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Alioscia: «In Italia non puoi permetterti di cambiare le regole»

I Casino Royale ci hanno provato subendo «le inculate delle etichette militanti» e scontrandosi con le major che «cercano scorciatoie». Ecco la storia del gruppo e le novità, tra cui l’EP ‘Polare’ e un live del 1997

Alioscia dei Casino Royale

Foto: Morena Brengola/Getty Images

«Io ora vedo e non prevedo… aria di festa e apocalisse». Alioscia Bisceglia cita un verso di una nuova canzone dei Casino Royale: si chiama Tra noi, è stata abbozzata un anno e mezzo fa e sarà il primo pezzo in scaletta sul loro prossimo EP. Un’apertura profetica: «Nonostante il benessere scintillante, l’euforia di Beppe Sala e della Milano alé-alé», spiega il cantante dei Casino Royale, «sentivo la presenza di un’ombra gigante, avevo il sentore che dovesse succedere qualcosa».

E qualcosa di imprevedibile e per certi versi apocalittico è successo, considerato che siamo tutti chiusi in casa da quasi due mesi causa coronavirus. Parliamo quindi al telefono anche se abitiamo a pochi km di distanza e quella che doveva essere un’intervista per celebrare il passato – tra il 25esimo anniversario di Sempre più vicini e l’uscita di un live del tour di CRX del 1997 – si trasforma subito in un flusso di coscienza che racconta la nuova, ennesima era dei Casino Royale, uno dei gruppi più importanti della musica alternativa italiana degli anni ’90, una band nata e cresciuta nel decennio precedente ma perennemente rivolta verso il futuro. Sempre più avanti.

Prima, però, un veloce passo indietro. I più attenti tra voi avranno notato che intervistato e intervistatore hanno lo stesso cognome: Alioscia Bisceglia e Michele Bisceglia. Bene: non siamo parenti, ma le nostre strade a un certo punto si sono bizzarramente incrociate. In gioventù, ogni volta che facevo la tessera per qualche locale, tipo il Tunnel di Milano, ero abituato a sentirmi fare la domanda:«Ma sei il fratello di Alioscia?». Ed ero più che abituato a rispondere che mi avrebbe fatto enorme piacere esserlo, considerato che lui e i Casino Royale erano un culto, ma «no, non siamo parenti e, purtroppo, non ho neanche mai avuto il piacere di conoscerlo di persona».

Poi, una ventina d’anni fa, ero impiegato come tuttofare a un concerto death metal al Rainbow di Milano e una delle due ragazze per cui lavoravo – Debbie, di cui ancora ignoravo il cognome – mi dice: «Ma sai che ti chiami proprio come mio papà?». Michele Bisceglia, wow. E, chiacchierando, scopro così anche un’altra cosa: lei era la sorella di Alioscia dei Casino Royale.

Tra live, tour e promozioni discografiche hardcore, il mio rapporto lavorativo con Debbie è diventato poi un’amicizia che mi ha portato a frequentare casa sua dove ho conosciuto ovviamente suo padre, il mio omonimo Michele Bisceglia, mamma Bruna e finalmente suo fratello Alioscia. Così, all’inizio dei Duemila ho trascorso tante giornate in quella casa di Cormano piena di musica, dove una quindicina di anni prima era iniziata la storia dei Casino Royale.

Ma adesso torniamo al presente dilatato dal lockdown e a quello che Alioscia presenta come «un progetto un po’ strano, un semino nato dai Casino Royale»: è un singolo “collettivo” che uscirà a breve, prima dell’EP previsto per l’autunno. «Ho fatto girare tra un bel po’ di gente una traccia senza beat con un mio spoken word: ho chiesto a ognuno di lavorarci su per tirarne fuori una mega-song, una testimonianza di connessione tra persone che fanno musica in questo momento difficile, in modo che rimanga un ricordo, come se ognuno di loro mi avesse mandato una cartolina, una polaroid». Tra i musicisti coinvolti ci sono Max Casacci, Howie B, il dub-master Paolo Baldini e la pianista classica Gloria Campaner, tutti alle prese con la propria personale interpretazione di un messaggio Royale.

