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Alice 40 anni dopo ‘Per Elisa’: «Non l’ho scritta pensando alla droga»

Nel febbraio 1981 la canzone composta con Battiato e Giusto Pio vinse Sanremo. L'artista ci racconta quel magnifico «incidente di percorso», un'epoca irripetibile, la sua idea di ricerca nel pop

Foto: Mondadori via Getty Images

Nel 1981 vince il Festival di Sanremo con Per Elisa, intensa e fascinosa composizione a sua firma per i testi e Battiato-Pio per la musica (spoiler: non parla di droga). Ma la sua carriera non si ferma a quel fortunatissimo exploit bensì attraversa un arco di tempo che parte dal 1972 (anno dell’esordio, giovanissima, proprio al festival rivierasco) e si spinge fino ai nostri giorni. Nel mezzo ci sono qualcosa come 19 album in studio e due dal vivo che contemplano l’esperienza come interprete, la svolta verso l’autonomia artistica, i successi con un pop sempre più sofsticato e creativo, le puntate verso la classica, i tributi al vate Battiato, le reinterpretazioni, l’acustico, l’elettrico, l’elettronico, la ricerca che non si ferma mai.

Tutto questo è Carla Bissi, in arte Alice, la cantautrice dalle mille esperienze artistiche che in un’intervista esclusiva per Rolling Stone («Non rilascio più interviste da tempo», specificherà all’inizio della chiacchierata) racconta della sua lunga avventura, della sua visione del mondo musicale, del successo, della collaborazione con Franco Battiato e del cammino che la porterà a trionfare nel 1981 con il pezzo meno sanremese della storia delle canzoni vincitrici a Sanremo.

La tua collaborazione con Franco Battiato inizia nel 1979 per la produzione di quello che diventerà il tuo terzo album Capo Nord (1980). Come siete entrati in contatto?
Ho conosciuto Franco grazie ad Angelo Carrara, che all’epoca era sia il mio produttore-manager che il suo. In quel periodo avevo cominciato a scrivere le mie canzoni da sola e avevo bisogno di qualcuno con cui confrontarmi, che mi dicesse se ne valeva la pena o se avessi dovuto mettere da parte le velleità da cantautrice. Carrara mi indirizzò a Battiato dicendomi che a suo avviso era la persona in grado di darmi le risposte che desideravo. Così ci siamo incontrati nell’ufficio del manager, un incontro molto breve ed essenziale nel quale gli ho consegnato una cassetta con alcune canzoni registrate a casa con il pianoforte. Tempo dopo ci siamo rivisti e lui mi ha detto «Va benissimo, continua così, scrivi, poi ci vediamo tra un anno e facciamo il disco». E così è andata.

In che modo si svolgeva il vostro lavoro?
Ci vedevamo a casa di Franco, in Via Perugino a Milano, io, lui e Giusto Pio. Io portavo le mie idee e insieme le si elaborava. Un periodo arricchente da tutti i punti di vista, anche perché scrivere in collaborazione con loro era meraviglioso, c’era la giusta sinergia, ognuno metteva il proprio. Io mi concentravo soprattutto sui testi e trascrivevo le partiture mentre loro pensavano alla creazione. Poi di sera tornavo a casa, che in quel periodo era un alberghetto a Città Studi, non dormivo e mi dedicavo a buttare giù i testi per il giorno dopo.

Battiato in quel periodo aveva compiuto una svolta drastica dalla sperimentazione al pop, ma lo stesso stavi facendo tu, passando dai dischi come interprete del periodo 1972-78 (quando Alice si esibiva prima col suo nome di battesimo Carla Bissi e poi con lo pseudonimo Alice Visconti) a una forma-canzone più matura e tua.
Sì, venivo da album che erano pensati e prodotti da qualcun altro, con i quali non avevo lo scambio necessario. Esperienze formative e importanti che mi hanno fatto capire dove volevo andare e quello che volevo dire. La mia vita è costellata di chiusure, più di una volta ho detto basta, nel momento in cui le cose non rispecchiavano quella che sentivo essere la mia strada non la percorrevo più. Del resto ho cominciato molto giovane per cui ho avuto diverse opportunità. Quella con Battiato ha rappresentato la svolta, capitata in un momento di maturità mia personale in cui sapevo esattamente ciò che volevo. Lui mi ha fatto capire che la strada che avevo in mente era percorribile, non era soltanto un desiderio, c’era una sostanza.

