci o del nuovo album sulla sua carriera fallita da songwriter per altri. Chiacchierare col leader degli XTC è come ascoltare la sua musica: è tutta una follia

Andy Partridge

Foto: Michael Putland/Getty Images

Andy Partridge non è stato granché fortunato ultimamente. È sicuro di aver avuto il coronavirus e, in più, per colpa della stagione particolarmente piovosa la porta del suo studio non si chiude più. Non può registrare senza dar fastidio ai vicini, che sono a casa più spesso del solito per colpa della pandemia. La stessa pandemia che ha bloccato i lavori del nuovo album My Failed Songwriting Career, una collezione di canzoni scritte per altri artisti che le hanno rifiutate.

Parlare con Partridge è come ascoltare la sua musica: dietro all’aspetto da cappellaio matto si nasconde qualcosa di più oscuro, addirittura malato. Nel corso della telefonata che abbiamo fatto per discutere il 20esimo anniversario di quello che è tutt’oggi l’ultimo album degli XTC, Wasp Star Apple Venus (Volume 2), ha raccontato storie d’ogni tipo: dalla volta in cui ha smesso con il Valium ed era così stordito da dimenticare il suo nome, fino al suo primo e unico furto, una bottiglia di latte rubata da un portico mentre era ubriaco.

Wasp Star è sfaccettato tanto quanto il musicista che l’ha creato. Si apre con l’allegra e ingannevole Playground. Riff di chitarra luminosi e conditi con un fantastico rullante ci accolgono nel parco giochi di Partridge, un posto dove i bulli aspettano di colpire le loro vittime. «Puoi lasciare la scuola, ma lei non ti lascerà mai», dice il testo. Non c’è tempo per meditare sull’avvertimento che un’altra botta di chitarre ti accompagna verso Stupidly Happy. Da quel punto in poi il disco è bello mosso, interrotto giusto dai pezzi più quieti dell’altro autore e cantante del gruppo, Colin Moulding, In Another Life, Boarded Up e Standing in for Joe. Partridge ci mette la lenta e deliziosa Wounded Horse, per poi impazzire di nuovo nella caotica canzone d’amore You and the Clouds Will Still Be Beautiful e chiudere con The Wheel and the Maypole che svela il pensiero autentico dell’autore: tutto finisce, tutto cade a pezzi, e lo stesso vale per la razza umana. «Ero così ingenuo? Tutto si disfa», dice il testo.

Wasp Star è il primo album degli XTC che ho ascoltato. So che non è considerato tra i migliori del gruppo, ma è il mio preferito. 

Davvero? Sei entrata dalla porta d’uscita. Di solito la gente non lo considera granché e finisce in fondo alle classifiche. Go 2 e Wasp Star sono i miei figli meno amati. In realtà ne vado fiero. Quando è uscito ero giù, ma credo dipendesse dai casini con Dave (Gregory, il chitarrista, nda). Un po’ hanno influito sull’album, sai, se n’è andato prima che lo finissimo. Ma no, credo che sia un bel disco di pop chitarristico, con tante canzoni forti.

Quando l’avete registrato gli unici membri della formazione originale eravate tu e Colin Moulding. Questa cosa ha influenzato la musica?
Sono stato un po’ sfacciato e ho usato gli arrangiamenti di chitarra a cui Dave aveva lavorato prima di andarsene. Piccoli riff, qualche passaggio. Mi sono detto: “È quel che avrebbe fatto in ogni caso”. Non abbiamo usato le parti che aveva registrato. Se n’è andato e la cosa ha lasciato un po’  di amarezza. In pratica, abbiamo tolto la sua chitarra e abbiamo suonato le parti come le avrebbe fatte lui, o persino meglio.

Ero orgoglioso dei punti in cui mi sono scatenato, come nel solo in Church of Women. Davvero orgoglioso. Oppure alcuni passaggi di altre tracce, pensavo: “Wow! Il fatto che Dave non sia qui mi ha stimolato”. Non pensavo a cosa avrebbe fatto Dave, ma a cosa serviva alla canzone.

So che molti di quei pezzi sono stati scritti negli anni ’90. Mi racconti come sono nati e che cosa avete fatto per aggiornarli al nuovo millennio? 

Beh, è successo tutto dopo aver fatto Nonsuch per la Virgin, che ha completamente sbagliato la promozione. Non hanno spinto il singolo Wrapped in Grey e nel frattempo io avevo deciso che non saremmo andati in tour. Non mi andava di suonare dal vivo, volevo scrivere e lavorare in studio. 
Poi Dave Gregory mi ha detto: “Senti un po’, perché non facciamo quello che fanno tutti quando le condizioni lavorative fanno schifo? Perché non scioperiamo?”. Forse stava scherzando, ma era una grande idea. Gli ho risposto che aveva ragione e che avremmo scioperato. E l’abbiamo fatto. La cosa è andata avanti per cinque anni. Loro non volevano lasciarci andare e noi non potevamo registrare. Se l’avessimo fatto la musica sarebbe stata di loro proprietà.

