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Alice Cooper e Joe Perry raccontano la storia (alcolica) di Hollywood Vampires

Come due leggende del rock hanno fatto una band con Johnny Depp per creare un album che rendesse omaggio al drinking club di Cooper
Alice Cooper e Joe Perry, uniti in un supergruppo. Fonte: Facebook

Alice Cooper e Joe Perry, uniti in un supergruppo. Fonte: Facebook

Alice Cooper e Joe Perry hanno tutti i diritti di essere sazi. Entrambi hanno venduto milioni di album e hanno messo a segno parecchie hit sparse in diversi decenni. Ma a tutt’e due si illuminano ancora gli occhi quando parlano dell’ultima avventura che hanno condiviso, registrare con uno dei miti della loro infanzia.

«Paul McCartney ha aperto semplicemente una custodia e dentro c’era il suo Hofner, il suo basso mancino, la strumento più famoso nel mondo», dice Cooper, sorridendo. «Stavamo lì di fianco a guardarlo, come se fossimo Indiana Jones con un tesoro, come se avesse una sua luce e le nostre facce si stessero sciogliendo sopra».

«Ho iniziato a fargli domande a riguardo e mi ha detto, “È lì, va bene. Prendilo”», dice il chitarrista degli Aerosmith, sorridendo. «Ho avuto l’opportunità di tenerlo in mano, è stato come il Sacro Graal».

«Paul dice, “È solo un pezzo di legno”, e attacca a suonare e io ero tipo “Accidenti!”», si unisce Cooper, alla sua maniera. «Per noi, quel basso è un simbolo di come abbiamo iniziato».

I rocker hanno pensato un sacco riguardo ai loro inizi negli ultimi anni, mentre lavoravano all’album di debutto degli Hollywood Vampires, un supergroup formato assieme a Johnny Depp (sì, quel Johnny Depp). Nonostante l’album contenga due singoli inediti – tre, se si considera l’intro, in cui la scomparsa icona dell’horror Christopher Lee recita un passaggio di Dracula — il suo cuore è una collezione di cover crude e spigolose delle band loro amiche che hanno ispirato il trio: gli Who, Led Zeppelin, i Doors, Jimi Hendrix, John Lennon e tanti altri. McCartney è capitato a casa di Depp, mentre stavano registrando, per cantare un pezzo che ha scritto per Badfinger nel 1969, Come and Get It. L’album – uscito l’11 settembre – vanta anche le collaborazioni con Joe Walsh, Brian Johnson degli AC/DC, Dave Grohl, Slash e Perry Farrell, tra gli altri. Cosa hanno in comune? Le loro radici musicali.



«Avevamo la stessa età quando abbiamo iniziato a suonare», dice il 67enne rocker, incredibilmente pimpante e sempre vestito di nero, indicando Perry, che ha tre anni in meno e sembra davvero rilassato con una sciarpa bianca attorno al collo. I musicisti sono seduti su un divano che da su Manhattan e, nonostante siano le non-vampiresche 9 di mattina, entrambi sono allegri e impazienti di analizzare come tutte le parti di questo progetto siano cadute perfettamente al loro posto. «Abbiamo imparato a suonare i primi due album degli Stones, i primi due degli Yardbirds, i Kinks», continua il cantante. «Così abbiamo imparato a suonare e poi abbiamo inventato Alice Cooper e tu hai inventato quelli che sarebbero poi diventati gli Aerosmith. Adesso ci viene abbastanza facile fare tutti questi pezzi».

È anche facile per Depp, che ha conosciuto Cooper nel 2011 sul set londinese di Dark Shadows, il film diretto da Tim Burton nel quale l’attore interpreta (come se potesse prevederlo) un vampiro e Cooper un altro notissimo personaggio malvagio: se stesso. Quando hanno iniziato a parlare, hanno realizzato di avere parecchio in comune, a partire dall’amore per le band della British Invasion e per il blues.

