Adele Nigro: «Non voglio razzisti e misogini ai miei concerti»

Oggi in Italia poche band hanno il suono internazionale degli Any Other e di una frontwoman che ha firmato un disco jazz come rivincita davanti a una scena ancora troppo maschilista

Adele Nigro degli Any Other. Foto di Petra Valenti


Non è breve la strada che separa i Built to Spill da John Coltrane, ma in qualche modo Adele Nigro l’ha percorsa tutta. In tre anni, il periodo di tempo che separa Silently. Quietly. Going Away, l’esordio dei suoi Any Other, dal suo seguito Two, Geography. Adele è nata nel 1994 a Verona e ha scritto le canzoni del suo album d’esordio tra il suo ultimo anno di liceo in città e il primo vissuto a Milano, dove si è ritrovata da sola, senza casa e senza una band.

Probabilmente è il prodotto più genuinamente indie uscito in Italia negli ultimi anni: tipo Lush di Snail Mail, con qualche anno d’anticipo e a 9mila chilometri di distanza. Tre anni, un centinaio di concerti e diverse collaborazioni (da Colapesce alla produzione dell’esordio di Generic Animal) dopo, a giugno gli Any Other sono saliti sul palco del Primavera Sound per suonare il loro nuovo album. La voce di Adele è rimasta sicura, potente, così come i suoi testi, crudi e vulnerabili, quasi la parafrasi delle sue difficoltà interiori. La musica, invece, si è trasformata: chitarre acustiche, fiati, archi, un sacco di jazz e arrangiamenti liberi, coraggiosi. Ci mettiamo comodi, e ne parliamo.

Quante volte ti hanno chiesto perché non canti in italiano?
(Ride) Credo in tutte le interviste! Anche i giornalisti stranieri, è surreale. Magari sono disorientati, perché facciamo musica diversa da quello che va in questo momento.

E perché non lo fai, di cantare in italiano?
Non sono capace. Ci ho provato e il risultato era pessimo. Per me è solo un linguaggio, come la chitarra o il pianoforte. È uno degli elementi che utilizzo per comporre la mia musica, non il centro. In questo disco volevo scrivere in maniera trasparente e vulnerabile, e mi è venuto naturale farlo in inglese.

L’album è meno rabbioso del precedente.
Ed è strano. Ho riascoltato il primo di recente, e mi ha fatto tenerezza. Tre anni non sono tanti, ma sono stati un’eternità per me. Mi sembrava giusto usare questo canale per ripigliarmi, ecco. Per come la vedo io, non fa mai male mettersi a nudo, aiuta a capirsi.

Hai messo i Built to Spill nel cassetto?
Prima ero molto settoriale, e ascoltavo principalmente indie rock. Poi ho iniziato a suonare altri strumenti e ho scoperto cose diverse: jazz, minimalismo, ambient, principalmente Brian Eno, Coltrane e Jim O’Rourke.

Parliamo del titolo del disco, Two, Geography. Di quali geografie parli?
Io le chiamo geografie corporee: quando sei in una relazione, impari a conoscere il corpo della persona con cui stai in modo quasi scientifico. Ti abitui a quel corpo, alla sua for- ma specifica, ai suoi incastri. È davvero come conoscere un luogo fisico, e il disco parla di co- sa succede nel momento in cui ti separi. E poi io sono sempre stata affascinata dal rapporto con i luoghi, forse perché non sento di avere radici geografiche specifiche.

Hai anche scritto un racconto dedicato al corpo, ai tempi del primo disco.
Come il 90% delle ragazze, ho avuto un rapporto conflittuale con me stessa e la mia immagine. Se ci pensi è curioso, abbiamo difficoltà con l’unico luogo in cui siamo sicuri di stare e diamo per scontate tutte le interazioni fisiche con le altre persone. È un concetto che mi affascina.

In questi tre anni la musica italiana è cambiata, ma ci sono ancora poche donne.
Le donne ci sono sempre state, l’anno scorso sono usciti dischi molto belli scritti e suonati da musiciste. Il problema è diverso: non ci viene riconosciuto lo stesso valore degli uomini, c’è un un doppio standard. Io posso fare un disco molto bello, ma verrà sempre percepito come meno interessante di quello di un uomo. Di questo sono sicura.

È per questo che in Two, Geography suoni tutti gli strumenti?
Non proprio tutti, ma era questa l’idea iniziale. Volevo mettermi alla prova, avere la mia rivincita. Durante il primo tour mi succedeva spesso di sentir dire: “Ah, che bel disco, come scrivi bene Marco” (Marco Giudici, anche noto come Halfalib, nella band di Adele da sempre, nda). Allora mi sono detta: “Basta, faccio tutto io”. In questi tre anni ho studiato seriamente, ho scritto gli arrangiamenti e ho suonato tutto quello che potevo suonare.

Hai suonato spesso all’estero, come sono trattate le musiciste fuori dall’Italia?
Diversamente, anche se ogni posto ha i suoi problemi. In Italia, per esempio, capita raramente di vedere tecnici o fonici donne, invece all’estero è più comune. Sono stati fatti passi avanti, però siamo sempre qui a contarci.

Hai letto di quello che è successo al concerto di Gemitaiz? La performance di CRLN è stata sommersa di insulti sessisti.
Non conosco una musicista donna che non si sia sentita dire cose del genere mentre era sul palco. A me è successo un’infinità di volte. Due anni fa aprivo il concerto de I Cani, e anche lì è stato tutto un “facci vedere le tette”. Ora non mi tocca più… ed è orribile. Non dovremmo abituarci a cose del genere. Dobbiamo continuare a battere il chiodo, anche mettendoci nella posizione di perdere del pubblico. I razzisti e i misogini ai miei concerti non li voglio vedere.

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