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Amanda Palmer: «Ogni fascismo nasce proibendo i diritti delle donne»

Dopo il milione di dollari raccolto online per il suo ultimo album, l'ex Dresden Dolls è tornata con ‘There Will Be No Intermission’: un disco in cui racconta come il suo aborto forzato sia diventato la sua più grande forza

È trascorso molto tempo da quando Amanda Palmer ha smesso di guadagnarsi da vivere facendo la statua vivente. Ma stare in mezzo alla strada per ore, immobile, vestita da sposa, con ai piedi un cappello per le offerte, è un’esperienza che l’ha formata al punto che ancora oggi la songwriter americana ne parla con orgoglio. «È così che ho imparato a chiedere», ha spiegato più volte l’ex Dresden Dolls, che a questo tema ha dedicato il libro The Art of Asking, e che dopo essere diventata la regina di Kickstarter raccogliendo più di un milione di dollari per il suo secondo disco solista Theatre is Evil, ha continuato a sfruttare le potenzialità della rete in più modi, fino ad aprirsi un profilo su Patreon, dove circa 15 mila fan le versano mensilmente del denaro, quanto desiderano, fosse anche solo un dollaro.

Il suo nuovo album There Will Be No Intermission è nato proprio grazie al supporto di quei sostenitori, e non è che uno degli svariati progetti che la Palmer ha portato avanti dall’uscita del precedente lavoro a oggi: tra questi, una serie di show con il marito scrittore Neil Gaiman (American Gods, Coraline), un disco con il padre e un altro con Edward Kaspel.

Ora eccoci a There Will Be No Intermission, opera che vede la 42enne scandagliare alcune dolorose esperienze personali e trattare argomenti come l’aborto, la morte per cancro di un amico, il suicidio di un ex, il potere degli oggetti, la violenza, il sentirsi diversi, l’ambivalenza che si può provare durante la maternità. «Mi sono messa a nudo per me stessa, ma anche per gli altri», dice lei.

Hai dichiarato che questo non era il disco che avresti voluto fare. Cos’è successo?
La vita! Più invecchio più m’incuriosisce l’idea che scrivere canzoni possa avere un’applicazione pratica. A 20 anni sentivo che la musica aveva una funzione terapeutica per me, ma ero insicura e molto di quel che facevo aveva a che vedere con la voglia di impressionare gli altri. Ora mi preme sempre più capire cosa mettere nei miei brani per dare effettivamente qualcosa a chi ascolta, per trasmettere speranza, per essere utile. E mi sono resa conto che più scavo dentro di me, più mi espongo, più posso aiutare gli altri. Non tutti, ovviamente, hanno bisogno di questo tipo di medicina, ma per chi quel bisogno ce l’ha, funziona.

Ora che sei su Patreon il tuo rapporto con i fan è diventato particolarmente intenso, uno scambio in cui riveli molto di te stessa. Non hai mai paura che questo possa nuocere alla tua creatività?
No, perché adoro comunicare con i fan. Non si tratta di stare sul web e trovare modi di diffondere il mio lavoro secondo delle strategie di simil-marketing. Io e i miei sostenitori su Patreon siamo una comunità, io mi racconto e loro pure. È in collaborazione con questa comunità che ho scritto alcune tracce di questo album: per Voicemail for Jill, la canzone in cui parlo di aborto, ho chiesto ai miei amici di Patreon che cosa avrebbero detto a una donna in procinto di abortire. Ma poi nessuno chiede ai cattolici se non sono stufi di andare in chiesa, no? La mia comunità su Patreon è la mia versione personale di una comunità religiosa: le persone con cui parlo, a cui confido le mie emozioni, delle quali cerco il supporto nei momenti di difficoltà e con cui condivido le mie storie, sono reali.

E di Facebook che cosa pensi? Di recente Nils Frahm l’ha chiuso, e non sta più usando nemmeno Instagram.
Potrei fare lo stesso a breve, Facebook è diventato così frustrante… Lo detesto, perché negli anni ho radunato migliaia di persone sulla mia pagina, e se all’inizio mi sembrava tutto fantastico, dopo un po’ l’algoritmo ha iniziato a funzionare diversamente, utilizzando i profili di quelle persone secondo logiche ingiuste e lontane da ogni principio etico. Per cui ora ne sono convinta: Facebook è il lato più brutale del capitalismo.