L’attore faceva il chitarrista in parecchie band prima del suo debutto al cinema nel 1984 con Nightmare – Dal profondo della notte. Ha avuto il suo primo strumento a 12 anni, ha rubato un libro di accordi, ha mollato la scuola tre anni dopo e ha anche viaggiato dalla Florida a Los Angeles per aprire a un concerto di Iggy Pop e dei Talking Heads con un gruppo new-wave chiamato Kids. Un video di loro che suonano What I Like About You dei Romantics nel 1982 è on-line. Quando Cooper ha capito che Depp suonava ancora, l’ha invitato a unirsi a lui durante un concerto al 100 club di Londra, dove hanno suonato insieme I’m Eighteen and School’s Out.

«È arrivato, ha iniziato a suonare e conosceva tutto», Cooper dice con enfasi. «La gente poteva cantare qualsiasi cosa, lui la sapeva. “Brown Sugar?” “Yeah, yeah!”. Abbiamo capito che il ragazzo sapeva suonare». L’attore, che non era disponibile per l’intervista, è diventato sempre più attivo negli anni, suonando ai concerti con Marilyn Manson, Aerosmith, Patti Smith e, più di recente, Gene Simmons. E dopo aver suonato con Cooper, ha invitato il cantante di Feed My Frankenstein a casa sua.

«Abbiamo iniziato a dirci, “Facciamo un album”», continua. «Non ho mai fatto un album di cover, quindi mi sono detto, “Mi piacerebbe di farne uno in onore di tutti i nostri amici alcolisti morti, i ragazzi con cui passavamo le serate a bere e adesso non ci sono più”». Nei primi anni Settanta, Cooper era un membro di un drinking club chiamato Hollywood Vampires che si riuniva al Rainbow, un locale di Sunset Strip. «C’era Harry Nilsson, John Lennon, Keith Moon e un gruppo di altri ragazzi», dice Cooper. «Ho detto a Johnny, “Sono tutti morti adesso. Dedichiamogli qualcosa”».

Casualmente, Perry era nella proprietà di Depp in quel periodo, mentre lavorava alla sua biografia Rocks: My Life In and Out of Aerosmith, uscita l’anno scorso. «Ero letteralmente nella stanza accanto al suo studio», dice il chitarrista, che parla delicatamente confronto a Cooper. «Quindi, quando ho finito di lavorare al libro, ho bussato alla porta di fianco e loro stavano suonando. Johnny ha detto, “Hey, vuoi unirti?”. Ero tentato, era una figata. Mi sentivo come se fossi un membro onorario, perché sono stato l’ultimo a unirmi».



«Joe è arrivato e ha iniziato a suonare, e io ho pensato “Ecco la band, proprio qui”», dice Cooper. «Avevamo due chitarristi che potevano anche cantare, adesso ci serviva un batterista e un bassista, e hanno iniziato tutti a saltare fuori. L’abbiamo fatta grossa».

L’originale Hollywood Vampires, i compagni di Cooper, uscivano a bere insieme agli inizi degli anni Settanta, quando Cooper era sull’onda dei successi tipo School’s Out e No More Mr. Nice Guy. I suoi compagni di bevute durante gli anni includevano Jimi Hendrix e Jim Morrison, ma al punto più alto dei vampiri, c’erano anche Ringo Starr, Micky Dolenz dei Monkeesand, il compositore Bernie Taupin, assieme a Moon, Nilsson e a volte Lennon. Il Rainbow lasciava alla crew il loft privato del locale, dove c’è una placca che lo definisce “il covo degli Hollywood Vampires”. Comprendendo Cooper, che aveva una resistenza leggendario all’alcol al tempo, come presidente e Keith Moon come vice.

«La ragione per cui andavamo al Rainbow tutte le notti era per vedere come sarebbe arrivato Keith», dice Cooper. «Dedicava molto tempo alla ricerca dei costumi. Un giorno, è arrivato vestito da regina d’Inghilterra». Il cantante mima la smorfia di Sua Altezza Reale e il suo saluto aggraziato. «Due settimane dopo, si presenta come Hitler, un’altra volta vestito come una cameriera francese», ricorda Cooper. «E tu facevi, “Wow, questa è la sua vita di tutti i giorni”».

«Ti consumava», continua il cantante. «Se veniva a stare a casa tua per una settimana, avevi bisogno di una vacanza perché era così intenso e pesante. È stato da me per un paio di settimane, poi è andato da Harry e poi da Ringo. Quelle due settimane sono state come essere in Helzapoppin’. Ma era anche il più figo e il più divertente di tutti».

