Anche gli uomini hanno i sentimenti, chiedete ai Death Cab for Cutie | Rolling Stone Italia
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Anche gli uomini hanno i sentimenti, chiedete ai Death Cab for Cutie

Nostalgia, divorzio, indipendenza: intervista a Ben Gibbard per l’uscita del nuovo album ‘I Built You A Tower’

Anche gli uomini hanno i sentimenti, chiedete ai Death Cab for Cutie

Death Cab For Cutie

Foto: Ryan Russell

È vero; spesso, molto spesso, gli uomini non sanno parlare di sentimenti. Né con le loro partner, la propria famiglia, o gli amici. In fondo, questa è stata la nostra educazione. L’uomo non doveva mostrare la parte sensibile di fronte ai propri pari, ma tenersi tutto dentro: lottare, ripartire, ma sempre da sé. E la musica, in fondo, ai maschi è servita come soluzione a tutto questo. Una via comunicare, cercare comprensione, gridare aiuto. Le più grandi canzoni scritte da degli uomini, infatti, parlano proprio di quello che gli uomini non parlano (quasi) mai nella vita quotidiana: i sentimenti.

Ben Gibbard è l’esempio perfetto di tutto questo. Cresciuto nello Stato di Washington, è da quasi 30 anni il leader dei Death Cab For Cutie, la band indie per eccellenza, nonché la sua creatura più plurale. Coi Death Cab, Gibbard ha esplorato i meandri del sentimento, dall’amore più cieco (I Will Follow You Into the Dark) alla solitudine più dura (Brothers On a Hotel Bed), dalla distanza incolmabile (Transatlanticism) alla fine del suo matrimonio in Riptides, singolo dell’ultimo album I Built You a Tower, uscito quest’oggi.

A quasi 50 anni, si è ritrovato a gestire un matrimonio in crisi mentre portava i Death Cab e l’altra sua pregiata creatura, i Postal Service, in giro per l’America per celebrare due album che hanno fatto la storia: Transatlanticism e Give Up. Un po’ festeggiamento, un po’ nostalgia, ma anche la voglia di ridare indietro l’amore che in questi decenni questi progetti hanno ricevuto da un pubblico che è rimasto sempre fedele. Tanto da permettere alla band di abbandonare una major, l’Atlantic, per approdare a una più corretta e congruente indie label, la Anti-.

Incontriamo Ben a pochi giorni dall’uscita del nuovo disco, un’occasione per fare il punto su un momento cruciale per lui e i Death Cab For Cutie.

C’è stato il tour celebrativo di Plans e Give Up. Poi quello successivo, più corto, per Plans. Come sono andati?
Molto bene. Ero abbastanza sicuro che, visto l’impatto che quei dischi hanno avuto – soprattutto negli States – portarli in tour insieme avrebbe funzionato. Tutte e due le band hanno dato il massimo. È stato molto divertente. In un normale set dei Death Cab suoniamo canzoni prese un po’ da tutta la discografia, ma stare lì ogni sera con quelle canzoni specifiche è stato diverso. Era come fare visita ogni sera a una versione più giovane di te stesso.

Come è andata ritrovare quel giovane te? Che rapporto hai con lui oggi?
Suonare quei vecchi pezzi mi ha fatto realizzare che non sono più quella persona. Ho scritto quelle canzoni a 26 anni, mi auguro di aver avuto una crescita emotiva negli ultimi vent’anni! Quei dischi sono stati importanti, ma oggi credo di essere un autore migliore di quanto fossi allora. Il che non significa che alla gente piacerà il nuovo album più di quelli vecchi, ovviamente, ma mentre cantavo quei brani ho pensato: beh, oggi scrivere meglio certe frasi.

