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Alex Paterson vuole riprendersi il futuro

Scaricato dall'etichetta, derubato dal manager, distrutto dalla morte del fratello, considerato un artista del passato: il musicista degli Orb (e oggi dei Sedibus) racconta la lotta per restare creativo e rilevante

Alex Paterson

Foto press

«Ma dai? Ma veramente il disco ti è piaciuto? Che bello!». C’è qualcosa di meravigliosamente infantile, una coltre di entusiasmo innocente nel modo in cui Alex Paterson ti si rivolge quando parla con te. C’è sempre stato, tutto questo. La prima volta che ci siamo incontrati era stato un sacco di tempo fa – primi anni 2000 – e la situazione era molto diversa rispetto a una placida intervista per parlare di nuovi album e nuove etichette come adesso: lui era in piena attività da dj e il sottoscritto per una sera doveva fargli da tour manager, per la data in un club romano. La pista era piena, il club murato, ma la gente era abbastanza sbagliata: probabilmente solo il 2% dei presenti – ad essere buoni – conosceva bene gli Orb, aveva ben presente come e perché Paterson si era costruito il suo mito, amava la psichedelia ambient-elettronica-bizzarra e si commuoveva ogni volta che sentiva il campionamento di Electric Counterpoint del compositore americano Steve Reich iniziare a farsi largo nella traccia Little Fluffy Clouds, intrecciandosi con The Man with the Harmonica di Ennio Morricone.

Altro che Reich, altro che Morricone: per il grosso dei presenti in quel locale capitolino era più che altro questione di «aò, c’è uno famoso, uno che faceva i rave, ‘nnamo», e Paterson con l’entusiasmo di un impiegato alle poste faceva di tutto per venirgli incontro, non suonando nulla di ciò per cui era famoso ma andando avanti col pilota automatico con una tech-house facilotta e banale. Altro che sognanti follie ed utopie giocose da psichedelia post rave: Paterson aveva infilato quel corridoio in cui un dj passava all’incasso, costi quel che costi, e l’unico modo per farsela passare era trangugiare una bottiglia intera di un famoso brandy italiano mentre suonava, bicchiere dopo bicchiere, una cosa che ancora oggi a pensarci fa impressione – una prece per il suo fegato. Non era contento. E con l’innocenza fanciullesca di cui si diceva, parlando col sottoscritto ora come allora non lo nascondeva.

«Aaah, non era un bel periodo quello, no. Probabilmente il più buio della mia vita, senza girarci troppo attorno. C’erano i problemi da artista: ero appena stato scaricato dalla mia etichetta discografica, la Universal, e a dirla tutta anche in modo un po’ sprezzante. Che poi sinceramente nemmeno io capivo bene che ci facessi con una major: è che originariamente ero sotto contratto per la Island, poi la Island era stata comprata dalla PolyGram e poi la PolyGram è stata comprata dalla Universal. Risultato: all’improvviso, mi trovavo a parlare con gente che non sapeva nulla di musica e non aveva la più pallida idea di cosa fossero ‘sti Orb. Li cercavo, eh, li cercavo ardentemente i miei nuovi capi: ma non ce n’era uno che fosse almeno un minimo appassionato. Zero, pensavano solo ai soldi. Di fronte a gente così, un artista è un uomo morto: cosa vuoi che ne sappia un artista di business? Ok, non dico che gli artisti in generale vivano sugli alberi, ma… Se sono veri artisti, quello che gli interessa è la musica, non gli affari. Ad ogni modo: fui cacciato in malo modo. Fosse successo oggi, avrei almeno potuto sfogarmi su Facebook…», e qui scoppia a ridere, «invece no! Io mi lamentavo, ma non c’era nessuno ad ascoltarmi. Frustrante, molto frustrante. Deprimente, anzi». E poi, sempre in quel periodo, «è morto mio fratello. Eravamo legatissimi. Ricordo che per un po’ di tempo non volevo accettare che lui non ci fosse più. Semplicemente non volevo accettarlo».

In effetti all’epoca del nostro incontro romano avevamo legato parecchio proprio parlando di suo fratello Martin (in un modo stranissimo: ne parlava realmente come se fosse ancora vivo, come se nulla fosse successo). Per lui in quel periodo essere in dalle nostre parti, a suonare, era bello e straziante al tempo stesso: perché proprio in Italia suo Martin era andato a vivere. E non in un posto qualsiasi: Mutonia. Esiste ancora oggi ed è uno dei posti più incredibili d’Europa, una specie di set permanente di Mad Max (avete presente la saga cinematografica con Mel Gibson?), visto che si tratta di una comunità fondata dalla Mutoid Waste Company, i techno-riciclatori di materiale industriale dismesso, una delle diaspore più creative, assurde e apocalittico-futuristiche del movimento rave inglese originario, quello legato a doppio filo con col movimento degli hippy e dei traveller solo con molta techno, molta stupefacenza e molto immaginario da fantascienza distopica in più. Quando nei Paesi anglosassoni la repressione contro i rave illegali si era fatta feroce, i Mutoid avevano preso le loro cose e fatto rotta verso il Sud Europa, fino a stabilirsi definitivamente in Romagna, a Santarcangelo, fondando la comunità di Mutonia e diventando stanziali. Gli era piaciuto il posto (un canyon semipietroso formato dal letto del fiume Marecchia), gli era piaciuta la gente, anche i vecchietti e le zdaure del luogo li trattavano con molta simpatia, invece di essere spaventati dalle loro creste e dai loro vestiti e mezzi di trasporto assurdi creati riciclando materiale industriale abbandonato. Martin, il fratello di Alex, era lì.