Come per altri membri importanti del club, Dolenz viveva accanto a Cooper ed era anche un suo compagno di golf e Taupin era uno dei suoi migliori amici, quindi si vedevano quasi tutte le sere. I due Beatles non erano regolari come gli altri, ma frequentavano il club abbastanza di frequente da essere anche loro membri, come Nilsson. Il modo di unirsi alla gruppo, come deciso da Cooper, era di battere a bevute gli altri membri. Ha spiegato che così poteva vedere che genere di ubriaconi fossero i suoi amici.

«Tutti cambiano un po’ quando bevono», dice. «Sono sempre stato quello un po’ Dean Martin: rido sempre, non avevo mai la sbronza triste. John e Harry, quando bevevano, andavano uno contro l’altro. Se uno diceva nero, l’altro diceva bianco. Se uno diceva democratici, l’altro diceva repubblicano. Dopo poco, mi mettevo in mezzo e li calmavo. Erano migliori amici, ma quando bevevano si buttavano in discorsi politici e religiosi e alla fine litigavano. Era divertente perché non erano dei lottatori, avevano solo dei momenti di belligeranza ogni tanto. La maggior parte del tempo ridevano».

Cooper ricorda Hollywood Vampires come se fosse una clubhouse, dove solo ogni tanto questi famosi musicisti parlavano davvero di musica. «Stavamo sempre nel mondo della musica, quindi quando non stavi facendo un album, eri in tour», dice. «Se non stavi facendo un tour, stavi facendo qualcos’altro. Quindi quando avevi una notte off, l’ultima cosa che volevi era parlare di musica. Parlavi di macchine e di altre persone».

Alcune foto di un ritrovo degli Hollywood Vampires, che prese forma nel novembre 1973 a un concerto di Anne Murray, vedono protagonisti Lennon, Nilsson, Cooper e Dolenz sorridendo come se stessero passando il momento più bello della loro vita. Oggi, solo gli ultimi due Vampiri sono ancora in piedi.

Cooper, che ha smesso di bere nel 1982, guarda indietro alla vera amicizia che c’era nel gruppo. L’ultima volta che ha visto John Lennon, durante uno dei concerti dell’ex Beatle prima che smettesse di suonare live a metà anni Settanta, rappresenta un ricordo particolarmente felice. «Mentre sto andando via, mi dice “Sono ancora un vampiro?”», ricorda Cooper. «Gli rispondo, “Sento odore di sangue”, e lui “Sono un vampiro, sì!”».



Ma ha anche capito che non poteva andare avanti con quello stile di vita. «Quando ci ripenso, dico che è stato un bel momento, anche se ha rappresentato la fine della mia carriera di alcolista», dice Cooper. «Quando sei un alcolista, in fondo alla tua mente, c’è sempre un desiderio di morte. Non importa quanto lo nascondi, ogni drink in più è un passo verso la tomba. Per me, sopravvivere a quello, vuol dire che in qualche modo sono obbligato a raccontarlo».

Johnny Depp suona un riff di blues metallico nell’ultima traccia dell’album, che si chiama come una delle frasi preferite di Cooper, Dead Drunk Friends. “I’m raising my glass and tossing it back but I can’t remember why”, canta “So let’s have another for all of my brothers who drank until they died”. La canzone è tutt’altro che sdolcinata. Proprio a metà, si trasforma in un canto piratesco con Cooper, Depp e i loro compagni succhiasangue che interpretano lo spirito dei Vampires originali: “We drink and we fight and we fight and we puke and we puke and we fight and we drink… and then we die”.

«Penso che è uscita con un bel po’ di humor», dice Cooper. «Non è morbida, non penso. “My dead drunk friends”, penso che ci avrebbero riso su. Era proprio il loro humor».

A differenza degli originali Vampires, questo collettivo è una roba da sobri. Perry e il suo compare degli Aerosmith, Steven Tyler, hanno guadagnato il nome di “Toxic Twins” in parte per le loro feste fuori dall’orario di lavoro, ma entrambi hanno smesso di bere a inizio anni Ottanta. Depp, che ha raccontato a Rolling Stone nel 2013 che non si è mai considerato un alcolista («Non ho bisogno fisico di bere», ha detto), ha dichiarato nella stessa intervista come non toccasse alcol da un anno e mezzo. Quindi l’unica tossina per questi Vampires è la loro musica.

