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Alberto Fortis: «Questo virus è il sintomo di quant’è malata la nostra collettività»

Isolato nella casa dov'è cresciuto, il cantautore critica la trap fatta da dilettanti e racconta 40 anni di carriera, dalla canzone sui romani che fece arrabbiare Pippo Baudo al musical sull’ibernazione

Alberto Fortis

Era andato a Domodossola per un weekend. C’è rimasto dopo il decreto per il contenimento del coronavirus. Mi risponde dal balcone della casa dov’è nato e cresciuto. «Potrei tornare a Milano dove ho la residenza, ma almeno qui l’aria è buona», dice. Da lì, dalla città piemontese dei quaranta giorni di libertà è partita l’avventura di questo maverick della canzone italiana, un outsider che non somiglia ad alcun collega e ha scritto canzoni – anche grandi canzoni – alternando sensibilità, follia e causticità, com’è il caso di A voi romani, invettiva velenosa sulla decadenza d’una città e d’un popolo di “distruttori di finanze e nati stanchi”.

Negli anni ’80 Alberto Fortis era una star, e non per modo di dire. Poi, come molti autori che non hanno saputo rinnovarsi, cogliere lo spirito del tempo, capire i cambiamenti del mercato, o semplicemente non sono riusciti a scrivere nuovi classici, è sparito dal mainstream. Nel 2006, ha partecipato con Franco Califano, Ivana Spagna e altri alla terza e ultima edizione di Music Farm, reality che era un po’ Grande Fratello, un po’ X Factor e un po’ Ora o mai più. «Non lo rinnego, ma non lo rifarei», dice.

Fortis è un eccentrico. Scrive canzoni come quella uscita venerdì scorso che s’intitola NYente Da DiRe, con la NY di New York. Ci ha messo dentro le riflessioni di un 64enne che forse vorrebbe vivere in un altro tempo, in un’altra Italia. Ama citare Buddha e John Lennon. Tiene in casa unicorni e cartonati della Regina Elisabetta. Ha un Instagram un po’ matto dove scrive cose tipo “possiamo togliere improvvisamente il trono a tanti reami malati, che hanno saputo creare e diffondere un virus invisibile e subdolo: la demotivazione volgare”. E ha una sua spiegazione sulla nascita del coronavirus: «È il sintomo di quant’è malata la nostra collettività».

Nel 2019 ha festeggiato i quarant’anni di carriera. Per chi era ragazzo o adulto tra la fine degli anni ’70 e i tardi anni ’80 è uno dei grandi della generazione di mezzo, quella che ha portato la canzone d’autore ancora di più nel cuore del pop italiano. Gli altri chissà che cosa pensano di questo cantante che indossa scarpe alate e progetta da anni di realizzare un grande musical sull’ibernazione.

Che posto era Domodossola per crescere?
È sempre stato un luogo balzano, per la collocazione geografica e per la storia – qui c’è stata la prima repubblica indipendente dal fascismo. E poi c’è il collegio cattolico Rosmini dove ho studiato per otto anni. Lì ho ricevuto un’educazione dura. Si studiava come matti. Ricordo tanta fatica, che oggi ringrazio moltissimo.

Non ti sei ribellato come tanti ragazzi?
Come no. A 14 anni avevamo le prime band. Il collegio attirava ospiti da tutta Italia, eccellenze e ragazzi da raddrizzare. Il tastierista del mio gruppo era Umberto Benedetto Michelangeli, il nipote di Arturo. Nel banco dietro al mio c’era Andrea Ghira, che fece poi la strage del Circeo. In terza liceo, a pochi mesi dalla maturità classica, ci ribellammo alla mole di lavoro che ci dava il professore di greco. Ci alzammo tutti in piedi dicendo che ci rifiutavamo di studiare tutta quella roba. Erano gli anni ’70, eravamo al Rosmini, protestare non era uno scherzo. Ci convocarono in presidenza per rilasciare testimonianze singole registrate sul perché di quella rivolta. Era la prima volta che accadeva nella storia del collegio.

Come finì?
Dopo una decina di giorni, quand’eravamo oramai convinti di aver vinto, il professore di greco si presentò in classe accompagnato dal preside. Era un prete rosminiano, immagina un Paolo Panelli con l’abito talare. Era sempre severissimo e impassibile. A noi studenti ci chiamava tutti pupetti. S’appoggiò ai primi banchi della classe e disse: “Pupetti, ho analizzato le vostre testimonianze e ho molto pensato”. Alzò il fondo della tonaca: “Le vedete queste scarpe da prete nere, lunghe e affusolate? La prossima volta che qualcuno di voi fa una cosa del genere gliele infilo nel culo che se lo ricorderà per tutta la vita!”. Lui, sempre austero e distante, che s’arrabbiava così. Ci annichilì.