Che rapporto hai con la nostalgia? Come l’hai vissuta in quei tour?
La musica segna il tempo della nostra vita in un modo unico. Quando in radio senti una canzone che amavi a 15 anni vieni immediatamente riportato a quel momento; ricordi le persone con cui eri, cosa stavi attraversando. Quando hai scritto musica che la gente ha usato per segnare del tempo nella propria vita, per punteggiare i momenti importanti – non perché siamo una band gigante, ma perché anche nel piccolo è quello che la musica dà e fa – lo senti anche tu, prima di tutto da fan di queste cose. Mi piace quando i Cure suonano Disintegration dall’inizio alla fine. Mi piace quando i Teenage Fanclub suonano Bandwagonesque per intero. Ma nonostante questo, il nuovo disco dei Cure è uno dei migliori che abbiano mai fatto. Quindi, per quanto mi riguarda, fare fan service durante i live non è in nessun modo una distrazione dal continuare ad andare avanti creativamente.

Questo tour ha in qualche modo influenzato il modo in cui hai o avete approcciato il nuovo album?
In una certa misura sì. Suonando i vecchi pezzi mi sono reso conto che il mio processo compositivo era molto diverso all’inizio, prima che iniziassi a registrare su computer. Facevo tutto da me: facevo questi riff alla batteria, quasi fosse una chitarra, poi ci suonavo la chitarra sopra, e infine il basso. Sono orgoglioso della costruzione di quei primi dischi, e quando suoniamo quei pezzi lo noto ancora: le canzoni si intrecciano in un modo molto preciso. Quando ho preso il computer e ho iniziato a registrare in Pro Tools, ho iniziato a lavorare con le drum machine, tagliando le voci, usando break da vecchi dischi. E mi sono reso conto che non stavo più scrivendo musica per me stesso… se ha senso questa frase. Quindi ora volevo tornare a quando cui ogni parte della scrittura era qualcosa che stavo creando io, che stavo suonando io, e non qualcosa che era sintetizzato da una drum machine o campionato da un vecchio disco. Volevo che tutto partisse da un pensiero originale, non da qualcosa che esisteva già.

Death Cab for Cutie - Riptides (Official Music Video)

C’è forte coerenza tra i brani di questo, come ci fosse qualcosa che li tenesse incollati tra loro. E ora che mi spieghi questo riesco a capire quale fosse il collante. Qual è stato il processo creativo? Scrivi tutto tu e poi arrangi con la band?
Abbiamo fatto un po’ di co-writing, passandoci i pezzi nel corso di una settimana, e ne sono uscite tre o quattro canzoni. Ma la maggior delle mie demo le avevo scritte quasi fossi un power trio: batteria, chitarra, basso. Questa direzione era stabilita, anche se forse lasciava meno spazio creativo agli altri rispetto al disco precedente. Però ho detto loro: ho una visione, seguiamola finché non si rompe qualcosa. E ha funzionato. Proprio perché stavo scrivendo come in quei primi dischi dei Death Cab.

I Built You a Tower è un album molto intimo, che affronta molti temi privati. Volevo chiederti dell’immagine del titolo dell’album, di questa torre. Ho letto la tua spiegazione su cosa significa per te, una sorta di monumento al dolore, ma sento che dall’esterno l’immagine può sembrare promettente, che non è la direzione in cui vuoi che la gente vada. Spiegami questa ambiguità.
Ho iniziato a vedere la mia vita come uno skyline in una città americana, con questi edifici di diverse dimensioni che rappresentano periodi e persone differenti. Se fosse New York, il grande amore della mia vita sarebbe l’Empire State Building, e gli edifici più piccoli sarebbero altri momenti, meno significativi forse. Ma in tutti quegli edifici vivono le persone, i ricordi di quei tempi. Noi li teniamo in queste costruzioni perché altrimenti impazziremmo se tutte quelle persone e tutti quei ricordi fossero sempre presenti, di continuo. Negli ultimi anni – con le responsabilità che mi portavo sulle spalle nel fare i tour anniversario dei Death Cab nel mezzo di una separazione e di un difficile divorzio – ho dovuto imparare a compartimentalizzare. Ho dovuto imparare a mettere da parte delle cose per poter fare il mio lavoro. Questo perché c’erano migliaia di persone che dipendevano da me, e in particolare le persone delle due band e la crew. Sentivo molta pressione. Così mi sono dovuto aggrappare davvero a quella capacità di compartimentalizzare per riuscire ad andare avanti sera dopo sera.