Le cover scelte dal triumvirato Cooper, Depp e Perry includono grandi successi (My Generation, Whole Lotta Love, Break on Through), come altri pezzi che non sono così conosciuti in questi giorni: Itchycoo Park degli Small Faces, I Got a Line on You degli Spirit e Cold Turkey di Lennon. Quando hanno iniziato a registrare, con il bassista dei Kids, la band di Depp, Bruce Witkin e un cast di batteristi, tra cui principalmente il figlio di Ringo Starr, Zak Starkey, gli amici dei Vampires hanno sentito del progetto e hanno dato una mano.

Uno degli ospiti, Brian Johnson degli AC/DC, si è unito dopo che Cooper l’aveva avuto ospite al suo radio show, Nights With Alice Cooper, l’anno passato. Il cantante di Welcome to My Nightmare ha parlato del progetto, e quello di Back in Black ha risposto che voleva unirsi al gruppo. «Ho detto, “Se sei serio, che canzone vorresti fare?”», ricorda Cooper. «Ha detto, “Voglio fare School’s Out“. E ho pensato che potesse essere figo: lui arriva e canta un’ottava sopra di me, la porta su un altro livello. Porta sempre con sé un qualcosa che ti fa dire “What?!”»

I Vampires finiscono per registrare quel pezzo, con l’aiuto di Slash, del membro originale della band di Cooper, Denis Dunaway, e del batterista Neal Smith, come anche Whole Lotta Love con l’urlatore capo degli AC/DC. La cover dei Led Zeppelin ha un significato speciale per Cooper, perché gli ricorda una volta in cui era headliner al Whisky a Go Go (storico locale della Sunset Strip, ndt) negli anni Sessanta e improvvisamente riconosce il chitarrista della band di supporto come un membro degli Yardbirds. Era Jimmy Page e la band erano i Led Zeppelin. Alice Cooper insistette perché fossero loro a chiudere la serata. La versione dei Vampires di Whole Lotta Love parte con un intro un po’ blues, un po’ soul con alcuni violini classici in secondo piano, come se fosse un pezzo di Isaac Hayes negli anni Settanta. Cooper, invece, la collega a qualcosa che avrebbe fatto il padrino dello shock-rock, Screamin’ Jay Hawkins. Nel pezzo c’è la chitarra di Joe Walsh, ma la cosa più sorprendente a riguardo non sono le urla di Johnson, ma l’armonica blues suonata dallo stesso Cooper che rifà gli assoli di Jimmy Page.

«Non farai mai un assolo di chitarra meglio di Jimmy Page, quindi facciamolo di armonica», dice di questa scelta. «Jimmy l’ha sentita e gli è piaciuta perché è esattamente il suo opposto. Ha detto al producer Bob Ezrin che pensa sia figo perché nessuno l’aveva ancora fatto».



Cooper dice che considera John Bonham un Vampire, nonostante il batterista non fosse un membro del gruppo, ma dice che quello più difficile da onorare è stato Harry Nilsson. «Eravamo tutti gente hard-rock ma Harry era una via di mezzo», racconta. «Abbiamo provato Jump Into the Fire e funzionava. Sul finale Johnny ha attaccato a suonare Coconut, e ho detto “Oh, mi piace questo pezzo. Finiamo con un pezzo di questo”. C’era questa libertà. Tutti si sono uniti e hanno portato qualcosa di loro, per dare colore al tutto».

Nel gruppo, per le cover dei Doors Five to One e Break on Through, è entrato il chitarrista dei Doors, Robby Krieger. «Aveva già suonato con noi e ha una chitarra che suona come nessun’altra», dice il cantante. «Era come se un serpente corresse dentro la sua chitarra. Ho avuto un brivido nello studio».

