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Albertino: «Oggi i ragazzi vogliono fare i dj per i motivi sbagliati»

Pensano a strategie, guadagni, celebrità. Ma per essere un buon dj, spiega il direttore artistico di m2o e docente della Pro DJ Academy, serve altro. E poi: la differenza fra club e discoteche, producer e dj

Foto press

«Fare il dj oggi? È molto più desiderabile rispetto a dieci, venti anni fa, rispetto a quando ho iniziato io. Ma ti posso dire una cosa: è più desiderabile, ok. Ma per i motivi sbagliati».

Inizia così la chiacchierata con Albertino – sì, l’infamous Albertino, quello del Deejay Time, dei tormentoni, della dance – ed è una chiacchierata che in più di un passaggio si rivela tutt’altro che banale. La scusa è il lancio della Pro DJ Academy, uno spin off della Mat Academy (già da un quinquennio una delle più apprezzate scuole online per producer di musica elettronica) che alza il livello e mette in campo docenti come Ilario Alicante, Luca Agnelli, i Meduza, Adiel, Lele Sacchi, Luca Pechino, i classici nomi che gli appassionati di ruock chiedono schifati «e chi sarebbero questi?», mentre nel frattempo proprio questi inanellano date ai quattro angoli del globo, Grammy Awards, cachet a cinque zeri, il rispetto del gotha del settore (alla faccia degli artisti italiani che non funzionano all’estero, ecco).

In realtà la spiritual guidance del progetto, oltre che ai due efficaci e preparatissimi fondatori della Mat Academy Alex Tripi e Nello Greco, va ascritta al compianto Claudio Coccoluto: è uno delle ultime imprese in cui, con la solita generosità e la solita competenza, aveva deciso di spendersi, prima della sua scomparsa per un male incurabile. Su Claudio, ci torneremo; non prima però di essere passati a nominare un altro Claudio, parlando con Albertino: Cecchetto. Questo perché a un certo punto abbiamo chiesto: ok, il deejaying, ma è ormai un paio d’anni che tu Albertino hai una responsabilità non da poco, visto che ti è stata data in gestione l’intera m2o Radio, stazione storicamente legata alla dance che hai letteralmente rivoluzionato – facendo piazza pulita di vecchie facce e vecchi dj – nel momento in cui ne ha preso le redini, ritagliandola a tua immagine, somiglianza, volontà. Come va? Com’è fare per la prima volta questo lavoro? Lavoro che è una po’ una esperienza adulta, un cambio di prospettiva, una responsabilità diversa rispetto all’avere il proprio programma, fare i propri dj set in giro?

La risposta parte da una puntualizzazione affilatissima – Albertino è una sentenza nelle puntualizzazioni, quando sente di dover difendere il proprio profilo e il proprio prestigio: «Veramente, quando nel 1994 Claudio Cecchetto lasciò Radio Deejay la direzione artistica assieme a mio fratello (Linus, nda) l’ho seguita pure io. Magari per molti non è così, nel senso che io non è che mi sforzassi di apparire o di farmi notare, ma nella realtà dei fatti invece è andata esattamente in questo modo. Per molti anni. Questo mi ha permesso quindi di fare un po’ di esperienza, nel ruolo. E in più devo dire che fare scouting dietro le quinte o farmi venire idee sui palinsesti è sempre stato nelle mie corde, tanto quanto il mettermi in prima linea come voce e conduttore. Senza contare che molti slogan e claim che nascevano nel mio programma, beh, diventavano assolutamente fondamentali per l’identità della radio. Quindi ecco: non è che arrivo dal nulla. Se ora dirigo una radio, è perché lo so fare, perché di una radio conosco vari aspetti, anche quelli più stupidi e pratici – io per dire so giudicare il lavoro di un fonico, perché pure io ho passato anni a cablare gli studi e a fare i volumi, mettendoci le mani. Gavetta. Si chiama gavetta, sai? Ecco, se c’è una cosa che si è persa oggi è la gavetta». E qui torniamo a quello che si diceva all’inizio. Ai «motivi sbagliati».