Ma avete continuato a scrivere. Quali sono le differenze tra Apple Venus Volume One e Wasp Star? Alla fine il secondo è uscito per la tua etichetta, attraverso la Cooking Vinyl…
Volevo lavorare con un’orchestra e farlo costa parecchio. È come andare con una escort di lusso. Stiamo parlando di 30 mila sterline al giorno. Ma volevo lavorare con quei colori e quei suoni. Ho comprato un Emulator pieno di suoni orchestrali, ma io non so suonare le tastiere. Sono pessimo, premo un tasto per volta, ma le cose che scrivevo erano adatte a un certo tipo di album.

Col passare degli anni ho scritto pezzi come Easter Theatre, I Can’t Own Her e Harvest Festival. In pratica, gran parte del materiale di Apple Venus Vol. 1, e mi sono liberato dal desiderio di lavorare con un’orchestra. Mi è tornata la voglia di suonare la chitarra elettrica e fare casino.

Quindi per Wasp Star hai rimesso al centro le chitarre. Perché non avete pubblicato tutta la musica scritta in quei cinque anni in un unico, grande album?
Pensavo che non sarebbe stato giusto mischiare i sapori. Non volevo mangiare una bistecca col gelato. Mangiamoci la bistecca e in un secondo tempo un bel gelato. Colin mi è venuto dietro, Dave no. Era scocciato, voleva che prendessimo il materiale migliore per farne un solo album. Gli ho detto che sarebbe stato un Nonsuch 2 in parte orchestrale e in parte elettrico. E io non volevo fare Nonsuch 2. Avevamo già pubblicato un disco simile. Abbiamo tutti questi pezzi con l’orchestra, mettiamoli insieme e facciamoci un disco e coi brani elettrici rimasti avremo un altro album con un diverso sapore.

Perché hai smesso di suonare dal vivo negli anni ’80? Non dover pensare agli arrangiamenti live ha cambiato il modo in cui componi, o almeno così mi pare.

Non amo stare sul palco. All’inizio, quando volevamo attirare l’attenzione, mi piaceva. Volevo scioccare il pubblico, suonare per gente che non sapeva nulla di noi e che alla fine del concerto avrebbe urlato il nostro nome. Era eccitante. L’abbiamo fatto per cinque anni e non abbiamo guadagnato un soldo. Davvero, non esagero, non abbiamo visto soldi dei cinque anni passati in tour. Qualcuno però ci stava guadagnando. I locali contenevano 5 mila persone e i biglietti costavano X, il concerto era sold out: dove finivano tutti quei soldi?

Pensa a che situazione. Ti ammazzi di lavoro e non vedi un soldo, chiaro che inizi a essere davvero insoddisfatto. E tutte le storie che leggi da ragazzino, le vicende di artisti truffati che hanno lavorato fino alla morte, stava capitando anche a noi, e a me specificamente perché ero lo stronzo che doveva fare tutte le interviste. In più, ecco la ciliegina sulla torta, ero dipendente dal Valium e non me ne rendevo conto. Quando avevo 12 o 13 anni, i problemi psicologici di mia madre ricadevano su di me. “Oh, questo povero bambino con la mamma pazza finita al manicomio non se la passa granché bene, te lo dico io, diamogli un po’ di Valium”.

Ho iniziato a 12 anni e ci sono andato sotto. Sono diventato dipendente senza rendermene conto. Prendevo manciate di pillole al giorno e non mi davano alcun beneficio. Non capivo che la mia normalità dipendeva da quella dipendenza, non so se è una spiegazione comprensibile.

So che hai smesso all’improvviso. Com’è stato?

Mi sono sposato nel 1979 e durante un grande tour negli Stati Uniti la mia fresca mogliettina non voleva che prendessi il Valium tutti i giorni. Non buttavo giù una sola pillola, ma tante. Dovevamo suonare a Los Angeles, o da qualche altra parte, non ricordo bene. Dopo il concerto sono andato a bere con gli amici, sono tornato in hotel e le ho chiesto dov’erano le pillole. E lei: “Non le prenderai più”. “Cosa? Ma che dici?”. “Le ho gettate nel water e ho tirato lo sciacquone”.

Avrà buttato una quantità industriale di pillole. Sono andato fuori di testa, era come se mi avesse tolto una stampella, ero nel mezzo di un tour in America e non sapevo che fare. Ero incazzato e spaventato. È l’unica volta in tutta la vita in cui ho sfasciato una camera d’albergo, e me ne vergognavo. Quando mi sono calmato ho pensato che forse aveva ragione, che non avevo bisogno di quella roba, che non mi faceva bene, che non aveva un effetto benefico. Che sarebbe andato tutto bene.

Mi sa che invece non è finita bene…
Il mio cervello ha fuso. Ho dimenticato chi ero e il posto in cui mi trovavo. Un giorno viaggiavamo in mezzo alla tormenta, da qualche parte nell’East Coast. Forse era a nord di New York. Ho fatto fermare il bus perché dovevo pisciare. Sono saltato fuori e sono finito in un campo, avevo la neve fino alle ginocchia, ho guardato il cielo e ho pensato: “Dove sono? Come mi chiamo? Che sto facendo qui? È tutto strano, chi sono quei tizi sul bus?”.

