Allison Russell, ovvero come fare uno dei dischi dell'anno esorcizzando i propri traumi | Rolling Stone Italia
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Allison Russell, ovvero come fare uno dei dischi dell’anno esorcizzando i propri traumi

È scappata da una famiglia dove abusavano di lei. Ha passato l’adolescenza per strada. Ha sperimentato indifferenza e razzismo. Ora racconta tutto in 'Outside Child' e in questa intervista

Allison Russell

Foto: Laura E. Partain per Rolling Stone US

Nel luglio 2019, a bordo di un aereo che sta attraversando una turbolenza, Allison Russell ha iniziato a ripensare al periodo più difficile della sua vita. Cresciuta a Montreal, era scappata dai famigliari che abusavano di lei e aveva passato l’adolescenza per le vie della città, dormendo nei cimiteri e tirando l’alba giocando a scacchi nei caffè. Su quell’aereo, Russell è venuto in mente a quel che le dicevano le persone che non avevano idea di quel che stava passando.

«Questi sono gli anni migliori della tua vita», era la frase che le ripetevano. «Se ci avessi creduto sarei morta», commenta oggi.

Alla fine del volo aveva la pelle d’oca: aveva appena finito di comporre una canzone intitolata 4th Day Prayer che non aveva niente a che spartire con tutto quello che aveva scritto in 15 anni di carriera da autrice.

«È così che ho capito che c’era un disco, che c’era un viaggio che dovevo fare e che sarebbe stato doloroso», spiega la cantautrice, 39 anni.

4th Day Prayer è il primo brano che Allison Russell ha composto per Outside Child, l’incredibile album di debutto scritto durante tre mesi febbrili nell’estate del 2019. È un mix di torch songs, vecchie ballate (in lingua francese e inglese), shuffle country e R&B ispirato da Al Green. È un nuovo inizio musicale ed è stato possibile per Russell solo affrontando il passato traumatico.

«Questo disco è una resa dei conti con la parte più dolorosa della mia vita, ecco che cos’è. Ho pensato: se posso cantare di queste cose, allora devo farlo».

Dall’età di 5 anni, Russell è stata abusata sessualmente da un membro della famiglia. Ha cercato di superare il trauma cantando e scrivendo canzoni, anzitutto nella band Po Girl (non perdete No Shame, il loro singolo del 2010). «Ero una ventenne e a dirla tutta non avevo la rete di supporto di cui avevo bisogno per farcela in sicurezza», ricorda di quel periodo. Ha passato il resto del decennio ignorando le parti più oscure del suo passato e suonando in un duo di musica roots, i Birds of Chicago, con il marito JT Nero.

Il nuovo album è il culmine di un progetto durato anni che l’ha portata alla ricerca delle radici generazionali, razziali e sociali degli abusi che ha subito. «Questo disco parla di mettersi alle spalle rabbia e vergogna», dice. «Dal 2010, quando ho iniziato a parlare di queste cose, sono riuscita a integrare meglio musica, identità e percezione di me stessa».

Russell ha trovato l’ispirazione per scrivere materiale più personale dopo essere entrata nel 2018 nelle Our Native Daughters, il supergruppo di musica roots. Nei quattro anni precedenti, dopo essere diventata madre aveva sofferto di un terribile blocco creativo. «Scrivevo solo ninne nanne». Quando Rhiannon Giddens l’ha invitata a entrare nel gruppo, Russell era intimorita. «Mi dicevo: e se vado lì e non trovo l’ispirazione? Se non ho niente da dire e sono un peso morto? Era la mia grande paura. E invece è successo l’opposto. È come se fosse crollata una diga».

La canzone da cui è iniziato tutto si intitola Quasheba, Quasheba, un’ode alla forza degli antenati di Russell che, due secoli fa, furono catturati in Africa Occidentale e portati sul nuovo continente come schiavi. Scrivere le canzoni per il debutto del 2019 delle Our Native Daughters l’ha aiutata a capire che gli abusi del passato erano parte «di un continuum dello stesso sistema suprematista, bianco e coloniale».

“Dalle coste dell’Africa / alle colline di Granada / al freddo di Montreal”, canta in 4th Day Prayer, percorrendo la storia multi-continentale della sua famiglia. “Quella frusta, quella frusta colpisce ancora”.

Nonostante sia ispirato a temi tanto oscuri, Outside Child non è disperato e non è nemmeno un disco accademico. La maggior parte delle canzoni maschera quell’oscurità con melodie dolci, quasi filastrocche per bambini (“Sono una filastrocca violenta”, canta Russell nella splendida Nightflyer). Uno dei momenti più gioiosi del disco è Persephone, un’ode alla migliore amica dei tempi dell’adolescenza, nonché il suo primo amore, e alla casa che era come un rifugio dagli abusi famigliari.

«Puoi trovare gioia e felicità anche se vieni fuori da circostanze terribili», dice la cantante. Lo dimostra l’ultimo brano del disco, un inno acustico intitolato Joyful Motherfuckers. “Oh padre, tu eri il ladro del nulla”, canta in un momento di lucidità conquistata duramente, “io sarò una bambina nel giardino, sono 10 mila anni e non è ancora finita”.

Russell ha registrato il disco nell’arco di tre giorni, a Nashville, nel settembre 2019. Insieme a lei c’erano il produttore Dan Knobler (Erin Rae, Rodney Crowell) e i membri storici della sua famiglia musicale: Yola, le McCrary Sisters ed Erin Rae. «Ho passato gran parte della mia infanzia da sola, isolata, fuori casa… sentirmi parte di un cerchio magico mi conforta e mi affascina», dice. «Perché per me una band è questo: un cerchio magico. È una cosa sacra, per questo uscire dal mio è stato spaventoso». Registrare Outside Child è stato come «essere al centro di quel cerchio: mi sentivo al sicuro e creativa».

La decisione di pubblicare il primo disco a suo nome all’età di 39 anni è coerente col proposito di essere all’altezza dei suoi antenati, come Quasheba. «Apporpriarmi della mia storia e del mio nome è importante per me in quanto sopravvissuta, madre e persona che vuole che gli abusi si fermino qui. Sì, la mia infanzia è stata tremenda, ma sono molto più libera delle donne che sono venute prima di me. Tutte loro, anche quelle del lato scozzese della famiglia, hanno vissuto tempi difficili. Se sono sopravvissute loro, posso riuscirci anch’io».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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