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Ad Amsterdam con Steve Lacy, il “blerd” più figo del 2022

Black nerd, produttore dall'orecchio formidabile, bassista a cui hanno aggiunto due corde, idolo su TikTok grazie a 'Bad Habit', forse anche futura popstar. Lo abbiamo raggiunto in Olanda per un concerto e un'intervista

Foto: Kyle Gustafson/Getty Images

«Non puoi sorprendere un Gemelli». Io di astrologia non capisco nulla, ma se a dirlo è Steve Lacy tendo a crederci. La flebile voce del giovanissimo artista americano (recentemente candidato ai Grammy) mi arriva dalle casse dell’iPhone del suo manager. Siamo nella stessa città, Amsterdam; nello stesso lussuoso hotel di fronte all’Hard Rock Café; ma non nella stessa stanza. Steve non si sente tanto bene e ha preferito annullare tutte le interviste, salvo un paio diventate telefoniche. Gli unici che riescono a parlarci siamo io e una collega olandese di un giornale locale – «un po’ il Guardian di Amsterdam», mi dice con studiata disinvoltura.

Quella sera con lei, al concerto di Steve nel super imballato Melkweg, scherziamo un po’ prima che salga sul palco. Forse Steve Lacy non esiste: è un fantasma, un’allucinazione collettiva. Poi il ventiquattrenne appare all’improvviso e, nonostante sia acciaccato, si prende la sala per più di un’ora di concerto, per altro suonato preciso come un orologio svizzero. Quindi sì, forse non potrai sorprendere un Gemelli, ma lui sarà pronto a sorprendere te, quanto meno se si chiama Steve Lacy.

La parabola del chitarrista, cantante e compositore nato e cresciuto a Compton da una famiglia della media borghesia afroamericana è di quelle che fanno sognare. Sembra veramente lo stereotipo del sogno americano: non aveva ancora l’età per comprarsi una birra che già viaggiava per gli Stati Uniti come chitarrista degli Internet e produceva hit mondiali per Kendrick Lamar, Goldlink, Kali Uchis, forte di uno stile chitarristico riconoscibilissimo e un orecchio eccezionale per le melodie. Quando ha iniziato a pubblicare brani a suo nome queste caratteristiche sono emerse in modo così evidente che è stato impossibile ignorarle. Steve Lacy’s Demo del 2017 è stata una cometa, tutto registrato sull’app gratuita Garage Band, «non la uso più per registrare nulla, oggi uso Ableton. In quel contesto si trattava di necessità, avevo solo quella per produrre musica».

Quell’EP è stato forse l’apice del bedroom pop, del nuovo approccio lo-fi consentito dalle app di registrazione a buon mercato, da microfoni scadenti che costringono all’inventiva. Per dare una misura di quanto quest’approccio sia stato ed è influente, il primo iPhone di Steve è oggi inserito in una nuova mostra dello Smithsonian: “Come l’intrattenimento ha modellato l’America”. «Sono veramente grato che sia finito lì. Rappresenta me che cerco di capire come farcela pur non avendo le risorse. Ora si trova in qualcosa di monumentale, è incredibile».

Come intuibile quindi l’album uscito quest’anno, Gemini Rights, suona più ricco e maturo rispetto ai precedenti, anche rispetto al buon Apollo XXI del 2019. È pop da generazione Z, come sentirò dire con grande dote di sintesi a una ragazza la sera al concerto. E infatti oggi una grande fetta di pubblico di Steve Lacy viene da TikTok, in particolare dalla diffusione virale di Bad Habit. Lui stesso su Instagram ci scherza, scrivendo che «le persone non conoscono la seconda strofa delle mie canzoni» e circolano video di lui sul palco che viene preso in contropiede da quanto le persone si concentrino su quel pezzo per soprassedere sugli altri. A me in realtà dice che la popolarità di questo tipo «è fantastica», anche perché «non mi interessa cosa sia stato capito no, quello dovresti chiederlo ai miei ascoltatori. Io voglio solo parlare dei miei sentimenti. Alla fine chi viene ai concerti lo fa per godersi lo show all’unisono».

Ed effettivamente nel locale della capitale olandese c’è una bella energia. Molto pacata, in un certo senso. Dopo un po’ capisco perché: i due enormi bar che circondano la sala non stanno lavorando. I baristi sono in piedi dietro i banconi a gironzolare e mordicchiarsi le mani; almeno l’80 o 90% dei presenti in sala non ha l’età per comprare null’altro che una Coca-Cola. Quando sul palco sale l’apertura, Fousheé, si accendono comunque tutti. Lei poi è una mina vagante: una pallina impazzita carica di energia che suona una sorta di hair metal/pop-punk dai break hip hop e suoni e arrangiamenti quasi hyperpop. Insomma sembra prodotta in laboratorio per sintetizzare tutto ciò che è pop plasticosamente alternativo, dagli anni ’80 agli ultimi 2000: un cocktail letale, che se trova una forma più definita può diventare veramente interessante.