Quand’è che hai capito che volevi vivere di musica?
Da sempre. A 5 anni ho chiesto a Babbo Natale una batteria, il mio primo strumento, la suono pure in Do l’anima, l’album che ho fatto pochi anni fa con Lucio Fabbri. Quando avevo 16 anni e mezzo feci la prima registrazione per la CBS Sugar con un gruppo di Domodossola chiamato I Raccomandati. Andammo a registrare a Milano per Rai 2. Venne mamma perché ero minorenne e da solo non potevo entrare. Ci tenne a battesimo Domenico Modugno.

Quando hai lasciato casa?
Dopo la maturità. Mi sono iscritto a Medicina a Genova. Lasciai la batteria per il pianoforte e scrissi subito quello che sarebbe diventato il mio secondo album, Tra demonio e santità. Presi vari contatti che mi portarono alla RCA di Roma. Era un sogno. Ero innamoratissimo di quella scuola cantauorale, di De Gregori, del Baglioni del concept Questo piccolo grande amore. Sono stato sotto contratto con loro per due anni.

Con Vincenzo Micocci, il discografico di Milano e Vincenzo: “Vincenzo io ti ammazzerò, sei troppo stupido per vivere”. E invece era un gran discografico.
Mi tennero fermo per quei due anni, ma non fu Micocci a non volere il progetto. Quasi tutti i presidenti delle compagnie italiane avevano rifiutato il materiale che sarebbe diventato il mio primo album, Alberto Fortis. E le etichette all’epoca non erano poche, eh? Erano otto, forse dieci.

Nel primo disco c’era A voi romani, canzone caustica e formidabile. “E vi odio a voi romani, io vi odio tutti quanti, brutta banda di ruffiani e di intriganti, camuffati bene o male, siete sempre farabutti, io vi odio a voi romani, vi odio tutti”. Oggi ti ammazzerebbero. Ma come t’era venuta in mente?
Era una canzone rivolta alla discografia romana e al malgoverno della città che rovinava Roma. Era un urlo di rabbia nel vedere una grande bellezza sfregiata. E pensare che ero andato a Roma innamorato della città e della scuola romana.

Come la vedevano alla RCA?
Venni giù da Milano per fare l’ennesima audizione in RCA, al Cenacolo. C’era il gotha dell’etichetta. “Dottore, ho una canzone nuova, ma è un po’ forte”, dissi a Ennio Melis, che era un po’ il vescovo della discografia. E lui, ridendo del suo gioco di parole: “Fortis, ci piacciono le canzoni forti, la faccia”. Cantai A voi romani. Dopo l’ultima nota scese il gelo. Solo uno applaudì. Era fiorentino.

E poi?
Grazie a quella canzone si creò una frattura così forte che mi liberarono dal contratto. Tramite Mara Maionchi e Alberto Salerno incontrai il presidente della Philips, un parigino laureato alla Sorbona. Sentì le mie cose e mi propose un contratto di cinque album. Non l’avessi incontrato forse non avrei avuto una carriera.

È vero che Pippo Baudo disse che eri un incivile?
Verissimo. Avevo l’ingenuità del ventenne e andavo in Rai a parlare candidamente di quanto sbagliata fosse Roma. Finita l’intervista, sentii Baudo urlare nel corridoio: “Chi è l’incivile che ha scritto questa canzone? Lo voglio conoscere!”. Poi abbiamo allacciato un ottimo rapporto. Anni dopo mi presentò a Domenica In come “uno scienziato della musica”.

Che poi uno a Roma ci deve anche andare a suonare…
Oggi facciamo bei concerti, ma allora al Piper, per una registrazione Rai, un gruppetto di romani facinorosi ci tirò delle uova. Il bello è che io e Mauro Pagani, che suonava il violino con me, ne siamo usciti indenni e le uova le hanno prese i musicisti che mi accompagnavano. Che erano romani.

Nel 1979 hai fatto anche un tour con Vasco Rossi, vero?
Sì, si chiamava Primo Concerto, era organizzato da Bibi Ballandi. Eravamo sette artisti esordienti e c’era una sorta di scenografia teatrale.

È allora che sono nate le voci di una vostra rivalità? Per una ragazza, si dice.
Mah, l’ha scritto lui, ma io mica lo ricordo. Con le ragazze qualche volta andava bene a uno, a volte a un altro.

