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Aluna: «Cambiamo la musica dance: è bianca, europea e non inclusiva»

La cantante del duo AlunaGeorge pubblica il disco solista ‘Renaissance’ e ricorda che l'EDM non dev’essere per forza disimpegnata. «Tornerà ad essere progressista quando festival e playlist saranno per il 50% neri»

Aluna Francis

Foto: press

Che la musica sia un potentissimo veicolo di cambiamento non è una novità: perfino i generi tradizionalmente destinati al puro intrattenimento o all’evasione hanno contribuito a generare rivoluzioni epocali. L’esempio perfetto è la dance, che fin dagli anni ’70 con la sua cultura pionieristica e lungimirante è riuscita a trasformare i club e le discoteche di tutto il mondo in luoghi inclusivi e aperti, dove tutti si sentono i benvenuti, dalla comunità LGBTQ+ alle minoranze etniche. Ma c’è chi nutre dei dubbi sul fatto che lo siano ancora.

Tra questi ultimi c’è Aluna Francis, fino a pochi mesi fa considerata una delle voci più interessanti dell’electropop inglese con il suo duo AlunaGeorge (il restante 50% è composto dal produttore George Reid). Nel 2016, la loro hit I’m in Control li ha lanciati a livello internazionale, e c’era grande attesa per il loro nuovo progetto. A sorpresa, però, dopo diversi anni di silenzio, anziché un tanto sospirato nuovo album a quattro mani è arrivato un lavoro solista di Aluna, dal titolo Renaissance, uscito proprio oggi per l’etichetta Mad Decent di Diplo. Un disco spiccatamente dance, nel senso più ampio e variegato: dentro ci sono tutte le possibili declinazioni del termine, ma in una chiave afrocentrica o afrodiscendente fresca e contemporanea, come dimostrano i primi singoli Body Pump, Warrior e Envious. «Con AlunaGeorge non siamo propriamente in pausa: il gruppo esiste ancora e pubblicheremo musica insieme in futuro, ma riesco a gestire solo una cosa per volta, e al momento voglio concentrarmi su questo», racconta lei, che da Londra si è trasferita a Los Angeles allo scopo, in collegamento via Zoom.

Apparentemente, Renaissance potrebbe sembrare un album del tutto disimpegnato e leggero, fatto apposta per ballare. «L’ultima volta che sono entrata in un club per divertirmi era prima ancora di rimanere incinta», ricorda Aluna ridendo. Sua figlia Amaya oggi ha nove mesi. «Mi manca un po’, ma essere mamma mi ha riempita di energie e sono felice di avere creato una sorta di discoteca immaginaria grazie a questo progetto». La funzione ludica, in realtà, è piuttosto marginale nell’economia del progetto: come ha spiegato la diretta interessata, si è lanciata in un album solista perché sentiva la necessità di condividere la sua personalissima esperienza di artista donna e nera in un mercato musicale spesso traviato dai pregiudizi. «In tutti gli ambiti della nostra società, ormai, razzismo e misoginia sono praticamente componenti strutturali», riflette. «Chiunque cerchi di farsi strada nella vita deve affrontare sfide simili, e ovviamente è toccato anche a me, perché non vivo certo in una bolla isolata dal mondo. Ma non mi fermavo a riflettere sulla questione, mi sembrava quasi la normalità. Come molti, ormai non ci facevo neppure più caso. Oggi finalmente il mondo intero ha capito che è venuto il tempo di parlarne e di denunciare quanto sia ingiusto».

Il titolo dell’album è relativo al rinascimento della cultura nera che si registra in quasi tutti i settori dell’entertainment, «con singoli individui che sfondano il soffitto di cristallo e puntano l’indice su stereotipi e comportamenti sbagliati. Anche io volevo essere protagonista di questa rinascita e inserirla nel mio lavoro». Il fatto stesso di definirlo un album dance, secondo Aluna, è una sorta di sfida allo status quo. «Ora come ora, nel mercato discografico mainstream, la musica da ballare è considerata solo l’EDM, che è un settore molto bianco, europeo, separato da tutto il resto», afferma. «Puntare i riflettori su sottogeneri tipicamente black, come l’afrobeat o il garage, è puro attivismo, secondo me».

