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Alessandro Cortini, l’uomo che sussurrava alle macchine

Il musicista collaboratore dei Nine Inch Nails racconta il suo nuovo album, ‘Volume Massimo’, dove il suono è diventato parola. Mentre continua la sua partita a scacchi con i sintetizzatori

Alessandro Cortini

Foto di Emilie Elizabeth

«Certo che mi ricordo quell’audizione, a volte me la sogno ancora di notte e mi sveglio sudato» scherza Alessandro Cortini ricordando il primo incontro con Trent Reznor e soci, incipit della collaborazione che da oltre dieci anni lo lega ai Nine Inch Nails. «Trovai l’annuncio su un volantino, cercavano un chitarrista e un tastierista, mi presentai per entrambi i ruoli portando Wish, con alcuni suoni che avevo creato su un vecchio Nord Modular, e Closer, per cui avevo preparato alcune patch elettroniche». Gli anni in tour, il lavoro in studio da Year Zero a Hesitation Marks, fino alla decisione solista: «Atticus e Trent formano un nucleo impenetrabile, capire che non avrei mai fatto ufficialmente parte della band mi ha spinto a trovare una mia strada di cui oggi sono molto felice», racconta il musicista cresciuto a Forlì, mente dietro una discografia impressionante, che dai lavori firmati a suo nome porta fino agli album targati SONOIO, modwheelmood, Blindoldfreak, Skarn o Slumberman. In mezzo collaborazioni tra la più variegate: dai NIN fino a Jovanotti, da Christina Aguilera agli M83 o ai Muse.

Una carriera caleidoscopica, quella di Cortini, che ritrae perfettamente la sua idea di musica: «Per me il suono è un viaggio continuo. Ho sempre rifiutato l’idea con cui tutti veniamo cresciuti: fermarsi in un luogo, comprar casa, il lavoro fisso. Se non fosse stato così probabilmente non sarei chi sono oggi, non sarei partito per Los Angeles più di vent’anni fa per inseguire il mio sogno di fare musica». Oggi, neo-berlinese appena trasferitosi a Friedrichshain, Cortini è pronto a scrivere un nuovo capitolo, l’ennesimo, della sua vita. Capitolo idealmente rappresentato da Volume Massimo, uscito il 27 settembre per Mute e presentato per la prima volta in Italia il 26 ottobre al Robot di Bologna, la città in cui è nato, «e con cui ho un rapporto edipico di amore e odio, così come con l’Italia», racconta con un accento emiliano da far impallidire il Nettuno di Piazza Maggiore. «Con l’Italia ho sempre avuto una sorta di accanimento, perché sono stato costretto ad andarmene per scoprire chi volevo diventare; tuttavia, sarà per l’età, comincia a mancarmi parecchio la piadina».

Infatti il tuo precedente lavoro, Avanti, era una dedica alla tua famiglia e ai luoghi in cui sei cresciuto.
In realtà lo è diventato per caso, quando ho trovato alcuni vecchi VHS registrati da mio nonno durante i pranzi di famiglia quando ero bambino, quando lasciava la telecamera accesa per ore. In quel momento ho iniziato a campionare i suoni dell’adolescenza di mia madre, delle giornate a ferragosto in provincia, dei momenti della mia infanzia, e ho scoperto che tanti ricordi che credevo sepolti in realtà erano ancora lì, che aspettavano di essere scoperti di nuovo. Per questa ragione ho messo quelle registrazioni dentro il disco.

Insomma, è come se tu avessi ‘rubato’ i tuoi campionamenti alle field recordings di tuo nonno…
Esattamente (ride, ndr). Mio nonno era un grande appassionato di tecnologia e fotografia, e credo che per certi versi mi abbia influenzato, soprattutto per il suo carattere, che era molto melanconico. Si era ricostruito una vita dopo essere sopravvissuto a due campi di concentramento, Wietzendorf e Bergen Belsen, e spesso capitava mi parlasse del suo rapporto con la morte – avevo sei o sette anni. Credo che mi abbia in qualche modo ‘contagiato’, anche durante il lavoro per Avanti, che è un album a cui sono molto legato.

In Avanti raccontavi della tua famiglia, c’è una storia anche tra le canzoni di Volume Massimo?
Non propriamente. Nel mio nuovo album il racconto è unicamente sonoro: mentre lavoravo a Volume Massimo, mi accorgevo che i brani erano collegati tra loro a livello emotivo e sentivo di non dover cercare un significato che spiegasse quel legame, ma di affidarlo all’ascoltatore. Il suono riesce a parlare diversamente a chiunque l’ascolti, e credo che questo sia il grande vantaggio della musica strumentale, ovvero quello di essere interpretabile in infiniti modi – a differenza delle canzoni “classiche”, in cui un soggetto viene descritto dalle liriche. Certo la musica strumentale può fornire un’ambientazione da cui partire, ma le reazioni emotive sono uniche a seconda di chi ascolta.