I Casino Royale del 2020 sono Geppi al basso, Patrick Benifei – «un juke-box umano», come lo definisce Alioscia – parte integrante del gruppo dal 1994, e Ferdinando Masi, batterista e membro fondatore della band nel 1987. «Ho avuto la fortuna di fare il gruppo con il batterista di una delle mie band preferite di quando ero piccolo», racconta Alioscia: «Ho passato una vita a vedere da sotto il palco Ferdi con gli Shocking TV: una cosa fighissima, è stato il trait d’union tra la mia adolescenza e le mie prime volte sul palco».

Al lavoro con loro sul nuovo EP ci sono anche Francesco Leali, il figlio di Fausto, musicista noto in ambito elettronico come Clockwork, e il compositore Giorgio Mirto, direttore dell’Orchestra Alta Felicità che ha già arrangiato in passato pezzi dei Casino Royale.

«Un mini concept album crepuscolare, notturno, drammatico». Alioscia descrive così il prossimo lavoro dei Casino Royale. «La title track si chiama Polare: nel momento di smarrimento cerchi il nord per orientarti, hai bisogno di un punto di riferimento per ritrovare la strada».

Ed ecco la direzione imboccata: «Sto pensando di far ascoltare il disco a illustratori, fotografi, creativi per raccogliere le loro opere e farne una mostra collettiva. Per come la vedo io, nel futuro, Casino Royale non è tanto il gruppo che fa solo musica, ma canzoni e lavori messi su un tavolo come argomenti di riflessione condivisa. Alla fine cosa devo fare, pensare a guadagnare dei soldi con la musica? Ho 52 anni, non me ne frega niente. Ho un bar, Elita, e faccio il direttore artistico. Certo che mi manca il palco, ma devo dire che il bicchiere è mezzo pieno, altrimenti non saremmo qui a parlare di quel che è stato».

Casino Royale, missione speciale, pronti a decollare, come cantavano in Anno zero, uno dei pezzi traino di Sempre più vicini: erano infatti partiti negli anni ’80 saltando con lo ska e poi hanno spiccato il volo, restando sospesi più in alto di tutti per almeno un paio di album a metà anni ’90.

L’idea iniziale di quest’intervista era appunto parlare dei 25 anni di Sempre più vicini, un disco poco italiano, intriso di trip-hop e acid jazz, influenzato dall’allora scena di Bristol: Massive Attack, Portishead, Tricky. Un album che gli aveva aperto le porte delle radio e dunque avvicinati a un pubblico più ampio.

Un disco uscito nel cuore di uno dei periodi d’oro della musica alternative italiana: nel 1995 erano stati pubblicati anche Sanacore degli Almamegretta, il lavoro dei 99 Posse con i Bisca, Psycorsonica dei Ritmo Tribale, 2020 Speedball dei Timoria e Germi degli Afterhours, solo per citarne alcuni. Venticinque anni dopo, nel giro di poche settimane trascorse in quarantena, i Casino Royale hanno deciso però di non celebrare Sempre più vicini, ma pubblicare un live inedito del tour del disco successivo, CRX: la registrazione riemersa di un concerto del 1997 al Vox Club di Nonantola, Modena.

«L’uscita di questo live mi ha fatto ritrovare un po’ di autostima che avevo perso», ammette Alioscia. «È energia pura, c’è tanta creatività. Tutti dicono che è una bomba, vero, ma 23 anni fa cosa aveva nelle orecchie l’Italia? Oggi artisti trap come Sfera Ebbasta o gruppi che derivano dall’indie riempiono i palazzetti, sono mainstream, ma rispetto alla Francia siamo in ritardo di 25 anni. All’epoca lì erano popolari Mano Negra, MC Solaar, Massilia Sound System… Noi qui eravamo dei pazzi».

Per raccontare la carriera di questo gruppo di pazzi, Alioscia usa metafore cinematografiche. Oggi il lavoro su un EP in tutta tranquillità, un pezzo alla volta: «È il modo giusto per fare musica. Magari non vai più a vedere un film, ma guardi una serie tv puntata dopo puntata, una stagione dopo l’altra». E ieri la costante evoluzione cinemascope dei Casino Royale: «Siamo partiti come un film di James Bond e siamo finiti a fare Star Trek».