Penso a quanto sia difficile per gli uomini condividere i sentimenti, andare in profondità, essere intimi tra loro. Spesso è isolante. Tu nella tua band porti una quantità piuttosto importante di tua intimità. A volte, però, quando si scrivono cose molte personali e le si portano davanti ad altri, magari in sala prove, c’è il rischio di censurarsi, di suonare cringe. Come funziona questa dinamica tra voi? C’è mai un senso di imbarazzo nel portare certe parole o pensieri di fronte ai tuoi compagni?
I miei compagni di band sono i miei migliori editor. Avevamo 90 canzoni per questo disco. Il motivo per cui ne avete sentite solo 11 è proprio perché loro sono i miei migliori editor. Molte volte scrivo cercando di trovare quel bilanciamento tra esprimere qualcosa di intimo e non risultare cringe. E alcune delle canzoni che non finite nel disco forse non sono state scelte proprio per quello, perché erano scivolate troppo nel confessionalismo puro. Quello che ha sempre funzionato nelle migliori canzoni della nostra band, nelle mie migliori canzoni, è che c’è qualcosa di universale nel testo. Ache se c’è sempre un filtro molto personale e riconoscibile. La speranza è che le canzoni di questo disco – come la maggior parte di quelle che ho scritto o pubblicato – esprimano un sentimento relativamente universale, ma in un modo che sembra molto specifico della mia esperienza di vita. Qualcosa che avvicini le persone a me, ma soprattutto si rifletta in come loro vedono la propria vita.

Ti ho fatto quella domanda pensando anche alla situazione americana…
Penso che in America, negli ultimi cinque o dieci anni, ci sia stato un ritorno della mascolinità tossica, di questa idea che gli uomini siano duri, che non condividano i sentimenti, che mangino chili di carne cruda o quello che è quello stereotipo. Per me, essere un buon maschio è la stessa cosa che essere una buona persona. La comunicazione, la sensibilità, l’empatia, la forza: sono queste le qualità preziose negli esseri umani, non specifiche degli uomini. Si può essere empatici, sensibili, aperti e allo stesso tempo duri. Queste cose non si escludono a vicenda. Posso scrivere canzoni sulla vulnerabilità e posso correre cento miglia in montagna. Durezza e intelligenza emotiva non si escludono a vicenda. Penso che gli uomini – certamente in America, ma probabilmente in tutto il mondo – trarrebbero beneficio dal capire che essere in contatto con le proprie emozioni non significa essere incapaci di essere maschi.

Questo si sente molto in alcune canzoni del disco. Ci sono pezzi duri – riff distorti, batteria che picchia, basso che spinge – ma che al loro interno hanno poi sempre uno spostamento emotivo. Qualcosa che arriva dall’armonia, come un arpeggio di chitarra che entra e mostra l’altro lato di un brano. In questo album in particolare succede spesso: qualcosa di molto duro a un certo punto diventa qualcosa di molto gentile.
Sì, è intenzionale. Le dinamiche di un pezzo musicale sono importanti per noi. E non è sempre andare dal forte al piano nel senso classico, ovvero strofe quiete e ritornelli forti. Penso che una delle cose più sorprendenti che possa succedere in un pezzo musicale sia quando arriva qualcosa che non ti aspetti. Non siamo una band sperimentale, ma siamo un gruppo di ascoltatori di musica piuttosto esigenti e non siamo mai a corto di idee. E poi abbiamo in Dave e Zach dei musicisti molto preparati in teoria musicale – il che è utile, perché gli altri tre di noi non ne hanno moltissima, ad essere onesti.