Questo è un tema caro alla filosofia della musica, ovvero che il suono abbia un proprio vocabolario slegato dalla parola.
Sono d’accordo. Credo che il suono, una volta liberato dalla struttura tipica della canzone, diventi un’esperienza sensoriale pura e come tale riesca a comunicare. Il fatto di dover inserire la composizione dentro regole specifiche e definizioni equivale a tarparle le ali. Ogni progressione armonica, ogni evoluzione timbrica, persino la continua ripetizione di un motivo, tutto ciò assume un suo significato che la parola non potrebbe descrivere, diventa un linguaggio che va oltre la definizione comune di linguaggio, decifrabile solo dalle nostre emozioni. Se si prova, ad esempio, a suonare lo stesso accordo su una chitarra acustica o su una Gibson amplificata da due Marshall ‘a manetta’, la nota rimane la stessa ma il significato emotivo cambia eccome.

Facendo un paragone con i lavori precedenti, in Volume Massimo sembra ci sia un approccio più luminoso al suono, quasi che quest’album rappresenti la luce dopo album più oscuri.
Sono d’accordo. I miei lavori precedenti erano molto ‘notturni’, in particolare Sonno, che avevo composto come fosse una raccolta di ninna nanna per sconfiggere la mia insonnia. Volume Massimo, invece, raccoglie alcuni colori dei dischi precedenti, ma amplificati: quelli più scuri ho cercato di renderli ancora più tetri, quelli più luminosi ancora più luccicanti, in modo da sottolineare il contrasto. Ho sperimentato molto con tutte le macchine del mio studio, lasciandomi trasportare dalla sperimentazione con i synth.

Cioè?
Non entro mai in studio con un’idea ma mi approccio alle macchine come fossi un bambino, ‘spippolando’ qua e là per sentire cosa esce fuori, e nel frattempo registro tutto. Certo, parto sempre da un’ispirazione centrale – che io chiamo l’anima del brano – ma poi mi lascio guidare dal suono che esce dalle mie sperimentazioni, da come la macchina riesce ad ampliare quello che avevo in testa.

Quanto credi sia importante, nella musica elettronica, il rapporto tra l’uomo e la macchina?
Penso sia essenziale, e me lo immagino come una partita a scacchi: ci sono limiti che non puoi superare, ma nel mezzo ci sono idee, strategie, una tabula rasa che ogni volta puoi percorre in modo diverso. Così come negli scacchi, puoi fare in modo che sia la tua idea iniziale a guidare il gioco o, viceversa, che sia la disposizione dei pezzi a determinare le tue scelte. Il giusto approccio è trovare una via di mezzo tra queste due impostazioni.

Foto di Emilie Elizabeth

E nella musica come trovi questa via di mezzo?
Quando compongo cerco sempre di bilanciare la mia idea creativa con il mio amore per le macchine e la ricerca sonora. A volte capita che sia la macchina a prendere il sopravvento sull’idea creativa, altre volte il contrario, ma l’equilibrio c’è quando l’idea guida l’uso della macchina che, a sua volta, suggerisce nuovi dettagli per impreziosire il disegno iniziale. A me, tuttavia, piace essere influenzato dalla macchina, perdermi nel suo funzionamento e farla diventare la grammatica dei miei album, il linguaggio con cui raccontare il contenuto del disco: a seconda del significato che voglio dare alla mia musica cerco la ‘grammatica’ giusta, ovvero la macchina che può esprimerlo e approfondirlo meglio.

Spiegaci.
Prendiamo come esempio le parole: se parli francese puoi mandare ‘affanculo’ qualcuno e sembrerà sempre che stai usando un termine dolcissimo, mentre se gli dici ‘ti amo’ in tedesco può suonare come se volessi ammazzarlo. Con le macchine è lo stesso, a seconda di ciò che vuoi esprimere esiste uno strumento – una ‘grammatica’ – per rendere quel sentimento più o meno dettagliato e significativo. È come se ogni strumento fosse un linguaggio con cui potersi raccontare. Basta solo scegliere quello giusto.

È per questo, allora, che in Volume Massimo è tornata protagonista la chitarra? Se non sbaglio è stato il tuo primo strumento.
Esatto, la chitarra è stato lo strumento con cui ho iniziato e, per quanto mi riguarda, è sempre stata relegata a un certo mondo musicale. Purtroppo, proprio per come sono cresciuto io, la chitarra significava un modo di suonare dettato dall’esempio dei virtuosi, per cui c’era poco spazio per la creatività, e per questa ragione ho abbandonato per tanto tempo questo strumento. Tuttavia, negli anni in cui sono tornato a suonare la chitarra e il basso con i Nine Inch Nails, mi sono riappacificato con lo strumento fino a riuscire ad integrarla con la mia musica: avevo trovato un approccio nuovo, che prima non avevo, ad esempio utilizzando la chitarra allo stesso modo di un sintetizzatore ma con quel tocco ‘umano’ e fallibile che una macchina difficilmente può avere.

Infatti, l’elemento che dona a Volume Massimo quella maggior luminosità di cui parlavamo prima è proprio il suono delle chitarre, come una luce che dal passato che torna a illuminare le ombre dei tuoi album precedenti.
Volume Massimo rappresenta l’inizio della mia riconciliazione con la chitarra, anche se la sento ancora molto lontano dall’elettronica, come fossero acqua e olio. Tuttavia, soprattutto in questo nuovo album, sto riuscendo ad unire tra loro le due sonorità. Vedremo, magari questo ritorno al passato mi porterà a farmi crescere la barba à la Cat Stevens e a fare un album di sola chitarra (ride, ndr).

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