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Adia Victoria riscrive il gotico sudista

Blues per l’epoca di Black Lives Matter. Lo fa una musicista della Carolina che ha un gran progetto per la testa: riportare l’esperienza dei neri al centro della narrazione sul Sud, una canzone alla volta

Adia Victoria

Foto: Huy Nguyen

Ogni volta che tentava di scrivere del Sud e si sentiva bloccata, Adia Victoria chiedeva aiuto alla terra. Letteralmente. La grande magnolia che vedeva fuori dalla finestra della casa di sua madre, a North Nashville, le dava conforto in quei momento no.

«Vengo dalla Carolina del Sud», racconta la musicista, «e quindi come tante sono cresciuta all’ombra di una magnolia. Era il centro dei mondi che inventavo con le mie sorelle e le amiche del quartiere. È stato un po’ come tornare indietro nel tempo. Quando mi sentivo bloccata, uscivo e ficcavo le mani nella terra sotto l’albero. Mi faceva sentire di nuovo centrata».

La storia è entrata nel suo nuovo, formidabile album A Southern Gothic. “La terra farà il suo lavoro”, canta Victoria in Magnolia Blues, la canzone che apre il disco. “Mi pianterò sotto una magnolia”.

Il blues della Magnolia di Victoria non c’entra nulla col pezzo del 1930 di Charley Patton con lo stesso titolo, ma quando si parla di questa cantautrice certi legami musicali e storici non sono mai casuali. In A Southern Gothic l’artista reclama con forza e assieme delicatezza le proprie radici. E non è che l’ultimo capitolo nel grande progetto di Victoria di espansione in chiave contemporanea del significato stesso di blues.

Durante il lockdown del 2020, essendo isolata dal mondo da cui solitamente trae ispirazione Adia Victoria è andata a ripescare i diari di quand’era più giovane. «E così ho cominciato a farmi delle domande», spiega. «Domande sull’appartenenza e sull’autonarrazione, sui ricordi privati e pubblici, sul modo cui quei ricordi sono plasmati dalla cultura».

Adia Victoria è diventata una delle voci più distintive della comunità musicale di Nashville grazie a due album audaci e lodati dalla critica. Ha scritto e pubblicato un pezzo titolato South Gotta Change subito dopo la morte di John Lewis e l’omicidio di George Floyd. Quando l’ha presentato sul palco del Newport Folk Festival, la reazione del pubblico è stata talmente forte che per poco la cantante non vomitava.

Victoria, che oltre ad essere una cantautrice si considera una poetessa, una folclorista, una storica e una sociologa del blues, è una delle voci più critiche nei confronti della tendenza della comunità musicale di Nashville di minimizzare l’apporto degli artisti neri alla musica delle radici e alla cosiddetta Americana. È una conversazione che porta avanti con figure importanti come Brandi Carlile e Rhiannon Giddens nel podcast Call and Response e che è sottesa alle canzoni di A Southern Gothic dove pesi massimi dell’Americana come T Bone Burnett, Margo Price e Jason Isbell incontrano artisti con cui Victoria ha già collaborato come Kyshona, Matt Berninger dei National, Stone Jack Jones.

A Southern Gothic è una specie di concept incentrato sulle vicende intrecciate di personaggi le cui radici affondano nel Sud. Il titolo è un modo per reclamare una ricca tradizione culturale, letteraria e musicale che ha sempre trascurato l’apporto dei neri.

«A cosa pensiamo quando pensiamo al gotico sudista? A cosa pensiamo quando pensiamo alla letteratura sudista? Di solito gli scrittori neri sono esclusi dal discorso», dice Victoria. «Si citano sempre William Faulkner, Eudora Welty, Flannery O’Connor, più raramente Alice Walker. Volevo entrare a far parte della storia del Sud, volevo che la storia di una ragazza di colore fosse considerata emblematica dell’esperienza sudista tanto quanto le storie di Faulkner».

È un tema che attraversa A Southern Gothic, che si rifà ai temi tipici del Sud: ci sono infatti canzoni che raccontano la nostalgia di casa da parte di chi è emigrato al Nord e altre che si rifanno alle registrazioni sul campo di Alan Lomax, e ce n’è una titolata Far from Dixie.

Trattandosi di Adia Victoria, questi temi sono decostruiti. «La sua opera ha sempre più livelli di lettura», spiega l’amica, poetessa e collaboratrice Caroline Randall Williams. «Magari t’imbatti in un cliché, ma sai che trattandosi di Adia sotto c’è qualcosa d’altro. C’è sempre una svolta, una qualche forma di sovvertimento dei temi».

Un esempio è dato da Whole World Knows, uno dei pezzi chiave dell’album. Si apre con l’immagine idilliaca e molto sudista di un predicatore alle prese col sermone della domenica. Tempo tre versi e apprendiamo che la figlia del predicatore si sta facendo fuori dalla chiesa. «Qual è il grado massimo di appartenenza a una comunità come quella? Essere la figlia del predicatore. E il modo più dirompente di separarsene? Spararsi eroina nelle vene nell’auto di papà, mentre lui predica la domenica».

Verso la fine della canzone, la narrazione passa dalla terza alla prima persona singolare: “Ch’io possa riposare in pace, amen”, canta Victoria. È un momento notevole che può tirar fuori solo una narratrice come lei che frequenta entrambi i campi della musica e della poesia . «C’è tanta poesia nei suoi testi», commenta Williams, «così come c’è tanta musica nelle sue poesie».

Rispetto a Beyond the Bloodhounds del 2016 e al suo impatto punk e all’electro-noir di Silences del 2019, il nuovo album di Adia Victoria offre una versione più diretta e scarna della musica del Sud. È frutto della necessità dettata dalle condizioni della pandemia, quando l’artista e il suo partner creativo Mason Hickman si sono trovati a dover sperimentare a casa con quel che avevano per le mani: banjo, mandolino, percussioni improvvisate. «Adoro il modo in cui porta nuovi suoni nel blues», dice Williams. «Non è una ritrattazione, ma un approfondimento del suo progetto… Rende il suono del blues quasi inevitabile, è un luogo a cui si ritorna anche quando si è andati lontano».

Il primo album Beyond the Bloodhounds aveva a che fare coi temi del trauma e della paura. Il pezzo che l’ha resta famosa, Stuck in the South, l’ha scritto nel 2012, la sera in cui ha saputo dell’omicidio di Trayvon Martin. «In quell’album sento dell’apprensione», dice Victoria. «Sento la paura della gente che mi guarda, la paura di stare in posto troppo a lungo. In questo senso, è il disco di un fantasma. E invece in A Southern Gothic affronto a muso duro chiunque parli del Sud. Lo rivendico alla grande. Posso essere all’altezza di molti artisti che mi hanno influenzata. Non ho più paura».

A Southern Gothic è un disco di un’artista coraggiosa, che non scende a compromessi, che pone domande senza pretendere di avere tutte le risposte. Victoria nota che l’album inizia e finisce con due canzoni, Magnolia Blues e South for the Winter, sulla stessa donna che si trova intrappolata al Nord e prova nostalgia del Sud nonostante la relazione complicata con il posto.

«Non c’è happy ending, non m’interessava finire l’album con l’immagine della protagonista che torna alle radici. Zero nostalgia. L’assenza del lieto fine è molto sudista, peraltro. Siamo gente che rimugina e che gira in tondo, ce ne andiamo e poi torniamo, amiamo la nostra terra ma la odiamo anche. È un’angoscia, è una tensione continua, e non c’è risoluzione».

Questo articolo è stato tradotto da Rolling Stone US.

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