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Adriano Viterbini, fare musica sull’orlo del precipizio

Chiacchierata col chitarrista sulla vertigine causata dalla musica africana, l'impossibilità di restare fermo, lo spirito collaborativo. «Sei famoso?», gli chiede un bambino. «No, sono felice»

Foto: Pierpaolo Massafra

«Io mi chiamo Adriano Viterbini e sono un musicista, un chitarrista».
«Quindi sei famoso!».
«Ma di che, no… Sono felice!».

L’articolo che devo scrivere su Adriano Viterbini potrebbe iniziare e chiudersi così, con questo scambio tra lui e un bambino che lo aveva inizialmente scambiato per un personaggio televisivo. Perché Adriano Viterbini questo è, niente di più niente di meno, nella sua anormale semplicità: un musicista, un chitarrista, un uomo felice.

Ci incontriamo ai giardini di Via Carlo Felice, dietro la statua di San Francesco a San Giovanni, Roma. Solo qualche giorno fa la piazza si è riempita di migliaia di persone per il concertone del Primo maggio, il primo dopo la pandemia. Un luogo importante per Adriano, che su quel palco ha suonato con Cesare Petulicchio nella forma della loro creatura, i Bud Spencer Blues Explosion. Era il 2009, loro avevano appena pubblicato il disco di debutto e, come nella migliore delle favole musicali, quell’improvvisa esposizione mediatica gli ha un po’ cambiato la vita. «Non l’ho visto quest’anno, ma è stato fondamentale per noi. Gli anni sono passati in un secondo. Poi io ogni volta che penso alla musica penso a quello che faccio domani, stare fermo per me è frustrante; mi sento che voglio scoprire ancora, mi sono divertito tanto fin qui ma finché potrò continuerò con questo spirito».

Il presente quindi si chiama Solitario Solidale, nuovo EP di tre brani, un originale inedito, Trash of Europe, e due tributi: The Homeless Wonderer e Plain & Sane & Simple Melody, dedicati rispettivamente alla pianista etiope Emahoy Tsegué-Maryam Guèbru e al rocker di Detroit Ted Lucas. «È stato tutto molto spontaneo, io e Raffaele siamo entrambi appassionati di musica africana e quello è il punto di contatto. L’ho registrato nel garage di casa mia insieme a Marco Fasolo, su un vecchio registratore Korg a quattro tracce. Quello che mi interessava era fare le cose veramente semplici, essere chi sono».

Torniamo retrospettivi per un secondo, continuando a volgere lo sguardo verso il palco in piazza che ora stanno smontando. Racconto a Adriano che il giorno prima ho avuto l’occasione di fare un sopralluogo nel nuovo Init, un locale in cui (come migliaia di romani) siamo cresciuti entrambi, uno dei luoghi chiusi in quel periodo terribile che circa dieci anni fa ha visto calare forzatamente le serrande del Circolo degli Artisti, del Dal Verme, del Teatro Rialto e tante altre realtà fondamentali per il tessuto cittadino. «Penso che ogni tot anni le cose cambino, si rinnovino. Se dieci anni fa Init e Circolo degli Artisti erano il fulcro di una serie di cose, ora chissà. Di solito si diventa spettatori e poi protagonisti, penso sia fisiologico, ci si scambia nel tempo». Con il rischio di sembrare un po’ naïf, sembra chiaro che stiamo andando verso una conclusione sola: la costante attraverso tutti questi casini rimane l’amore per la musica. «Io ho sempre vissuto il mio rapporto con lei come sull’orlo di un precipizio. Non ho mai vissuto con comodità le scene o le cose, ho sempre pensato che un giorno ci stanno e l’altro no, come poi effettivamente è. Mi sento una persona libera anche per questo: mi fido della musica, è la mia unica costante».

Anche perché tutta quell’ondata di musica italiana indie primi anni 2000 è finita per implodere in primis creativamente, invecchiando malissimo nel giro di pochissimo tempo o diventando semplicemente poco rilevante – la stessa sorte degli stretti parenti esteri. Ci ragioniamo, di nuovo a partire dal concertone, che quest’anno vedeva una line-up fatta di un mix di generi apparentemente senza senso: messa a confronto con quella in cui suonarono i Bud sembra provenire da un altro universo, racconta (epidermicamente e in chiave pop chiaramente) un cambio di gusti e abitudini abbastanza clamoroso, soprattutto considerando il breve intervallo di tempo tra le due. «Il nostro headliner era Vasco Rossi, quest’anno Mace, un producer, un dj. Mondi sonori lontanissimi, anche musica diversa. In un certo senso forse non è fatta per un palco con quelle caratteristiche, è più a suo agio in un club stipato, ha una storia diversa. In ogni caso è molto stimolante».