«Quando suonavamo ska», ricorda Alioscia, «c’era nell’aria una pesantezza tremenda, era un contesto pieno di roba punk incazzata. Noi siamo arrivati come una boccata d’ossigeno positiva e tutto sommato lavoravamo proprio per impressionare quelli della nostra scena».

Soul of Ska, Jungle Jubilee, Ten Golden Guns – gli album pubblicati dai Casino Royale, elegante big band milanese a fine anni ’80 – erano dischi trascinanti, esplosivi: «Eravamo affascinati dalla roba vintage, ma avevamo un’energia tale che non potevamo suonare come i giamaicani. C’era la pompa dei Clash, degli Specials di More Special, ci piacevano i Pogues. Ho avuto la fortuna di crescere con mia sorella che mi svegliava con Radio Luxembourg: lei ascoltava disco e funk. E io ho sempre pensato alla nostra attitudine come a quella di un gruppo new wave, la new wave figa di Joe Jackson, Stray Cats, Depeche Mode e Simple Minds. Eravamo molto clashiani nel mescolare tutto: Sandinista! per noi era un libretto delle istruzioni, il vangelo».

E così a inizio anni ’90 c’è stato un ulteriore passo avanti, one step beyond per citare un’altra band tra ska e new wave, i Madness: «In quel momento c’era stato il boom dell’hip hop, i Public Enemy erano l’equivalente dei Clash come potenza di messaggio, il reggae si era evoluto in raggamuffin, c’erano suoni più elettronici. Noi ascoltavamo già altro, abbiamo sempre avuto voglia di fare cose nuove».

Ed è arrivato quindi Dainamaita, l’album del 1993 con cui ci sono stati un cambio stilistico, il passaggio dall’inglese all’italiano e dalla discografia indipendente alle major: «150 milioni di lire per fare un disco, costava più di un appartamento. Abbiamo capito dopo i motivi velati per cui l’etichetta spendeva così tanti soldi, come facevano a farli uscire da una parte e rientrare da un’altra. Ma per forza di cose dovevano comunque sbattersi per avere dei risultati. Dopo le inculate delle etichette militanti degli amici, per noi essere indipendenti significava soprattutto esserlo dal punto di vista delle scelte artistiche. Soprattutto io non volevo transigere sui pezzi più digeribili».

“Casino royale, lo stesso nome un’altra band”, cantavano nel 1996 gli FFD, un gruppo punk rock tra i tanti nostalgici dell’epoca ska dei Casino Royale. Li accusavano di essersi venduti. Erano fan delusi dal nuovo corso, e a spulciare tra i commenti sotto i vecchi video su YouTube si leggono ancora tanti giudizi simili sparati da conservatori.

Ma da allora i fan dei Casino Royale sono cresciuti con la band: «Ci siamo divertiti, all’inizio eravamo in pochi, appartenevamo a una élite, un’avanguardia, c’era il discorso delle bande giovanili… È normale che qualcuno rimanga attaccato alla colonna sonora dei suoi anni migliori. Ma è quando abbiamo cominciato a scrivere e cantare in italiano che abbiamo davvero iniziato a fondere la nostra anima con quella del pubblico. Chi è entrato nel nostro mondo in quel momento difficilmente poi si è staccato da noi. Almeno fino a CRX abbiamo accompagnato queste persone e ne abbiamo coinvolte di nuove. Gente che oggi lavora nella musica, nella comunicazione, nella fotografia, nel design, nella moda e dice “io da ragazzino stavo a casa, disegnavo e ascoltavo voi”».

Questione di stile, forma e sostanza: «L’attenzione per il merchandise, per il palco, per i video, era un progetto artistico indipendente. Siamo stati un esempio, abbiamo indicato una direzione. Questo è stato il vero successo dei Casino Royale, non i dischi venduti o i numeri mainstream: anche perché quando abbiamo iniziato a suonare nei palazzetti che erano mezzi vuoti è stato un casino».