«Oggi troppo spesso i ragazzi vogliono fare i dj per i motivi sbagliati. Confermo. Quando ho iniziato io l’unica cosa che contava era la passione per la musica. Nemmeno ti passava per la testa di costruire delle strategie, di ragionare sui guadagni, di puntare alla celebrità: che diavolo di celebrità potevi avere, a fare il dj? Non era manco un mestiere!». Però i soldi e la fama sono arrivati… «Sì che sono arrivati. Ma ti posso assicurare che non ce ne fregava nulla, in origine. Eravamo incoscienti. Ci lanciavamo nel vuoto, senza avere la più pallida idea di cosa potesse aspettarci e di cosa davvero potevamo ottenere davvero. E trovo abbastanza assurdo che questa cosa, questa incoscienza – che dovrebbe essere tipica della giovane età – oggi invece non ci sia, si sia quasi del tutto persa. Tutti attenti fin da subito a fare calcoli, a fare la cosa giusta al momento giusto. E lì, però, sai qual è il vero problema? Del nostro lavoro si vede solo una parte: quella bella. Solo quella bella, cazzo. È come se all’improvviso i sacrifici, le rinunce, la fatica non esistessero più. Basta, scomparsi. È il classico “tutto subito” che caratterizza il mondo ai tempi dei social: quel che conta è diventare famosi e diventarlo in modo veloce, senza fatica, e se lo diventi senza talento, beh, vuol dire allora che sei ancora più bravo. Sai da cosa nasce tutto questo?». Da cosa? «Si è iniziato a permettere alle persone di pensare che tutti possono diventare personaggi, tutti possono diventare protagonisti. Nessuno più si accontenta di essere spettatore. Tutti divorati dall’ansia di apparire. Non c’è più la consapevolezza della fatica, della gavetta da fare, della cultura e professionalità da approfondire. Nulla. Tutto questo si è perso».

Tutto bello. Tutto giusto. Ma, provocazione: non è per caso tutto ciò che già si diceva dell’allora nascente fenomeno della dance, dei dj e dell’elettronica? Questa gente cioè che diventava famosa senza essere musicista, senza saper suonare? Che si faceva bella in console invece di farsi il culo in sala prove? Non è in qualche modo insomma già sentito, questo discorso? «Chi diceva certe cose è perché non aveva capito nulla di quello che facevamo, di quello che stavamo facendo. Punto. Mentre se oggi si dicono certe cose è perché effettivamente nel nostro settore si può diventare famosi senza aver fatto quasi un cazzo. Capisci la differenza? Torniamo al punto: la gavetta. Bisogna riportarla in auge. S’è persa. Ma poi, sia chiaro, e parlando anche della Pro DJ Academy e del perché sono contento di dare il mio contributo, al fare il dj ti puoi approcciare anche come passatempo, non è che per forza devi diventare un drago: i corsi hanno diversi livelli, ci sono quelli per chi vuole essere professionista ai massimi livelli ma ci sono anche quelli per chi fa il dj e il producer come hobby, col suo studiolo amatoriale in casa, o addirittura in stanza, ma questo hobby vuole perfezionarlo. Che poi, anche qui…».

Anche qui? «Oggi un altro grande equivoco attorno alla figura del dj, equivoco che si continua a non sciogliere, è quello del producer. E vale anche – e soprattutto, forse – per i grandi nomi. Ti faccio un esempio su tutti: Calvin Harris. Un mostro come producer, no? Su quello siamo d’accordo tutti. Ma lui non è un dj. Lo è diventato per necessità. Perché glielo chiedeva il mercato, perché questo era il modo per venderlo. Che lui suoni bene o male, come dj, non cambia nulla: comunque solo con la scusa che si presenta come dj e che fa un dj set, allora bisogna dargli 800 mila euro, il suo valore di mercato è diventato questo, ed è completamente indipendente da quanto sia bravo a mixare, da quanto sia accurata la scelta dei pezzi nel suo set. Non sto dicendo che non valga quei soldi: se lui li chiede e c’è chi glieli dà, e non ci perde dei soldi a darglieli, vuol dire che quella cifra la vale. Ma non puoi venderlo come dj set, il suo show. Zero. Eppure, è quello che succede. C’è un po’ troppa confusione… Ti dirò di più: un tempo, se eri Giorgio Moroder, comunque al momento di fare I Feel Love facevi un passo indietro e il brano era di Donna Summer, mentre oggi per come vanno le cose ci sarebbe il nome di Moroder e caratteri cubitali e sotto, scritto in piccolo piccolo, featuring Donna Summer. Mah, non so, sono perplesso…».