Come molti osservatori, anche lei riscontra una drammatica mancanza di scopi, valori e ideali nella nuova musica da ballare: siamo lontani anni luce dagli anni ’80, quando Smalltown Boy dei Bronski Beat diventava un inno generazionale che contribuiva a sdoganare l’omosessualità, o la techno di Detroit abbatteva le barriere virtuali tra musica bianca e musica nera. «Al momento, l’EDM è totalmente avulsa da qualsiasi legame con la sofferenza umana e le lotte che la gente sta portando avanti», argomenta. «È pura distrazione, senza emozioni e senza riflessioni. Esiste ancora chi fa dance in maniera politica e militante, ma è confinato nell’underground. È un genere che tornerà ad essere davvero progressista e a precorrere i tempi solo quando includerà anche queste persone e questi sottogeneri all’interno del mercato mainstream».

Nella speranza che venga dato più spazio a queste istanze, a fine giugno Aluna ha pubblicato una lettera aperta all’industria musicale e alla scena EDM, in cui chiedeva ad artisti e addetti ai lavori di fare tutto il possibile per essere più inclusivi a livello culturale ed etnico, di riconoscere le radici nere del genere e, soprattutto, di fare il possibile per riequilibrare la presenza di artisti e filoni black nelle line-up dei festival e nelle playlist delle piattaforme di streaming. Le reazioni sono state sorprendenti. «Le mie parole hanno ispirato le rivendicazioni di altri, e penso sia grandioso», esclama. «Molte mie fan mi hanno scritto di essersi trovate spesso ad essere le uniche ragazze nere ai miei concerti, soprattutto a quelli che si tenevano in festival molto, molto bianchi. Si sentivano un po’ come se non c’entrassero niente lì». Per quanto riguarda gli altri artisti, «si sono sentiti incoraggiati a dire la loro: qualche giorno fa, ad esempio, mi è arrivata una lettera simile da parte di un gruppo di persone che lavorano nell’industria discografica giamaicana, che chiedevano più rispetto e incoraggiavano le piattaforme di streaming a rendere più visibili i loro brani nelle playlist».

Molti dei sottogeneri citati da Aluna nella lettera – juke, Jersey club, Baltimore club, softwork, sooflo jook, slowflo – sono praticamente sconosciuti alle masse, e non solo perché si tratta di sonorità underground, ma anche perché i relativi artisti e le playlist sono spesso sepolti da una marea di altre uscite più blasonate e patinate, che magari si rifanno proprio a quei sound e li saccheggiano senza attribuire la paternità a chi li ha ispirati. «Nell’industria musicale il cambiamento reale incontrerà sempre una grande resistenza, perché significa ridistribuire la ricchezza che alcuni settori hanno accumulato per anni a discapito di altri», dice Aluna con una punta di amarezza. «Spero che, quando finalmente saremo in grado di riprendere a fare concerti, il sistema con cui vengono selezionate le playlist o le line-up nei grandi festival di musica dance ed elettronica sarà cambiato e sarà più inclusivo».

Foto: press

Per quanto la riguarda, Aluna vede in maniera molto positiva esperimenti come il famoso The New Normal del Primavera Sound, che prevedeva un 50% di presenze femminili nei nomi in cartellone, e non le dispiacerebbe affatto se lo stesso tipo di esperimento venisse fatto anche garantendo un 50% di artisti non bianchi. «È un sistema che ha spesso funzionato per includere le minoranze in vari settori della società. Certo, è utile solo se è parte di un piano più ampio per cambiare davvero le cose, ma da qualche parte bisogna pur iniziare: sarebbe un passo importante verso il futuro. Per ridare alla musica nera il posto che merita nel mercato, il primo problema da affrontare dev’essere lo squilibrio nelle line-up, e per farlo c’è bisogno di azioni molto forti, come questa».

Al di là dei massimi sistemi, però, per Aluna la priorità è cominciare a vedere il cambiamento nelle piccole cose. «I neri e i loro alleati bianchi devono unire le forze per creare un ambiente in cui tutti possano dire la loro ed esprimersi, come è successo durante le proteste per la morte di George Floyd», esorta. «Ma anche per generare un ambiente in cui si sentano a loro agio a ballare tutti insieme. Al momento posso dire che non esiste ancora, perché i club che ciascuno di noi frequenta spesso dipendono dalla nostra etnia o dal tipo di musica che ci piace ballare. A chiederlo con forza sono le nuove generazioni, che «non vogliono solo ammende per il passato, ma desiderano costruire un futuro migliore». Una nazione sotto lo stesso groove, come diceva George Clinton.

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