Hai aperto anche per James Brown, il che è pazzesco.
Ero esordiente e pensano bene di farmi aprire per lui allo stadio di Modena. Cantavo dal vivo, ma sulle basi, non mi potevo permettere la band. Prova a immaginare che cosa significa aprire per James Brown in uno stadio nel 1979. La gente ti ammazzava, i supporter erano mandati al macello, ti tiravano addosso di tutto. Ero terrorizzato.

Come andò?
Esco e canto Milano e Vincenzo. E qualcosa effettivamente arriva sul palco, ma sono le mutandine delle ragazze.

Ecco, a proposito di mutandine, nel giro di pochi anni sei diventato una vera pop star. Le ragazze impazzivano per te.
Il secondo album ha disorientato un po’ tutti, poi è arrivato La grande grotta, che ho registrato a Los Angeles, e ha fatto un botto di vendita incredibile. E pensare che i tipi della casa discografica che l’avevano ascoltato erano preoccupatissimi, dicevano che non c’era il singolo. Comunque, a Milano abitavo al quarto piano. Tutto il pianerottolo e pure quelli del terzo e del secondo piano erano invasi di scritte per me, disegni, numeri di telefono. Cose tipo: “Anna e Giuliana, siamo disponibili tutte e due, telefonaci”. Era tutto un graffito. L’amministratore di condominio mi telefonò: “Signor Fortis, dobbiamo far qualcosa”.

Ti aspettavano alla fine dei concerti?
Durante il tour di La grande grotta, fuori dai camerini c’erano regolarmente 300 persone. A fine concerto, dovevo stare chiuso dentro un’ora prima di uscire. Si correva verso il pulmino su un percorso transennato, la gente ci si ammassava contro e picchiava contro i vetri. Un rumore tipo grandinata. Rossana Casale, che era la mia compagna, piangeva: “Basta, non ce la faccio più”. Sempre durante quel tour, a Taormina, avevamo due day off. Una domenica pomeriggio la situazione era tranquilla, non c’era in giro nessuno. Decidemmo di fare la passeggiata principale che porta alla funicolare. Sai quando hai la sensazione di non essere più solo? Ci voltammo e a 50 metri di distanza la strada si era riempita di persone che ci osservavano. Facemmo l’errore di metterci a correre. Ci inseguirono. Il tour manager vide una saracinesca di una panetteria mezza aperta. Ha bussato, siamo entrati, ha abbassato la saracinesca. Ci siamo salvati.

Il successo non ti ha dato alla testa?
Devo ringraziare il Rosmini: l’educazione che ho ricevuto mi ha permesso di dare il giusto peso alle cose. Non ho mai perso la testa come è successo ad altri. E poi mi ha aiutato andare negli Stati Uniti, vedere come lavorano e come pensano laggiù. Lì non sei mai arrivato, c’è sempre qualcuno più bravo di te. Mi vedevo o forse mi sognavo là.

Effettivamente c’era il progetto di lanciarti negli Stati Uniti, no?
Sì, con un disco in lingua inglese pensato per il mercato americano, prodotto con Gerry Beckley degli America. Era tutto pronto, fissammo gli studi di Burbank dove aveva registrato anche Bob Dylan. Avevamo un budget strabiliante.

Quanto strabiliante?
Duecento milioni di lire o forse qualcosa di più. Ed era il 1985. Metà li avrebbe messi la casa discografica, metà io e il mio manager di allora, Franco Mamone. Eravamo andati a Los Angeles, avevamo firmato un contratto con il manager degli America, era tutto pronto. A meno di un mese dall’inizio dei lavori la casa discografica ci disse che erano saltati alcuni business e quindi quei soldi non c’erano più. Ci era impossibile coprire tutto il budget. Avevo meno di 30 anni, non capii che era un treno che non sarebbe più passato.

Quando hai capito che il successo stava scemando?
Le cose sono cambiate all’inizio degli anni ’90. Volevano che facessi delle copie carbone dei miei successi e io ci soffrivo. Ero affascinato dagli Stati Uniti e ho vissuto per un certo periodo fra qui e là. Quando Richard Branson ha venduto alla EMI l’etichetta per la quale incidevo all’epoca, la Virgin, sono tornato in Italia ed era tutto cambiato.

Negli ultimi 25 anni hai fatto solo tre album di inediti. Sono pochi. Hai smesso di scrivere? Non c’è un pubblico?
Non ho smesso di scrivere, ho quasi un centinaio di inediti pronti. Mi sono concentrato sui concerti. La cosa più difficile è trovare chi supporta il tuo progetto. Tu vieni dal passato e ti trovi a combattere con modalità nuove di promozione e di fruizione e con il ricambio generazionale. È stato un periodo… di gomma.