Conoscevi il lavoro di Franco precedente alla sua svolta pop?
Ne avevo sentito parlare ma non è che lo conoscessi particolarmente, non avevo seguito il suo discorso musicale precedente al nostro incontro. Ho riscoperto poi delle cose una volta fatta la sua conoscenza.

Che tipo di musicista volevi essere?
Inseguivo l’idea della cantautrice al femminile ispirandomi al cantautorato italiano, anche se alla fine non mi sentivo vicina nemmeno a quello. Diciamo che da questo punto di vista la vittoria sanremese con Per Elisa può essere vista come un incidente di percorso, qualcosa che ha deviato le mie aspettative. Non c’era quello nei miei progetti. Nella mia testa il mio percorso doveva essere qualcosa di più tranquillo, legato a qualcosa da dire e da trasmettere, ma senza questi exploit di popolarità. Per Elisa però mi ha permesso di procedere in maniera più spedita e con meno intoppi di quanti sicuramente avrei avuto se non ci fosse stata questa vittoria.

L’anno prima di Per Elisa c’è stata un’altra hit, Il vento caldo dell’estate, brano tutt’altro che scontato e commerciale, con il suo inizio a base di tempi dispari…
Quella canzone prende forma da una composizione strumentale di Francesco Messina (storico grafico di tutte le più famose copertine di Battiato e compagno di Alice, nda) dalla quale Franco ha preso tutta la parte su cui ho cantato le strofe. Vi ha aggiunto inoltre la parte dell’inciso. Il risultato è una canzone veramente anomala ma meravigliosa. Giusto Pio è diventato matto per riuscire a fare quadrare i tempi dispari dell’inizio, con la batteria che procede in 4/4 mentre sotto c’è tutto un movimento arpeggiato che cambia continuamente.

Un’altra idea particolare è la sospensione della ritmica nel ritornello…
Quella è stata un’altra intuizione fantastica, ricordo quando il direttore artistico della EMI venne nello studio di Alberto Radius ad ascoltare il brano e sentì che nell’inciso la ritmica si fermava. Disse «Beh, se questo pezzo ha successo io cambio mestiere». In realtà poi il mestiere non lo ha mai cambiato.

Come andò invece con Per Elisa?
Franco aveva questo brano che aveva scritto partendo dal titolo e da alcune frasi: “Per Elisa / vuoi vedere che perderai anche me” e “Vivere vivere vivere / non è più vivere”. Con un’introduzione che comprendeva un riferimento al celebre pezzo di Beethoven. A me piacque molto e mi inserii scrivendo il resto del testo.

La canzone non nacque però con l’intento di essere presentata a Sanremo, anche perché dopo il mio esordio nel 1972 non avrei più voluto parteciparvi. All’epoca ero giovanissima ed ero rimasta così traumatizzata da pensare che non vi avrei mai più messo piede, era un posto che non faceva per me. In realtà, a mia insaputa, la casa discografica presentò Per Elisa e il brano venne accolto. Si scatenò così una grande discussione col mio manager perché non volevo assolutamente partecipare. Lui allora mi disse «Cosa hai da perdere? Il brano è molto bello, che ti importa del resto?». Alla fine mi convinse e… andò bene.