Passando in rassegna la discografia dei Casino Royale, Alioscia si carica con Dainamaita: «È una manata, un disco randomico con una potenza totale, difficile pensare che sia la stessa band che fa il primo e il quarto pezzo. Quando lo mandai al batterista degli Urban Dance Squad mi disse: “Ma quanta roba c’è qui dentro?!”. Ascoltate KZK, Metallo giallo, la nostra versione di Purple Haze di Hendrix… Fatemi tutti i pezzi reggae dell’estate che volete, ma sentitevi Re senza trono. L’etichetta voleva farlo uscire come singolo, per me però era troppo pop. Avevano a che fare con uno scassacazzo: in realtà ero molto condizionato dal giudizio della scena e non volevo che la gente pensasse fossimo dei paraculi».

E dopo il crossover di Dainamaita è arrivata la vera svolta, l’iniezione elettronica di Sempre più vicini: «Siamo sempre stati un gruppo esterofilo. Per l’Italia eravamo sicuramente avanti», spiega Alioscia, «ma visti dall’estero eravamo un gruppo come tanti, certo con la nostra personalità, la nostra identità sonora. Per Sempre più vicini abbiamo lavorato per la prima volta con un produttore straniero, Ben Young, e quando siamo andati a mixare il disco e ci siamo ritrovati tra le mani i nastri del secondo album di Björk e del primo di Tricky fatti nello stesso studio ci siamo detti: “Wow! E questi da dove arrivano, da Marte?”».

Alioscia accenna al telefono un verso di Anno zero: «Torno sulla base del pianeta Royale…». E poi riprende il discorso: «Sempre più vicini è andato bene, vero, ma la canzone che è passata di più in radio è stata Anno zero. Alla fine era una filastrocca perché per andare bene in Italia, purtroppo, devi sempre fare filastrocche. Finché non c’erano aspettative e abbiamo fatto passi avanti, eravamo tutti entusiasti, poi siamo andati a Londra per comporre e registrare CRX e quando siamo tornati l’etichetta ci ha detto: “Il disco è troppo difficile per i media, dovete fare pezzi più facili”. Bene, gli abbiamo risposto: scrivetecelo nero su bianco così lo facciamo leggere alla stampa che siamo nel ’97 e ci chiedete ancora di fare cose più pop».

Uno slogan che non fu: “Non vergognarti più della musica italiana”. Alioscia racconta che doveva essere questa la frase di lancio di CRX, «ma loro non hanno voluto e così è diventato “il suono dei tuoi simili”». Loro, ovviamente, è la casa discografica di allora, la Black Out/PolyGram. «Con tutto il rispetto per i cantautori belli come Battisti, a noi la musica italiana in generale ha sempre fatto cagare. Se escludiamo un momento magico degli anni ’70 e alcune cose di pop ricercato dell’epoca, la discografia ha sempre cercato scorciatoie. Noi volevamo dire: ragazzi, su la testa, adesso ci siamo noi».

Sempre più vicini, né CRX hanno conquistato il disco d’oro: significa che hanno venduto meno di 50 mila copie ciascuno. «Le major facevano comunicazione sul disco d’oro. Quindi se mancava poco per arrivarci e volevano darti una mano buttavano fuori delle copie, poi le ritiravano e ti facevano ottenere il disco d’oro. Con CRX eravamo arrivati a 47 mila: se non hanno fatto un cazzo significa che gli avevamo rotto i coglioni».

Tra gli artisti coinvolti nel nuovo progetto in quarantena dei Casino Royale c’è Howie B, vecchio amico e collaboratore della band nonché produttore di Tricky, Björk e degli U2 ai tempi di Pop. Nel 1997 i Casino Royale aprono proprio le due date italiane del PopMart Tour, Roma e Reggio Emilia, scelti dagli stessi U2.

«Ai tempi gli U2 cambiavano la scaletta in Italia perché qui avevano ancora un pubblico che voleva il rock», ricorda Alioscia: «Noi ci siamo presentati invece con un live da club hip hop: praticamente un suicidio. E infatti, in quella situazione lì, hanno vinto i Prozac+ che suonavano prima di noi e cantavano Acido acida». A proposito di belle filastrocche vincenti.

«Eravamo dei gatti troppo selvatici per starci dentro», spiega Alioscia. Per stare dentro il mainstream, dentro il pop degli anni ’90. «Devi cominciare a credere nel tuo personaggio, dare alla gente quel che si aspetta. Se tu ammazzi Marco e diventi Morgan va bene, se ammazzi Jeff e diventi Neffa va bene. Ma non puoi permetterti di sorprendere o pretendere di essere tu quello che cambia le regole».