Nel 2006 sei andato a Music Farm. È stato un errore?
Non lo rifarei, ma non lo rinnego. È stata un’esperienza umana sorprendente. Prima di farlo pensavo che fosse tutto finto e invece era una cosa orwelliana. L’ho fatto perché lavoravo con Fio Zanotti, che era il direttore artistico della Farm. E perché Simona Ventura e Giorgio Gori mi dissero che volevano un artista con una storia, che portasse qualità. Non ci ho dormito per un mese prima di decidere. Alla fine andai battagliando per fare più musica e meno voyeurismo idiota, cedendo alle pressioni di chi lavorava con me e mi diceva che era un modo per tornare a farsi conoscere da un pubblico giovane.

Ed è servito a vendere dischi?
Zero. Però le scolaresche per strada mi riconoscevano. E ho cominciato a fare più concerti.

Quanti ne fai in media all’anno?
Anche senza un album fuori faccio 25, 30 esibizioni tra veri concerti ed eventi pianoforte e voce.

Di cosa vive un artista con la tua storia?
Funziona come negli investimenti: devi diversificare le fonti. Ovviamente il fatto di essere autore di canzoni e di dischi che sono rimasti aiuta, ma per guadagnare dallo streaming devi avere un successo enorme. Il grosso viene dai concerti. Oggi la discografia è una piattaforma di servizi. Se sei fortunato, incontri qualcuno che ha voglia di rischiare su un progetto non giovanilistico. Il mercato ce l’hanno in mano ancora le major. Certe porte si aprono solo coi carri armati.

Vieni da un’epoca in cui i best seller vendevano anche un milione di copie. È stato scoraggiante vedere che la gente aveva smesso di comprare i tuoi dischi?
È il periodo di gomma di cui ti parlavo. All’inizio non capivo se ero io che non intercettavo più i gusti del pubblico, poi ho compreso che era il mondo ad essere cambiato. È stato disorientante. Oggi va meglio, si è capito quali sono i meccanismi.

Come ti è venuta NYente Da DiRe?
Viene dalla rabbia di fronte a quest’epoca di sensazionalismo e trovate mediatiche. Vedo tanto calcolo, voglia di fatturato, tentativi di stupire, ma poca sostanza. Ci stiamo abituando a cose di poco valore. Ci stiamo abituando all’amatorialità, in tutti i campi. Anche nella musica. E anche questo virus…

Cosa?
Ci sono tante spiegazioni sulla sua nascita, anche complottistiche. Qualunque sia la vera natura di quel che stiamo attraversando, per me è il sintomo di una situazione malata. È il risultato di quel che siamo in quanto collettività, in quanto specie. Da persona che fa arte spero che questo periodo cambi la mentalità delle persone, che faccia tornare la voglia di sostanza. Di colpo ci accorgiamo della pochezza degli improvvisati. Pochi giorni fa, Massimo Gramellini ha scritto sul Corriere che abbiamo maturato un’allergia improvvisa per i dilettanti. Sono d’accordo. E poi farci abbassare il livello e farci abituare a cose di scarso valore è una strategia comoda a chi ha potere. Si regna meglio su un popolo ignorante.

Su Instagram hai scritto che i pazienti zero sono anche i “delinquenti” che ci fanno credere che gli “schifi che ascoltiamo siano la bella musica e sopratutto la musica che i giovani vogliono”. Ok boomer.
No, non ne faccio un discorso generazionale, né nostalgico. Mi piacciono anche cose nuove, Post Malone, Childish Gambino, il pezzo di Sigma featuring Birdy, in Italia Anastasio, ma vedo nella trap un’onda di volgarità fine a sé stessa. E oramai non è neanche più provocatoria.

NYente Da DiRe sarà contenuta in un album nuovo?
Ci sto lavorando. L’idea è scadenzare vari singoli prima di pubblicarlo in settembre. Questo perché oggi se un singolo nel giro di due settimane non funziona rischi di buttare via tutto il lavoro fatto su un album.

Sono anni che parli del tuo musical. Che cosa racconta?
Un titolo possibile è Suspended Animation, come la sospensione delle attività vitali dell’ibernazione. È la storia di un lui e di una lei che si incontrano al supermercato, davanti al reparto dei surgelati. Nasce una storia. Capiscono che sono anime gemelle. Lei è una donna in carriera, lui fa arte, ma è incompreso. Lei si ammala di un male incurabile. Decidono per amore di ibernarsi per svegliarsi 25 anni dopo, quando si troverà una cura.

A che punto sei?
C’è tutto. Ci sono la storia e le canzoni, ma le cifre per allestirlo sono alte. Sto parlando con varie persone. È il mio sogno.

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