Steve Lacy fa il suo ingresso con il costume da Gemini Rights: camicia bianca con una grande S (indossata da tutto il gruppo), stivali, pantaloni di pelle nera e occhiali neri retrofuturisti. Al collo c’è già la chitarra e si capisce perché le persone lo definiscano un guitar hero contemporaneo; non solo perché «sono uno dei pochi che continua a suonarla», come mi ha detto candidamente qualche ora prima. È una questione di look, di atteggiamento: sembra un incrocio tra Prince e Rick James. È buffo, ma quando gli ho chiesto quali fossero le sue più grandi ispirazioni chitarristiche ha citato in primis due bassisti, «Thundercat e Bootsy Collins» per poi aggiungere anche «Jimi Hendrix, Slash, Tom Morello, gente del genere». È buffo, ma perfettamente coerente con il suo stile sullo strumento, tutto fuorché virtuoso o fine a se stesso. Piuttosto completamente al servizio del funk, del groove e della melodia. Insomma Steve Lacy più che un guitar hero è un bassista cui hanno aggiunto due corde.

Gioca sui silenzi, Steve Lacy. Dopo il primo pezzo specifica subito che è raffreddato e che quando non si sente benissimo diventa «un po’ una diva, voglio tutte le attenzioni». Detto fatto, un migliaio di voci gli rispondono gridando amore: meglio di un chilo di paracetamolo. Io e la collega del Guardian olandese invece cerchiamo istintivamente l’uno lo sguardo dell’altro, ridendo. Questo atteggiamento irresistibilmente indolente lo abbiamo sperimentato in prima persona qualche ora prima. Come ha provato a controllare noi e la conversazione nel pomeriggio, allo stesso modo ipnotizza il pubblico con una lentezza unica, nei gesti e nelle parole. Funziona alla grande.

Questa teatralità si riscontra anche nell’attenzione maniacale ai suoi outfit, Prince non è stato citato a caso. «Penso che moda e musica siano due espressioni dirette di me. O meglio, sono proprio io che cerco di catturare come mi sento in quel momento. Che sia buttando giù un beat o quando assemblo colori e forme dei miei vestiti, viene tutto dallo stesso posto». Ma quando gli chiedo qual è un oggetto su cui ancora non è riuscito a mettere su le mani torniamo alle chitarre, nello specifico «una Stratocaster del 1965 che ho sempre voluto ma che costa 20 mila dollari. Le facevano diverse, hanno un feeling e un suono differenti, anche la finitura della vernice». La fluida libertà di genere con cui Steve si veste, si presenta e flirta continuamente non è scontata. Soprattutto per un giovane ragazzo afroamericano. Lui grazie agli Internet ha avuto la fortuna di crescere umanamente e artisticamente nella Odd Future.

Il collettivo capitanato da Tyler, the Creator, è stato per l’hip hop quello che la televisione a colori è stata per l’intrattenimento, la minigonna per l’abbigliamento femminile, le chitarre elettriche di Leo Fender per la musica: una rivoluzione policroma che ha donato nuovo immaginario estetico al proprio mondo. Un universo formatosi in California, nell’era dei social network, e che da lì ha tratto tante delle sue caratteristiche – a partire dall’ironia dissacrante, ai limiti del nonsense: unione tra un’alternative rap che raramente si prendeva sul serio e una grande abilità di branding, tra un’etica molto punk nel DIY e lo-fi ad una cura e ricerca ossessiva della propria, originalissima, estetica. Hanno preso la torcia del black weird hip hop lanciata dagli Outkast di Andre 3000 portandola su nuovi livelli, rendendo cool essere un blerd, un nerd nero.

Steve continua a valutare tantissimo il suo tempo con gli Internet, membri fissi del collettivo fin dagli albori. «Da quell’esperienza porto con me il modo in cui tratto le persone con cui lavoro e il bilanciamento tra il lavorare e il lavorare con gli amici. Mi hanno mostrato quanto è rilassante e divertente creare il “prodotto musica” senza che diventi un lavoro, solo business. Insomma lavorare, ma in modo super naturale, sono valori che porto con me tutt’oggi». Lavoro ce n’è tanto, per Steve Lacy. Il suo manager ci ha spiegato che sono in tour ininterrotto da un anno, e che continuano a piovergli addosso richieste. Fortunatamente fin qui nessun intoppo, solo il raffreddore di oggi. Lo dice con un sorriso e una tranquillità che gli invidio e trovo quasi inspiegabili; quando ci racconta che surfa e produce vino, capisco da dove gli deriva la pace con il mondo.

Insomma: bassista a cui hanno aggiunto due corde, TikTok star, musicista vero, novello Prince/Rick James, producer dall’orecchio formidabile, indolente popstar in the making. Steve Lacy è tutto questo e chissà quanto ancora, visto che deve ancora compiere un quarto di secolo. È un personaggio affascinante che può solamente crescere negli Stati Uniti, ma anche e soprattutto in Europa, dove il suo modello di identità fluida, musicale e personale, trova forse solo ora l’humus giusto. Le caratteristiche ci sono tutte e il suo pubblico non può che crescere con lui. Saliamo sull’astronave e lasciamogli le chiavi.

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