There Will Be No Intermission è un album dagli arrangiamenti scarni, incentrato su voce e pianoforte. Immagino tu abbia scritto i brani partendo da questo strumento.
Sì, esatto. Benché con il piano abbia avuto una relazione complicata. Mia madre mi mandò a lezione da bambina, ero brava, ma non m’importava di fare pratica con Bach o Mozart come mi si chiedeva di fare, così mi sono divertita a non essere un’allieva modello: l’insegnante mi diceva di far pratica con Chopin o Beethoven e io m’inventavo delle musiche da suonare. Ho imparato molto anche suonando in un gruppo jazz alle superiori, e ho avuto un maestro di piano all’università, per cui non sarebbe corretto definirmi autodidatta, ma mi sono sempre opposta a quel tipo di formazione. Da adolescente, poi, pensavo fosse tutto il contrario del punk rock che tanto amavo! Era un ragionamento infantile, binario, in seguito ho rimpianto di non avere studiato meglio certi compositori. Ad ogni modo, avevo intuito sin dall’inizio che non sarei mai diventata una pianista classica e che quel che m’interessava davvero era imparare a usare il pianoforte come mezzo per raccontare ciò che mi premeva raccontare. Quello che mi piace di There Will Be No Intermission è che il mio modo di suonare credo risulti intenso per chi ascolta, ma non alla maniera dei Dresden Dolls, in modo più essenziale, minimale. Qui il piano è la struttura su cui poggia un messaggio potente.

Parli di esperienze negative: come mai ti sei concentrata sulla parte triste della tua vita?
Non userei la parola “triste”, la vita è più complessa di così. Le esperienze del matrimonio e della maternità sono solitamente considerate felici, ma in realtà possono provocare ambivalenza. Per me è stato così e allo stesso modo l’aborto spontaneo – evento considerato genericamente triste, e lo è – mi ha dato una forza incredibile, nel matrimonio con Neil ci sono stati momenti di crisi e diventare genitori è stato bellissimo quanto pesante e frustrante. Il problema, specie per noi donne, è che ci viene detto di cosa dovremmo gioire e di cosa dovremmo rattristarci, invece ognuna di noi è unica e ha il diritto di esserlo. In tutto ciò parlare di aborto è una libertà che mi sono concessa, perché nessuno racconta mai quel che ti succede dentro quando abortisci, e il motivo è che ci hanno educate a credere che l’aborto sia qualcosa di cui vergognarci. Chi è che scrive canzoni sull’aborto? Io l’ho fatto con Voicemail for Jill: non ho più paura di nessuno.

Foto di Kahn and Selesnick

Hai detto di aver abortito più volte.
La prima a 17 anni, alle superiori, vivevo con la mia famiglia in una ricca cittadina del Massachusetts, in un contesto agiato. Non potevo sapere se altre ragazze avevano abortito, nessuno affrontava apertamente argomenti del genere. Ma a posteriori posso affermare che in linea di massima in quell’ambiente colto e benestante si riteneva che nessuna studentessa dovesse lasciare la scuola per nessun motivo al mondo, nemmeno per una gravidanza: il nostro futuro era andare all’università. Il che significa che se eri una diciassettenne incinta come me, tua madre ti portava ad abortire, e così ha fatto mia mamma.

Eppure esistono ancora realtà e famiglie dove l’aborto non è un’opzione.
Ed è terribile. Non importa se si rompa un preservativo o si commetta un errore, il controllo sul proprio corpo è un diritto inalienabile della donna. Mia madre non mi ha forzata ad abortire, mi ha detto che era una mia decisione e che lei e mio padre mi avrebbero sostenuta in ogni caso. Sono sicura che lo avrebbero fatto anche se fossi diventata mamma, ma avevo 17 anni, non volevo un figlio: volevo godermi la mia età, essere giovane e libera, finire gli studi. La storia insegna che ogni ascesa di un potere di stampo fascista è sempre associata alla volontà politica di togliere diritti alle donne rispetto alle loro facoltà riproduttive, ma per quanto mi riguarda non esiste alcuna ragione per cui una donna non possa scegliere se portare in grembo un bambino, metterlo al mondo e prendersi cura di lui, o non farlo. Essere madri è una responsabilità enorme, non è un gioco.

Che cosa rispondi a chi sostiene che anche i padri devono poter decidere?
Che il corpo non è il loro, non sono loro che devono portare avanti la gravidanza per nove mesi, partorire e allattare. Se la legge desse maggior peso ai doveri dei padri forse il dibattito in proposito cambierebbe, ma al momento non possiamo vederla diversamente.

