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Al banchetto rock dei Deftones

Dopo l’ottimo “Koi No Yokan”, la band di Sacramento torna con “Gore” e con un tour mondiale che il 7 giugno arriva in Italia: la melodia non è mai stata così heavy. Li abbiamo intervistati

I Deftones sono Chino Moreno (voce, chitarra), Stephen Carpenter (chitarra), Frank Delgado (tastiere, sampling), Abe Cunningham (batteria) e Sergio Vega (basso)

I Deftones sono Chino Moreno (voce, chitarra), Stephen Carpenter (chitarra), Frank Delgado (tastiere, sampling), Abe Cunningham (batteria) e Sergio Vega (basso)

Sono tornati con una polemica, i Deftones, che è servita per celebrare le loro influenze: «Con tutto il rispetto per Pag, Big, Stevie, Michael e Hendrix, Gore è uno degli album migliori che abbiamo fatto, anche se non è il migliore di tutti i tempi». Ce l’avevano con l’ego fuori controllo di Kanye West, e il modo in cui ha presentato al mondo il suo The Life of Pablo. Poi però hanno fatto davvero uno dei loro album più riusciti, in cui si giocano tutto fin dalle prime tracce: Acid Hologram, Doomed User e Hearts and Wires sono l’equilibrio che tutti i gruppi metal cercano, perché come ha detto Chino Moreno: «La melodia giusta può avere lo stesso impatto del grido più potente». E così, con Gore, i Deftones si sono ripresi il pubblico che avevano lasciato tre anni fa: «Ricominciare a comunicare con la musica è un’avventura meravigliosa», dice il batterista Abe Cunningham al telefono dalla sua «sunny California», come descrive il luogo di origine (si sono formati nelle aule di un liceo di Sacramento) e la cultura di riferimento della band, tra skateboard, Korn, crossover e quel disagio di provincia che un paio di decenni fa da quelle parti si sfogava attaccando una chitarra a un amplificatore e mettendoci di fianco un giradischi. Certe band sono semplicemente inarrestabili. I Deftones hanno superato gli anni ’90, l’etichetta del Nu Metal e la fine assurda del primo bassista, Chi Cheng (morto nel 2013 per le conseguenze di un incidente stradale avvenuto cinque anni prima, ndr). Quando la devastazione ha cominciato a circondarli sono rimasti fermi, solidi, hanno fatto mosse coraggiose come buttare via un album intero (Eros, del 2008) perché non erano convinti (al suo posto è uscito Diamond Eyes nel 2010), e sono andati avanti.

Se sopravvivere è uno dei primi doveri di una rock band, i Deftones hanno imparato come si fa: «Ci vuole tempo e spazio», dice Abe Cunningham, «abbiamo capito che dobbiamo prenderci una pausa da noi stessi e provare a essere delle persone normali». Trasformando anche la tragedia in uno stimolo: «Quello che è successo a Chi ci ha risvegliato. Abbiamo smesso di dare le cose per scontate e abbiamo iniziato ad apprezzare il valore del tempo e quello che siamo in grado di fare, non solo come band, ma come persone». Secondo Abe, Gore è «un disco glorioso: muri enormi di chitarre, melodia, tanta bellezza. Non avevamo scelta, smettere o continuare. Siamo noi che suoniamo fuori dalla nostra zona di sicurezza, sempre che oggi esista ancora una cosa del genere, per una rock band». Sicuramente esiste la necessità di stare in tour almeno un terzo dell’anno.

I Deftones hanno scoperto il valore del tempo, hanno scelto di stare di più in studio per creare l’atmosfera gloriosa di Gore, e poi sono ripartiti per un lungo tour in America, a cui faranno seguito festival e concerti in tutta Europa (in Italia arrivano al Live Club di Trezzo sull’Adda il 7 giugno, ndr). E dopo essere sopravvissuti a tutto, oggi non hanno più paura di niente: «Questo è un ottimo momento per stare in una band», dice Abe Cunningham. «Il cambiamento nella musica fa paura, ma è anche interessante, perché fa venire fame. E la fame, nel rock, è sempre una cosa buona».

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di aprile.
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