«Era un chitarrista classico», dice Perry. «Così ha iniziato ed è per questo che fa fingerpicking con i plettri di metallo. Ci metti un anno per imparare a farlo. A quanto sembra, aveva suonato la chitarra elettrica solo per sei mesi prima di iniziare la carriera con i Doors. Sono tutti ragazzi con un po’ di jazz, i grandi musicisti. Tutti i rocker hanno un po’ di jazz, specialmente i batteristi. C’è una vibrazione quando colpiscono il rullante che tiene tutto insieme, una cosa che i batteristi rock non hanno. Questo è perché molta gente degli anni Ottanta ha un suono piatto».

Cooper sorride e ricorda che il batterista idolo di Moon era Gene Krupa e che lo stile del batterista degli Who era esattamente lo stesso del jazzista, a parte alcuni dettagli. «Era il più grande lunatico della storia della musica, ma nonostante questo era il migliore batterista in circolazione», ricorda.



«Ho visto suonare gli Who quattro o cinque volte a Boston prima di Woodstock», racconta Perry. «Tutta il loro movimento era una bomba. Erano una palla di gouache. Non penso che potessero fare più di due battute uguali due volte di fila, ma funzionava tutto». Per creare la loro palla di fuoco alla batteria su My Generation, i Vampires hanno reclutato Starkey, che ha suonato con gli Who nell’ultimo tour Who Hits 50, e ha preso il posto di Moon con i suoi piatti rumorosi e per un rispetto altissimo per il ritmo.

Ogni ospite è entrato nel progetto per ragioni diverse, ma nel caso di McCartney, Cooper pensa che il Beatle si sia interessato alla cosa per il suo collegamento con Lennon. Mentre lavorava con lui, la band ha tentato un approccio alla registrazione old-school. «Eravamo tutti nello studio e abbiamo registrato tutto live, come si faceva nel 1964», ricorda Perry. «Poche band lo fanno ancora. Hanno sempre para che qualcuno possa sbagliare qualcosa. Ma Paul arriva e si siede al piano. Lo suona tre o quattro volte, senza note, senza niente, e noi tre Vampires eravamo lì a guardare in fila. Tutti noi abbiamo i nostri motivi di vanto, i nostri successi, ma ragazzi, ci guardavamo e le nostre bocche erano aperte fino qui». E indica le ginocchia.

«Sai cosa è stato figo per me?», chiede Cooper, alzando il mento. «La seconda volta che abbiamo suonato, ha fatto un errore. È come Tiger Woods che sbaglia una palla. Non succede. E fa “Aspetta, aspetta, aspetta, fammi ricominciare”. E ho detto “Wow, ho appena visto Paul McCartney sbagliare”. Ma poi è ripartito e Bob Ezrin dichiara che c’eravamo. Poi Paul si gira e fa “Ah, ma volete che suoni il basso qui?”. E noi “No no, Paul, abbiamo un bassista migliore di te!”». Cooper ride. «”Certo che vogliamo te al basso!”». In quel momento Macca li aveva conquistati.

Nonostante tutto, l’ospite più sorprendente dell’album è l’attore Christopher Lee, che ha interpretato ruoli che andavano da Dracula a Saruman nel Signore degli Anelli, e ha registrato il suo disco heavy-metal prima di morire a 93 anni a giugno. Come Depp, ha incontrato Cooper sul set di Dark Shadows, dove interpretava un pescatore. Sono andati poi a giocare a golf assieme. «Era un giocatore ottimo», dice il cantante di Lee. In precedenza, Cooper aveva ingaggiato Vincent Price per aggiungere un voiceover al suo album Welcome to My Nightmare, e ha pensato che con gli Hollywood Vampires sarebbe stato bello avere una di quelle voci classiche per una traccia chiamata The Last Vampire.

«Le sue parole sono tratte dal Dracula di Bram Stoker», spiega il cantante, pronunciando il nome dell’autore “Braahm”. «Il passaggio finisce con”Children of the night, what music they make”. Penso che sia davvero l’ultima cosa registrata da lui, che è un fatto tragico e storico allo stesso tempo».

Cooper si ferma per un attimo e continua. «C’è un pezzettino di registrazione che abbiamo tolto e che conservo», confessa. «Dopo che dice “what music they make”, continua “I dread to think what Alice is going to do with this”. Quella l’ho tenuta».