Ma se i momenti di flessione, cambiamento, rivoluzione e depressione esistono nella vita culturale di una città e nelle scene musicali, figuriamoci nei rapporti personali, nelle passioni. Per Adriano quali sono stati i momenti chiave di questo rapporto con la musica, dal primo momento, alla capacità di mantenere l’entusiasmo propositivo negli anni? «Da piccolo trovare la chitarra è stato come trovare una luce nella bottiglia, quella rimane il filo rosso per me. Poi l’energia si trasforma, gli stimoli cambiano, oggi il fatto che le etichette siano crollate lo trovo bellissimo, si è disinibiti nel fare quello che ti pare». Tra gli incontri più importanti sicuramente c’è quello con la cultura africana, maliana e tuareg più nello specifico. Adriano ha iniziato a frequentarla sempre di più negli ultimi anni, con gli esperimenti del supergruppo I Hate My Village e suonando direttamente con alcuni dei suoi protagonisti, come Bombino e Rokia Traore. Rievochiamo proprio un concerto dell’estate scorsa che ha visto protagonisti lui e Bombino, con solo le chitarre ad accompagnarli. «Me lo sono vissuto veramente da suo fan, è stata un’esperienza incredibile, un concerto così intimo non l’aveva mai fatto».

«Penso sia evidente che l’Africa è il futuro». Considerando che, per fare un esempio, la Nigeria (lo Stato africano oggi senza dubbio più influente economicamente e culturalmente) ha la più grande popolazione di giovani dopo Cina e India e che nel giro di vent’anni la totalità della sua popolazione supererà quella degli Stati Uniti, quello di Adriano non è affatto un proclama fuori luogo. «Da noi spesso la cultura africana è incastrata in questo aspetto un po’ folcloristico datato, mentre viene tralasciato l’aspetto fresco di quella musica, che da un punto di vista strettamente tecnico è più innovativa della maggior parte delle cose che si sentono in Occidente. Il fatto che sempre più artisti africani vengano a fare tournée anche qui da noi la trovo una enorme opportunità proprio pratica, musicale».

Anche perché nello specifico i discorsi si fanno, appunto, pratici: parliamo di grammatiche musicali diverse e l’incontro non può che scatenare processi di apprendimento, di decostruzione, fuochi d’artificio insomma. «Noi amiamo dire che quello che facciamo è sgrammaticato. Il famoso errore di pronuncia è la Stele di Rosetta sulla quale costruiamo i nostri incontri; non abbiamo mai avuto intenzione di fare world music o di avvicinarci a espressioni africane saccheggiandole per importarle a forza in contesti alieni. Cerchiamo di capire che c’è qualcosa che ci accomuna, come il fatto che spesso la loro è una musica cinetica, si muove continuamente, è il frutto di micro-ripetizioni continue dello stesso pattern o di frammenti di tempo apparentemente sbilenchi ma che messi insieme creano una vertigine particolare riconducibile a tantissime cose della musica che ascoltiamo noi qui, dall’elettronica a certe forme rock».

Cerchi che si chiudono, movimenti allo stesso tempo centrifughi e centripeti. «Ci sono delle cose proprie all’essere umano che riescono a entrare in ambienti musicali diversi mantenendo la stessa attitudine. Abbiamo riconosciuto quei punti in alcune forme d’espressione africane e ci divertiamo a capire cosa succede se alziamo l’asticella, se osiamo di più. Ora che sto facendo questi concerti in duo con Mamah Diabaté (eccezionale suonatore maliano di ngoni, nda) mi aspetto che ci sia questo tipo di incontro, in cui non dobbiamo dimostrare nulla, ci dobbiamo divertire con la consapevolezza che quello che stiamo facendo è una roba diversa rispetto quello a cui si è abituati in Italia in quei contesti».

Una filosofia personale che diventa un discorso universale, a questo punto forse il vero lumicino della carriera di Adriano Viterbini, dai Bud Spencer Blues Explosion alla sua carriera solista, gli I Hate My Village e chiaramente le numerose collaborazioni. «Ogni volta che mi sono unito ad un altro essere umano grazie alla musica, alla fine quest’unione mi ha portato a fare cose bellissime, proprio per me. Sempre. Non c’è mai stata un’esperienza negativa». Chi ragiona così è difficile che rimanga indietro. «Adesso sto lavorando sia al nuovo dei Bud Spencer Blues Explosion sia al nuovo degli I Hate My Village. Sono anche papà da un po’ quindi devo spingere parecchio per adempiere agli oneri e onori (ride). Fortunatamente faccio il lavoro più bello del mondo».

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