«Che bello quando andavo a trovarlo. E che posto fantastico è ancora adesso. Uno dei figli di mio fratello, si chiama Thomas, vive ancora lì. E ha anche un figlio ormai adolescente: è venuto pure a trovarmi, a Londra, e si è lamentato di come parlassimo un inglese per lui incomprensibile», sorride Alex. «Mi manca molto, mio fratello. Davvero. Ancora adesso. E sì, la sua morte era stata un’altra botta pesante in quel periodo lì. Per fortuna però a un certo punto sono riuscito a elaborare il lutto, finalmente, e ora se penso a lui sono felice: abbiamo bellissimi ricordi insieme, questo è quello che conta. Ricordi che vanno celebrati con gioia».

Ad ogni modo, Paterson è riuscito a sopravvivere all’essere stato scaricato da una major (e ad essere visto irrimediabilmente come un artista dal grandissimo futuro dietro le spalle), alla perdita del fratello ed anche alle bottiglie di brandy trangugiate al ritmo di un litro a sera. Su queste due ultime cose, anzi, specifica: «Proprio per come l’ho conosciuta grazie a Martin io amo l’Italia e in particolare l’Emilia. Avete anche un vino fantastico. Peccato io non beva più». Ed anche per quanto riguarda le major e il futuro dietro le spalle, è un uomo pacificato: «Sai cosa è incredibile, e bellissimo? C’è ancora gente che è interessata a quello che faccio. Tanta. Molta di più di quanto avrei mai pensato. Se ripenso anche agli anni d’oro, non avrei mai pensato sarebbe stato possibile. Alla fine oggi mi vogliono tutti bene, quelli che mi seguono, mentre nel momento in cui gli Orb erano sulla bocca tutti arrivavano anche le critiche più feroci, violente: ti ricordi come ero stato preso a male parole non solo dai media ma un po’ anche da chi diceva di essere fan del progetto, all’epoca di Pomme Fritz? Oggi nessuno sarebbe così rude con me. Si vede che rispettano la terza età. Comunque, davvero: non rimpiango nulla dei momenti della grande fama. Anche perché non sono mai riuscito a godermela per come avrei potuto, grazie al più grande errore della mia vita». Ovvero? «Dare fiducia alla persona sbagliata. Dare fiducia alla persona che mi ha sottratto quasi un milione di sterline, mentre mi faceva da manager. Oh, ma ti rendi conto di quanto si guadagnava, all’epoca? Pazzesco, vero! Ero riuscito a guadagnare tutti quei soldi! Peccato non li abbia visti mai, tra i suoi furti e i contratti capestro con le discografiche. Per molti dopo metà anni ’90 ero un artista finito; ma non sanno che io ho iniziato a guadagnare realmente con la musica solo dal sesto album in poi, quando il mio periodo d’oro era apparentemente terminato».

Infatti, lungi dall’essere un artista finito, Paterson è rimasto prolificissimo. Attorno alla sigla Orb hanno ruotato in tanti («Non tutti si sono comportati bene, qualcuno è stato un po’, diciamo così, stupidino», sogghigna caustico), in più lui tanto per non farsi mancare nulla ogni tanto ha inciso anche con altri alias: OSS, Chocolate Hills, Transit Kings, High Frequency Bandwidth, Le Petit Orb, Loophead e, alias usato per l’album The Heavens uscito venerdì scorso, Sedibus. Giusto per nominarne una minima parte. Ecco: considerando che Sedibus lo vede accanto a quell’Andy Falconer che non solo è un amico di vecchia data, ma fra il 1991 e il 1994 è stato praticamente anche lui membro degli Orb, dando un contributo decisivo al disco forse più passato alla storia per il progetto, ovvero The Orb’s Adventures Beyond The Ultraworld, la domanda è: ma perché non semplificarsi la vita, e dire che The Heavens è un disco degli Orb? La prima risposta a questa domanda è una omerica risata. La seconda: «Vuoi sapere la verità? Non lo so. Solo che sentivo che non era ancora il momento per un nuovo disco degli Orb… Ma per un disco fatto da elementi degli Orb, come appunto The Heavens, sì». Non capisco tanto la differenza. «Forse nemmeno io», ghigna. «Quello che è certo è che è molto bello riprendere a fare musica con un vecchio amico come Andy, uno che – a differenza di altri – non mi ha veramente tradito mai. Così come è bello tornare a fare musica con altri amici del periodo dei Killing Joke, altri compagni di quell’avventura, vedrai che ne coinvolgerò altri, adesso che ho finalmente una mia etichetta discografica».