L’altro pezzo originale sull’album degli Hollywood Vampires, Raise the Dead parte appena dopo che Lee recita la sua frase con una batteria tonante, le chitarre al massimo volume e Cooper che ulula le sue minacce: “The soul of rock & roll was buried in a hole”. Quando Rolling Stone gli chiede se ci creda davvero, il cantante obietta. «Beh, per anime, intendo i Brian Jones, i Jim Morrison, la gente che ha creato band come noi, che sono sepolti in una buca, ma non sono morti, perché abbiamo risvegliato i morti. Fisicamente lo sono, ma non faremo morire la loro musica»·

«Una delle ragioni per cui abbiamo fatto questo album è per ricordare a tutti questi pezzi», prosegue. «Non sono suonati dalle radio, non senti più cose come Jeepster. Come Itchycoo Park. Come Manic Depression. Ascolti quello che sputa il computer, ma non senti più quelle cose così profonde che io ritengo anche le più belle».



L’album segue un’altra indicazione, anche, nella sua testa. «È quasi educativo per i ragazzi che hanno 18, 19 anni e suonano nelle band ora», dice. «Diciamo, “Hey, non dimenticate questo pezzo e quest’altro”. Spero che i ragazzi di 16 anni adesso in un garage stiano imparando i pezzi di Alice e i pezzi degli Aerosmith. Per me, questo è il futuro del rock & roll».

Anche se gli Hollywood Vampires non attireranno nuovi fan nel nome del rock in un tour lungo, potrebbero ispirare nuovi discepoli durante la manciata di concerti che hanno pianificato. La band suonerà due show su Sunset Strip, la casa dei Vampires originali, al Roxy, un club da 500 persone, il 16 e il 17 settembre. Poi, il 24, suoneranno al Rock in Rio in Brazil. La sezione ritmica per queste date sarà coperta dai membri dei Velvet Revolver e dei Guns N’Roses, il bassista Duff McKagan e il batterista Matt Sorum.

Il gruppo userà questi concerti come un’opportunità di suonare qualche pezzo che non hanno messo sull’album. Quando Cooper stava mettendo in piedi una scaletta, recentemente, Perry e Depp l’hanno chiamato per chiedergli di suonare il suo singolo dalle influenze tango del 1973, Billion Dollar Babies. «Ho detto, “Davvero? Non sono ancora morto, sapete!”», dice con una risata. «Hanno risposto, “Certo, ma facciamola e anche Train Kept a-Rollin, come bis”, e io ho detto “Certo!”. Pensavo che fare Billion Dollar Babies fosse un ottimo complimento per me. Non avrebbero dovuto farlo. Avrebbero dovuto dire Brown Sugar. In effetti, sono stato io a dire, “Ok, facciamola, ma chiudiamo con Brown Sugar“».

Cooper non considera il fatto che non sia ancora morto, come dice lui, per scontato. Le sue avventure alcoliche sono ben documentate, ma ricorda ancora il risveglio che una volta gli ha dato un dottore dopo che aveva vomitato sangue. «Mi disse, “Se vuoi raggiungere i tuoi amici, i tuoi Hollywood Vampires, ti do ancora un mese. Continua a fare quello che stai facendo e ti unirai a loro, ma hai ancora la possibilità di fermarti”».

«A quel punto, mi sono detto che ero un po’ stanco di tutto questo, e che non volessi davvero morire. Te lo garantisco, Steven Tyler, Ozzy, Iggy, tutti i ragazzi che sono ancora qui hanno preso questa decisione. Ecco perché siamo ancora qui».

In questa incarnazione degli Hollywood Vampires, meno drinking club e più un club di sobri, chi c’è ancora e chi non c’è più restano di primaria importanza per Cooper. L’album potrà anche durare solo 49 minuti, ma per lui, passa in rassegna una generazione. Questa volta, brinda metaforicamente a chi non c’è più. Dopo tutto, questa è una celebrazione. «Se una persona sola dovesse avere la possibilità di fare un album sui suoi amici alcolisti scomparsi, quello dovrei essere io», dice, fiducioso e risoluto come sempre. «Trentatré anni fa, sono stato vicinissimo a unirmi a loro senza fare niente di particolare. Sono un sopravvissuto».

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