Dopo il successo de Il vento caldo dell’estate, che già era un brano sui generis, stavolta fai anche di meglio, portando a casa la vittoria con un brano tutt’altro che sanremese…
Eh sì…

Immagino la gioia di Franco.
Eccome, era strafelice, lui è un entusiasta di natura, quindi puoi immaginare. Tra l’altro né lui, né Giusto Pio erano presenti a Sanremo, guardarono il festival da casa.

Nel 1981 il festival era tornato a fare parlare di sé, dopo diversi anni di quasi completo disinteresse da parte del pubblico.
Sì, l’edizione 1981 fu la prima, dopo molti anni, a essere trasmessa in tv in tutte le sue tre serate. Durante gli anni ’70 il festival aveva smesso di suscitare interesse e la Rai trasmetteva solo la serata finale. Dal 1981 ritroverà il successo di cui gode tutt’ora.

L’avventura con Sanremo non finisce qua…
Ci sono tornata anche nel 2000 con Il giorno dell’indipendenza, brano scritto da Juri Camisasca. Anche in quel caso ci sono andata controvoglia. Quello che volevo era la pubblicazione del mio album God Is My DJ, ma la casa discografica si offrì di farlo uscire solo in cambio della mia partecipazione al festival. Quindi in questo caso il fine ha giustificato i mezzi.

A cosa ti ispiri per la scrittura dei testi?
Ho sempre amato parlare di questioni esistenziali legate alle mie percezioni, alle mie osservazioni, a quello che sono in grado di vedere e vivere. Poi certi temi arrivano in qualche modo, sei come un’antenna. C’è un tema di fondo che poi si sviluppa con delle immagini e con delle parole che arrivano a esprimere un concetto che è molto più “sotterraneo”.

Tornando a Per Elisa ti faccio una domanda riguardo alla dipendenza di cui parla il brano, che alcuni hanno associato alla droga. È così?
Quel testo è effettivamente legato alla dipendenza ma io non ho scritto qualcosa che volesse riguardare una dipendenza da droga, bensì da un essere umano. Poi chiaramente ognuno coglie quello che vuole da un testo e una delle interpretazioni è stata quella riguardante la droga.

Non ti disturba?
Non mi disturba affatto, in ogni caso è stata colta l’essenza del testo che è la dipendenza. Personalmente non avrei avuto i mezzi per scrivere qualcosa sulla droga, ma credo che la dipendenza affettiva non sia da meno in quanto a danni.

Il successo del brano forse è dato anche dalla sua ambiguità, dal suo lasciare intendere ma non dire esattamente, un po’ come accade per certe canzoni di Franco…
Certo, ognuno coglie quello che vuole cogliere, credo che questo tipo di ambiguità, di possibilità sia il bello di certe canzoni.

Com’era lavorare allo Studio Radius, nel quale nascevano i dischi di Battiato dei primi anni ’80 e le sue produzioni?
Era uno studio piccolissimo costruito nello scantinato della casa di Alberto, quindi molto casereccio. Ma c’era un’atmosfera piacevole, non ti faceva impressione come i grandi studi, si stava bene e credo si senta nelle produzioni che abbiamo realizzato. Poi con Franco quando registravamo al massimo si facevano tre take, non stavamo mai a fare e rifare, mi ha sempre insegnato a privilegiare l’intensità, l’intenzione, il sentimento con cui si canta a scapito di qualche minima imperfezione.

Tu fosti la prima di questa sorta di factory messa in piedi da Battiato tra il 1980 e il 1984 che comprendeva tutta una serie di produzioni: i tuoi dischi, quelli di Giuni Russo, di Milva… Avevate contatti tra voi?
In realtà no, non ci incrociavamo, ognuna lavorava sul suo progetto in tempi diversi. Più avanti ho conosciuto Milva e ho avuto contatti con Giuni, ma molto successivamente, nell’ultima fase della sua vita. Siamo diventate molto amiche, l’ho sempre ammirata e ho anche avuto modo di scoprire le canzoni meravigliose che ha scritto, non era solo una grande interprete.