Ho sfidato chi voleva che continuassi il tour: “Vaffanculo, me ne vado a casa”. Ero come paralizzato, non riuscivo ad alzarmi dal letto per fare il soundcheck, non sapevo chi ero. Ci sono voluti anni per godersi i frutti della decisione di smettere all’improvviso. Tredici anni di dipendenza e poi basta.

Volevo parlare di alcune canzoni del disco, di Playground soprattuto. Mi sembra che calzi alla perfezione a quello che hai appena raccontato, la tua infanzia complicata, il Valium. È così? 

Sì, a scuola ero bullizzato perché ero un ragazzino magro e nerd. Il mio soprannome, e lo odiavo, era Stick. Gli sportivi se la prendevano spesso con me. Credo che segretamente mi amassero, perché li facevo ridere e sapevo disegnare.

Non mi piaceva quel che vedevo nella società. Una volta adolescente, ho capito che il bullismo a scuola è solo il primo livello del tipo di maltrattamento che avrei ritrovato anche fuori. Il mondo è esattamente come la scuola. Quelli con l’ego spropositato e chi ha il potere sono precisi agli sportivi o agli insegnanti più crudeli.

La cosa che mi disturba è che la scuola non t’insegna nulla, neanche l’unica cosa che bisognerebbe imparare e cioè fare domande. Anzi, se ti metti a fare domande ti bollano subito come individuo problematico. Negli ultimi cinque o dieci anni mi sono politicizzato. E il mio disgusto per l’umanità e per i politici si è ingigantito. Quando ho scritto Playground mi sembrava che tutti stessero diventando obbedienti come automi. Nessuno deve fare domande, o cercare di guardare oltre il velo.

Che cosa puoi dirmi di Church of Women? Come l’hai scritta? 

C’è stato un periodo in cui avevo sempre per le mani una piccola chitarra acustica di mia figlia. L’avevo comprata perché voleva prendere lezioni di chitarra a scuola. Poi ho pensato: “Mmm, magari cambierà idea, meglio comprare l’acustica più economica del negozio”. Era costruita in Romania, patria delle grandi chitarre rock’n’roll. Per un paio di mesi ha seguito le lezioni, poi ha mollato lo strumento in un angolo della stanza e non l’ha più preso in mano.

Era piccola e leggera, mi piaceva portarla in giro per casa. La suonavo anche in bagno. Guardavo la tv suonando questa piccola chitarra rumena. Una sera, mentre guardavo il telegiornale, non ricordo bene cosa stesse succedendo, ho pigramente suonato le prime battute dell’intro. Ero in modalità-inconscio, è venuta fuori così.

Qualche anno prima avevo letto un libro fantastico di tale Barbara C. Walker, si chiama The Woman’s Encyclopedia of Myths and Secrets. Credo sia il mio libro preferito di sempre. È un mattone che racconta come le donne sono state escluse dalle religioni, dalla società, dal potere. Avevo questo libro in testa, sapevo di voler scrivere una canzone sulle donne, dire la mia sul tema. Ero un ragazzino timido e sapevo di amarle, ma ero troppo intimorito per avvicinarmi e non sapevo come parlarci perché temevo il rifiuto. Per certi versi le veneravo, erano mostri meravigliosi che mi avrebbero tenuto a distanza.

All’opposto c’è I’m The Man Who Murdered Love
Quella l’ho scritta pensando: “E se l’amore fosse un personaggio?”. Pensavo a Cupido, con il suo piccolo arco e le frecce… e se invece di essere un piccolo angelo, un putto volante che dice “Zac! Ne ho beccato un altro dritto al cuore. Si è innamorato!”, fosse cresciuto?

Ho avuto la mia bella dose di rotture sentimentali e cuori infranti. Va così per tutti. Nella canzone ho immaginato di uccidere l’amore. Magari il mondo sarebbe un posto migliore. Non sarebbe meglio vivere senza farsi spezzare il cuore? Non sarebbe un mondo migliore?

Stai lavorando a qualcosa di nuovo? 

La triste verità è che la porta del mio studio si è rotta per colpa dei temporali dello scorso inverno. Non sono riuscito a farla riparare, perché per sei settimane sono rimasto a letto con la peggior febbre della mia vita. Sono convinto fosse coronavirus.

Tra febbraio e marzo ero inerme. C’erano questi temporali pazzeschi e non riuscivo ad aprire la porta dello studio, che è il mio rifugio. Quando mi sono ripreso ho finalmente chiamato un carpentiere. Ha detto: “Hai bisogno di una porta nuova e anche di una serratura, perché questa è sfondata”. Quindi posso andare in studio, ma non posso chiudere la porta. Devo lavorare con le cuffie, perché i vicini sono in giardino per colpa del lockdown e non voglio che mi sentano cantare. Comunque, sto lavorando a un nuovo progetto. Ho centinaia di canzoni che ho scritto per altri artisti e che sono state rifiutate. Quando potrò tornare in studio e lavorare come si deve, pubblicherò quei pezzi. Il titolo provvisorio è: My Failed Songwriting Career.

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