Già, perché i Killing Joke sono un passaggio importante nella storia degli Orb e, di conseguenza, della musica elettronica tutta. Chi l’avrebbe mai detto. Dei Killing Joke Alex Paterson era roadie, dai Killing Joke arrivava quel Youth – il bassista – che per Paterson è stato un vero e proprio mentore musicale, attorno a quel giro di persone lì – letteralmente: lo stesso condominio – si muovevano anche Jimmy Cauty dei KLF e uno dei dj più grandi dj tutti i tempi, il compianto Andrew Weatherall (chiedete a un qualsiasi dj un minimo bravo, un minimo raffinato, un minimo esperto che sia il suo collega preferito: almeno una risposta su due andrà in direzione di Weatherall, e questo anche prima della sua morte).

In realtà una etichetta discografica Alex Paterson l’aveva già avuta, BadOrb.com. Pionieristica, nell’essere una web label – stiamo infatti sempre parlando di vent’anni fa. «Ma non fui abbastanza coraggioso. Invece di renderla al 100% una label di musica virtuale, da trovare solo in rete, alla fine veicolai tutto nel più tradizionale dei modi: in vinile. Facemmo più una dozzina di uscite in un anno e mezzo, una follia, la cosa ci rovinò economicamente quasi subito». Non fu solo quello. «Già. Quello era il periodo che facevo il dj nei club praticamente ogni sera. Onestamente, non avevo abbastanza tempo né lucidità per portare avanti decentemente un’etichetta. E infatti…». Ora sarà diverso? «Ma certo! Sono una persona molto differente, oggi. Sono un tranquillo sessantunenne. Se faccio il dj, non è per farmi un nome nel giro dei club techno e house andando avanti fino all’alba ma è solo per fare delle lunghe, rilassanti session d’ascolto. La cosa di cui vado più orgoglioso oggi sai qual è? Il fatto di avere finalmente una radio: Radio Orb. È una cosa piccola, è praticamente un gioco, ma da quando ero adolescente avere una radio tutta mia era un sogno e ora, finalmente, ci sono riuscito. Non è che ci faccia chissà quali numeri, non voglio venderla per quella che non è. Ma sono libero. Suono quello che voglio. Anzi: faccio quello che voglio. Ovvero, condividere la mia musica, i miei ascolti. Per quanto riguarda l’etichetta nuova, Orbscure, so che direi di possedere una label suona pomposo, sembro l’uomo d’affari col sigaro in bocca e i piedi sulla scrivania, in realtà sono solo felice di poter collaborare con molte persone di talento e, soprattutto, con un po’ di ragazzi giovani in gamba. Io sono il vecchio che non capisce granché e guarda, mi piace molto questo ruolo. Ma non siamo chissà quale struttura. Anzi, non abbiamo neppure un ufficio vero e proprio. Nel ventunesimo secolo va così. E a me piace molto di più».

Quindi, oltre a Sedibus (peraltro The Heavens è veramente un bel lavoro, ambient di alto livello), oltre a un live multimediale in streaming il 2 giugno («Pensa, è solo il secondo della mia vita: da un anno e mezzo tutti si agitano per fare streaming live, io ci sto arrivando solo adesso»), cosa c’è in arrivo? «Un altro disco degli Orb, ma credo non prima del 2023. Forse un’altra release a nome Chocolate Hills, prima. Magari invece qualcosa di artistico, qualcosa di non solo musicale: sono infatti appena stato ad una mostra a Fulham, bellissima, di artisti che riprendono gli insegnamenti della Mutoid Waste Company. Potrei fare qualcosa con loro, perché no? E poi ora esce anche il libro…». Già: Babble On An’ Ting: Alex Paterson’s Incredible Journey Beyond The Ultraworld With The Orb, scritto dall’amico Kris Needs. Alex, siamo arrivati al momento di scrivere le memorie, pensa te! «Incredibile, vero? Chi l’avrebbe mai detto», ride. Ti ritirerai in qualche paese del Mediterraneo con una casa in riva al mare e… «A dire il vero io vorrei trasferirmi in Scozia, a prendere la pioggia e il freddo e a ritrovare le mie radici. Ma non credo che la mia signora sia troppo d’accordo con questa prospettiva. E non sarà facile farle cambiare idea. Ma ora ho la mia radio, e sono felice. Mi manca solo una cosa…». Credo di aver già capito: Brian Eno. «Esatto. Collaborare con lui. L’ho fatto con suo fratello, con cui ormai siamo amici. Conosco vari membri della sua famiglia. Il cerchio si stringe: Brian, prima o ti avrò, prima o poi ti costringerò a fare qualcosa con me».

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