Nell’81-82 Franco fece il botto con La voce del padrone, avevi sentito qualcosa di quell’album prima che uscisse?
No, perché al di là del lavoro sui miei dischi io e Franco non ci frequentavamo. Poi io abitavo a Forlì e lui a Milano, ed ero sempre in giro per l’Europa in quel periodo, vivevo con la valigia in mano, erano anni frenetici.

Quando però uscì il suo disco ti accorgesti dell’enorme successo?
Eccome! Era una cosa pazzesca, ovunque si girasse, anche nei posti più sperduti, si sentiva nell’aria una di quelle canzoni, una cosa fantastica e meravigliosa, anche se data la sua natura Franco visse quel periodo con entusiasmo, ma anche un po’ di distacco. Il successo è sempre un’arma a doppio taglio, specie se così prorompente. In realtà è un qualcosa che io non auguro a nessuno.

Tu come lo hai vissuto, al tempo di Per Elisa?
Professionalmente è stata una cosa fantastica e sarò riconoscente per sempre a quella canzone. Personalmente però l’ho patito, l’ho subito e ne ho pagato le conseguenze.

Azimut nel 1982 ti vede distaccarti dalla factory di Battiato per andare in una direzione ancora più personale.
Sì, è un album che in parte ho scritto e interamente prodotto da sola, un disco che ho vissuto più pienamente, anche nel rapporto con i musicisti. Tutte cose alle quali sono arrivata grazie alle esperienze con Franco e Giusto Pio. In quel periodo poi ero una spugna, veramente molto attenta a cogliere e imparare tutto quello che non conoscevo.

In Azimut c’è quello che reputo uno dei tuoi brani più belli, la title track, e c’è anche il primo duetto con Franco, Chan-son egocentrique.
Un provino di quella canzone me lo fece ascoltare il mio discografico, in macchina mentre stavamo andando a Napoli, dicendomi che Battiato l’aveva composta ma non la voleva cantare. Io dissi «Caspita, se non la vuole fare lui la faccio io, assolutamente!». E così è stato. Nel testo poi c’era lo zampino di Francesco che, insieme a Franco, aveva rielaborato le parole originarie scritte da Tommaso Tramonti, pseudonimo di Henri Thomasson, maestro nella scuola di Gurdjeff a Milano che io conobbi successivamente. La registrai negli studi del castello di Carimate e pensai che sarebbe stato bello se Franco fosse intervenuto a cantare con me. Lui nicchiava, nicchiava, ma alla fine l’ho convinto.

L’ultimo duetto degli anni ’80 con Franco è I treni di Tozeur.
Sì, nell’84, il mio anno dei duetti. Prima c’era stato quello con Stefan Waggershausen per la canzone Zu Nah Am Feuer. Stefan era un cantautore emergente tedesco, siccome io ero già molto affermata in Germania mi proposero questo duetto. Il pezzo mi piaceva e il risultato fu eccezionale, vendette più di un milione e mezzo di copie. Successivamente ci fu I treni di Tozeur, grazie alla quale io e Battiato abbiamo vissuto dei momenti molto belli e divertenti, come la partecipazione all’Eurofestival. Poi Franco era uno spasso quando lo intervistavano (se ne può avere prova qui, nda).

La vostra unione sul palco era qualcosa di unico, la gente impazziva quando vi vedeva cantare insieme…
Abbiamo sempre avuto una sinergia molto intensa, un incontro veramente fortunato. Ogni volta che cantiamo inseme si crea una specie di alchimia che è molto particolare, per nulla scontata. Mi sento molto fortunata ad avere avuto questo tipo di possibilità, la vita mi ha dato tanto.