Ci sono poi altre perplessità. Prima della chiacchierata, il patto reciproco è stato chiaro: non parliamo di riaperture, di Covid, di pandemia, di Speranza, di tamponi e Green Pass. Ma a un certo punto delle discoteche – come categoria – e della cultura del ballo (non fosse altro per la storia di Albertino, ma anche per il suo ruolo attuale di guida dell’unico network nazionale dedicato alla dance e in generale alla musica da club) se ne parla, eccome. Lo si stuzzica: ora che purtroppo Claudio Coccoluto non c’è più, perché a un certo punto era lui la guida morale (l’unica guida ragionevole, autorevole, presentabile?) del settore, non è che magari tu, adesso che hai questo ruolo più adulto, potresti diventare un portavoce informale delle sue istanze? «C’è sicuramente un terribile vuoto di rappresentanza, ora che Claudio non c’è più. Vuoto di rappresentanza plasticamente raffigurato dal fatto che siamo l’unica categoria che non viene considerata dalle istituzioni, nelle varie misure per la ripartenza. L’unica. Ne parlavo col mio amico Tito Pinton, gestore del Muretto a Jesolo e di Musica a Riccione: noi, come sistema, non abbiamo avuto nessun tipo di reazione, o di compettezza, o di sinergia. Zero! Per questo non ci penso nemmeno a fare il paladino delle discoteche: paladino di cosa, di un settore che non è nemmeno in grado di unirsi in un momento di emergenza? Di un settore che si è sforzato al massimo di trovare dei modi di raggirare la legge, mettendo tre tavoli a caso in qualche locale e figurando come ristorante, per poi aprire e far comunque ballare la gente? Dovrei essere paladino di questa cosa qua? Non me la sento. Chiaro: ci hanno messo nella situazione di dover aggirare la legge, e forse tutto questo non dovevamo accettarlo, non dovevamo caderci. Anche se è un discorso complesso, perché capisco che c’è anche chi ha disperatamente bisogno di lavorare anche solo per sopravvivere. Va bene. Una cosa però la so: bisognerebbe finalmente iniziare a distinguere i club dalle discoteche. Far crescere i primi, soprattutto».

Scusa: Albertino contro le discoteche? Quell’Albertino che è diventato grande col Deejay Time, che è stato l’epifenomeno più visibile delle discoteche commerciali, della dance da classifica, quella contrapposta al clubbing, alla club culture, agli appassionati di nicchia che sono nati proprio contro il mondo del Deejay Time? «Allora, come spiegartelo? Non è che voglio sputare nel piatto dove ho mangiato per anni, no, è che certi locali commerciali degli anni ’90 – te ne cito uno, il Genux, ma potrei citarne mille – erano una figata. Una fi-ga-ta. Erano posti cioè dove c’era investimento e c’era professionalità, dove c’erano idee. Oggi? Oggi ci sono i club, quelli portati avanti da gente che in un’idea ci crede più o meno davvero e che ha una conoscenza della materia; e ci sono invece le discoteche e discotechine improvvisate, portate avanti da gente che ha il doppio lavoro e che piazza come direttori artistici ragazzini senza esperienza e, soprattutto, senza cultura. Posti che come proposta artistica offrono esattamente quello che potrebbe offrire un qualsiasi pub con degli spazi all’aperto: differenza, zero. Poi mi dicono “Eh, ma i festival stanno uccidendo i club, il clubbing”: ma ci credo che li uccidono! Perché i veri club si contano sulle dita di due mani, e il resto sono queste cose ridicole, senza anima, senza idee. Ripeto: non voglio sputare nel piatto dove ho mangiato per una vita intera, però, ecco, forse dovremmo iniziare un po’ a renderci conto della situazione. Capire in cosa dovremmo migliorare e su cosa dovremmo tornare a lavorare, come idee e professionalità. Metti mai che se lo facciamo forse tornano a prenderci in considerazione? Come la vedi?».

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