Ed è a questo punto che c’è l’implosione dei Casino Royale, la frattura tra i due frontman, le due voci del gruppo, Alioscia e il King, Giuliano Palma. Vendite non soddisfacenti, palazzetti mezzi pieni e mezzi vuoti: «È arrivata la depressione. Il King soffriva questa situazione e quando la roba dei Bluebeaters e dei nostalgici dello ska, dove lui era un leader, è diventata abbastanza grossa da garantirgli autonomia, una prospettiva lavorativa più serena… Be’, lo capisco anche: un giorno ha preso, è andato a comprare le sigarette e non è più tornato».

Come la reunion dei fratelli Gallagher tanto attesa dal pubblico degli Oasis, certo che i fan dei Casino Royale impazzirebbero per un ritorno di Giuliano Palma: «Non è possibile», è la risposta senza alcun risentimento di Alioscia. «È innegabile che il King è stato un colore super-importante dei Casino Royale, ma non avere più a che fare con lui è stata una liberazione».

Il gruppo giusto al momento sbagliato. Alioscia legge così il mancato successo mainstream dei Casino Royale. Nonostante il loro quartier generale fosse in una casa occupata, in Via Garigliano, «da alcuni militanti eravamo visti come i fighetti di Milano e quindi nel momento di esplosione delle posse è mancata la benedizione dei media, la loro attenzione si è focalizzata su altre band», come per esempio i 99 Posse scelti da Salvatores per la colonna sonora di Sud.

I Casino Royale sono stati il primo gruppo italiano a passare su MTV, ospiti del programma Hanging Out a Londra, ma nel 1996 MTV veniva trasmessa via satellite e per un’ora al giorno su Tele+ 3. «E chi la guardava? Poi quando è esplosa eravamo ormai rimasti orfani di Giuliano, una ferita profonda. E su MTV è stato il turno dei Subsonica, che come prima mossa andarono a Sanremo. Noi ci saremmo fatti esplodere piuttosto. Ma i Subsonica sono riusciti a diventare mainstream conservando la loro integrità».

E per citarne un’altra per la serie sempre più vicini al futuro che al presente, i Casino Royale sono stati tra i primi artisti italiani a caricare i propri pezzi sul web, all’inizio degli anni Duemila, «quando Internet qui andava ancora a carbone».

Tornando al 2020, c’è un artista che ha raccolto il testimone, un erede dei Casino Royale? Certo che sì, e c’è somiglianza nella forma e nella sostanza: Venerus. «Gli è arrivata voce che ci assomigliavamo per il nasino e per i baffi e così è venuto a presentarsi, ci siamo conosciuti», racconta Alioscia, che canticchia Love Anthem, No 1: «E noi che giravamo tutti fatti… Con Venerus c’è speranza. È un polistrumentista, ha studiato musica, è stato all’estero, non gliene frega un cazzo di quel che succede in Italia. Ha la stessa attitudine dei Casino Royale. Chi ascolta la sua musica può incuriosirsi per altri generi come il jazz. Passa una legacy culturale che manca in questo momento di omologazione del mercato dove i trapper rincorrono i brand, i brand rincorrono i trapper e così via».

A proposito del rapporto tra i due, ecco un aneddoto divertente. Quando Alioscia ha fatto ascoltare a Venerus i Casino Royale la risposta è stata: «Ah, un po’ tipo Incubus!». Alioscia ride: «Onestamente non li conoscevo, poi ho chiesto in giro e mi hanno detto: “Sono iper-tecnici, una merda!”. E non sono neanche andato ad ascoltarli per non sentirmi ferito». Scherzi a parte, Venerus lascerà il segno come i Casino Royale? «Io ci credo, punto su di lui. Ma gli auguro anche un epilogo diverso dal nostro».

Ed ecco l’epilogo della storia dei Casino Royale: «Abbiamo sempre cercato di essere innovatori. Per certi versi siamo stati forse il gruppo più avanguardistico che c’è stato in Italia, ma questo non ha portato a un successo di popolo o economico. Ci accontentiamo del fatto che tanta gente figa è cresciuta con noi».

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