Com’è stato ritrovarvi sul palco nel 2016?
Bellissimo, del resto non ci siamo mai persi di vista, o io andavo a trovare lui o lui veniva a trovare me. Poi Franco era terribile, appena sapeva che andavo a un suo concerto senza dirmi nulla mi chiamava sul palco a tradimento. Nel tempo ci siamo ritrovati a duettare nella sua Come un sigillo e lui ha scritto per me Veleni, che è contenuta nel mio Weekend. Per il disco precedente (Samsara) invece ha composto Eri con me. Riguardo a quest’ultima gli avevo chiesto espressamente una canzone sul modello de L’oceano di silenzio e lui mi aveva detto «Eh, caspita, mi chiedi poco… una canzone così non posso mettermi a tavolino e scriverla, devo essere ispirato… quindi non posso prometterti niente». «Va bene», gli ho detto, «spero che ti arrivi l’ispirazione». Dopo tre giorni mi ha chiamata e mi ha fatto ascoltare per telefono, come era sua abitudine appena scriveva una cosa che riteneva giusta, il provino di Eri con me, bellissimo.

È da Weekend (2014) che non pubblichi un nuovo album, ci sono piani al proposito?
Ci sono piani, ma al momento è tutto molto rallentato. Ho cominciato a portare in giro il progetto Alice canta Battiato, con Carlo Guaitoli al pianoforte, e mi piacerebbe fosse immortalato su disco, visto il successo dei concerti. Ho ripreso inoltre in mano il progetto Viaggio in Italia, album del 2003 nel quale reinterpretavo brani di De André, Fossati, De Gregori, ma anche dei King Crimson, di Syd Barrett… Mi piacerebbe dargli un seguito.

Non ti sei mai fermata, hai esplorato il pop, la classica, il cantautorato e molto altro, sei una musicista in costante ricerca…
Penso dipenda anche dagli incontri, dalle occasioni, dalla voglia di scoprire e di mettermi sempre in gioco per crescere, per superare i miei limiti.

Secondo te nel mondo del pop di oggi ci sarebbe spazio per un’artista aperta alla ricerca come te?
Non ne ho la più pallida idea (ride). Per me lo spazio c’è sempre, ci devono però essere le occasioni per poterlo condividere, se non ci sono le occasioni diventa difficile. La musica è comunicazione, condivisione, scambio umano di esperienze. Credo però tutto dipenda dalle caratteristiche di una persona, dalla sua voglia di spaziare, di non identificarsi troppo con se stessa, di andare oltre. Nel momento in cui hai successo con un tipo di musica la casa discografica, o meglio, il sistema, tenderà a farti ripetere sempre la stessa cosa. Questa cosa ti ingabbia, e da questa gabbia bisogna uscire. Io nel momento in cui ho sentito che si creava una prigione intorno a me ho sempre rotto gli schemi, è più forte di me.

Ci vuole coraggio, volontà…
Certo, ma se si ha paura di perdere qualche cosa non si va da nessuna parte. Io sono sempre stata dell’idea che in realtà non ho nulla da perdere, perché vivendo e buttandomi in nuove avventure non c’è nulla di disastroso che possa succedere. Al limite un progetto non funzionerà, però io ho vissuto un’esperienza che mi ha arricchito. Conta più il riscontro commerciale o il lavoro che stai facendo, come lo stai facendo, la vita che stai vivendo nel momento in cui tu ne fai esperienza? Per me è questo quello che conta, per il resto se sei fortunato va bene, se non sei fortunato va meno bene, ma comunque hai vinto perché hai realizzato qualcosa in cui credevi e ti sei messo in gioco.

La paura è un elemento che frena qualsiasi tipo di cambiamento, di innovazione, di ampliamento e di libertà. Certo, il sistema discografico ha delle regole, ma c’è chi, come Franco, è riuscito a destreggiarsi e fare veramente di tutto. Dobbiamo fare attenzione perché siamo noi stessi a volte a crearci delle prigioni, questo oltre alla società, alla rete, che è una rete nel vero senso della parola… Bisogna essere svegli, molto attenti e mantenere un pensiero attivo e autonomo che ci dia la possibilità di essere più oggettivi, lucidi, discernere tutto ciò di cui siamo passivamente o attivamente artefici.

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