Questo album esce su un’etichetta indipendente, non più su una major. Sembra un trend del momento: molti artisti vanno in quella direzione perché vogliono più controllo, libertà, autonomia. Perché avete scelto di tornare indipendenti?
In primis perché abbiamo abbastanza consapevolezza da capire che, anche se siamo stati una band di successo nel nostro genere, le major probabilmente non sono interessate a bussare alla nostra porta per firmare un gruppo di tizi tra i 40 e i 50 anni. L’industria non sta andando in quella direzione. E onestamente, anche se fossimo stati approcciati – cosa che non è successa – non ne vedrei comunque il punto. Il nostro desiderio non è mai stato quello di diventare una band enorme. Siamo stati vent’anni con la Atlantic e non abbiamo cercato di avere featuring con grandi artisti o di scrivere la hit con un esercito di produttori e songwriter. Siamo entrati in major nel 2004 perché volevamo vedere se, con il supporto di un ufficio radio, potevamo far arrivare le nostre canzoni in radio e fare un salto di livello. E l’abbiamo fatto. Ma è stato ironico: nel resto del mondo la stessa major se ne fregava di noi. Abbiamo suonato in Italia solo due volte, per dire (ma anche in questo tour non passeranno nel nostro Paese, ndr). Non abbiamo avuto supporto dall’etichetta. Non lo dico per lamentarmi, ma per introdurre un punto: quando abbiamo suonato a Londra durante il tour dell’ultimo disco, abbiamo venduto 7000 biglietti e dalla label sono venute due persone, che sono state licenziate una settimana dopo.

Death Cab for Cutie - "Punching the Flowers" (Official Music Video)

E ora vedi già dei cambiamenti con una label indipendente?
Abbiamo già visto molto più supporto in Europa, ad esempio. Si sente che ci sono persone sul territorio che fanno questo lavoro perché sono appassionate della band in un modo in cui nessuno alla Atlantic è mai stato al di fuori dagli States. L’ironia è questa: uno dei motivi per cui una band vuole andare su una major è per avere più supporto all’estero. Noi lo stiamo ottenendo da una indipendente. Lato creativo, invece, non è cambiato niente, siamo sempre in controllo di ogni nostra decisione, dei nostri successi e fallimenti. Il lato umano è cambiato, quello sì. Quando facciamo riunione con i ragazzi di Anti- ci capiamo, è gente che viene dal punk-rock come noi: possiamo metterci lì e parlare di quanto sia figo Spiderland degli Slint. Abbiamo riferimenti simili. E questo mi fa sentire molto più a mio agio in come promuoveranno e faranno marketing per la band, perché capiscono cosa è importante per noi. La maggior parte delle persone con cui interagivamo all’Atlantic non venivano dal nostro mondo. Non erano cresciute andando ai concerti punk. E questo, alla fine, fa la differenza.

Abbiamo parlato di aspettative. Quando inizi la tua carriera, vuoi diventare più grande, vuoi ottenere di più, vuoi farti sentire. Ma ora, dopo tutti questi decenni, dove sei adesso? Hai ancora aspettative?
Mi piace pensare che il panorama musicale sia come una catena montuosa, e tutte le vette più alte sono le grandi band. Guardando fuori dalla mia finestra qui a Seattle, riesco a vedere la cima del Monte Rainier: sarebbero i Nirvana. E laggiù il Monte Hood: i Pearl Jam. I Soundgarden, invece, sono il Monte Baker. Ma guardo anche lungo queste belle colline prima di queste vette. Ed è lì che esistiamo noi. Abbiamo la nostra montagnetta. Non è enorme, ma è nostra. E vogliamo mantenerla, prendercene cura, assicurarci che i sentieri siano tenuti bene, che sia un ecosistema sano. Così vedo la nostra band. Non siamo la montagna più grande della catena, non diventeremo molto più grandi, ma va bene così. Faccio questo da trent’anni, ho uno stile di vita straordinario, riesco a camminare per il mondo senza essere disturbato. Non sono così famoso da non potermi muovere con facilità. E lo adoro così. Tutto quello che voglio fare è continuare a fare i migliori dischi che possiamo e sperare di far felici le persone che ci seguono.