Quando hai abortito la seconda volta?
Ho abortito altre due volte verso i 30 anni: una volta per motivi medici, un’altra per scelta. E due mesi dopo ho avuto un aborto spontaneo. Ma se tornassi indietro non cambierei nulla, sono grata di vivere in una società che protegge il mio diritto di decidere del mio destino. Adesso negli Stati Uniti c’è chi va nella direzione opposta, so che anche in Italia e in altri Paesi accade lo stesso; per fortuna ci sono tante donne agguerrite, e non solo sul fronte delle leggi sull’aborto, ma anche rispetto a temi quali lo stupro, le molestie, la salute. E sai come lottano, quelle donne? Con la verità: sono sempre di più quelle che parlano di quando hanno abortito o subìto abusi. Ed è doloroso aprirsi in tal senso, ma quando lo facciamo il risultato è esplosivo, perché si rompe il muro di vergogna con cui siamo cresciute.

E le donne contrarie all’aborto?
Credo siano condizionate. Se ci pensi gran parte della musica con cui siamo cresciuti è scritta da uomini. Me ne sono resa conto solo a un certo punto, che c’era carenza di canzoni che raccontassero le mie esperienze da un punto di vista femminile. Di fatto ci è mancata non solo un’educazione, ma anche e soprattutto una cultura che parlasse davvero a noi donne di noi donne, basata sulla condivisione di storie in cui potessimo identificarci nel profondo. Perché è questo il potere dell’arte, l’arte offre la possibilità di riconoscersi nelle storie di qualcun altro.

Foto di Kahn and Selesnick

Adesso sei in tour. Vedi perlopiù donne sotto il palco o anche tanti uomini?
Anche molti uomini intelligenti (ride, ndr). Non dimentichiamo che anche gli uomini vivono sulla propria pelle esperienze come quella dell’aborto o della nascita di un figlio. La mia, la nostra, non è una lotta contro gli uomini; ogni tanto questo concetto mi sembra che sfugga anche alle stesse donne. Per questo preferisco definirmi umanista piuttosto che femminista: il femminismo non può essere una lotta contro l’uomo; obiettivo del femminismo dovrebbe essere di trovare un modo per sostenerci a vicenda – uomini e donne -, per volerci bene, amarci, lavorare insieme nel rispetto reciproco. In tal senso questo There Will Be No Intermission è una delle più potenti, coraggiose e oneste dichiarazioni femministe che io abbia mai pronunciato. E il bello è che l’ho buttata fuori in una stanza piena di uomini, dai musicisti che mi affiancano nel disco al produttore, John Congleton (che oltre che con la Palmer, ha lavorato con Anna Calvi, St. Vincent, Angel Olsen, tra gli altri; ndr).

Niente “quote rosa”, direbbe qualcuno.
C’è stato un momento in cui ho pensato che avrei potuto cercare delle donne al posto loro, ma poi mi sono resa conto di quanta forza il mio messaggio avrebbe acquisito se a diffonderlo fosse stata una donna, io, con degli uomini al suo fianco. Uomini che hanno dovuto ascoltare le mie parole infinite volte di seguito, capisci? È questo il genere di confronto che ci serve, abbiamo bisogno di ascoltarci a vicenda. Non c’è modo di separare ciò che siamo come uomini e come donne: più uniamo i nostri super poteri più staremo bene tutti quanti.

There Will Be No Intermission è accompagnato da un libro di fotografie. In molte, come in tanti scatti che hai pubblicato in passato, sei nuda o quasi. Sei davvero a tuo agio con il tuo corpo, e se sì, lo sei sempre stata? O ti sforzi di esserlo, perché credi sia giusto?
Nel corso della mia carriera ho usato il mio corpo nudo in tanti modi differenti: come uno strumento, come una tela, come un punto interrogativo, come oggetto alla base di un conflitto. Così facendo ho compreso quanto mostrarlo senza vergogna può essere stimolante, specie se ciò che cerchi di dire con quel corpo non è “ehi, sono nuda, mi vuoi?”, ma “ehi, sono nuda, che effetto ti fa vedermi così; parliamone, cerchiamo di capire”. Del resto, arrivo dalle performance teatrali e lì la nudità è uno strumento per comunicare, una tonalità fantastica nella palette di colori che hai a disposizione. Quanto al sentirmi a mio agio, con il passare del tempo ho notato che più diventavo coraggiosa nell’essere me stessa e nel lottare contro ciò che non mi piace della società e del mondo, meno imbarazzo provavo nel mostrare la mia nudità.

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