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Achille Lauro: «La trap mi ha rotto i cogl****»

È stato tra i primi a portare un'estetica nuova del rap in Italia e ha sempre fatto del coraggio la sua bandiera (per le cose giuste e le "cazzate"). Abbiamo parlato con il "ragazzo madre"
Achille Lauro è il nome d'arte di Lauro De Marinis. Foto: Simone Bureca

Achille Lauro è il nome d'arte di Lauro De Marinis. Foto: Simone Bureca

Achille Lauro ha tirato su una festa clamorosa assieme a Madman per la prima data del suo Ragazzi Madre Tour. Sul palco, con i due, sono arrivati anche Gemitaiz, Ensi, Coez, Fred De Palma e un sacco di altri amici, per uno show lunghissimo e decisamente “punk” (come l’ha definito lui stesso del palco). Il suo percorso è tortuoso e complesso: prima scommessa di Roccia Music, poi un periodo di silenzio, la decisione di fondare un collettivo e il ritorno con Ragazzi Madre, il suo nuovo mixtape. Se c’è una cosa che non gli è mai mancata è il coraggio, sia per osare, anticipando anche alcune tendenze, sia per fare delle “cazzate”. Ma ha sempre avuto il coraggio di andare per la sua strada. E ora, è pronto a camminare da solo.

Cosa è cambiato per te in questo tour, e in questo disco anche?
Guarda, diciamo che il live è un po’ la conseguenza della direzione che abbiamo preso con il disco. I pischelli invece che rivedersi nella mia storia sono i protagonisti. Parlo di loro. Il disco è un aggregatore, parte da un’idea, da uno stato d’animo. È un raduno praticamente, per tutti quelli che sono cresciuti da soli.

Non solo nelle periferie…
No, non parlo del quartiere ma di situazioni difficili, familiari, al di là dei soldi. Sono canzoni per tutti: la mia generazione ha i genitori assenti, i figli crescono da soli. Finalmente sono stato capito con sto disco: il modo di lavorare la musica è diverso, sia come testo che come musica.

Sei cresciuto?
Porcoggiuda, parecchio. Anche Dio c’è è un bel disco secondo me, ha delle pecche di produzione, ma funziona. Questo è stato affrontato diversamente: qui è tutto più pensato, ho il mio team di produttori, ogni beat viene rilavorato con due gruppi di lavoro diversi. Anche già su Bonnie & Clyde avevamo già lavorato così: il ritornello non era quello, in origine era l’inizio della strofa. Ma rimettendoci le mani sopra mi hanno detto di cambiarlo.

È diverso perché adesso fai tutto tu. Com’è l’avventura in No Face, il tuo collettivo?
No Face è un ambiente musicale, è un collettivo di artisti selezionati, la “seleçao”, persone in grado di costruire al dettaglio sia la parte musicale sia il restante. Sono 4 o 5 produttori, videomaker, gente che ha una visione artistica completa che non si ferma alla musica, tutta gente che spinge in una direzione sola, con background diversi ma molto in linea con il mio mondo. Persone fidate che hanno il mio stesso obbiettivo, con cui mi confronto e con cui decido gli sviluppi della nostra carriera. Il tutto si appoggia allo staff di Celebrities, il mio management. Diciamo che prima ero un solista emergente che doveva essere introdotto; adesso abbiamo fatto la nostra cosa, con gli occhi ben aperti sulla musica, sul mercato e, presto, sul reclutare nuovi talenti.

adesso so’ tutti figli miei

E con Roccia come è finita?
Marra è un fratello. La carriera musicale, però, è fatta di periodi di transizione, ieri era in un modo, oggi è così, domani non si sa, è un’evoluzione continua. Mentre ero a Roma e parlavano di me, io sono stato zitto chiuso un anno in studio puntando alla perfezione musicale, ed è proprio la ricerca di questa che ci ha portato fino a qui. Noi Non ci guardiamo intorno, non cerchiamo di seguire le mode ma di anticiparle.

Hai sempre azzardato tanto nelle tue scelte, sei stato tra i primi a buttarti su un’estetica diversa…
Dici i vestiti da donna?

Non solo quello…
Ma sì, adesso so’ tutti figli miei, è sempre così. Come fece la rima Marracash, nel rap non esiste mio e tuo, (“Mi hanno copiato così tante idee e tanti flow/Che ho capito che nel rap non c’è mio e tuo”, da Vendetta, nda). Adesso io faccio questo disco, no? Il primo singolo forte che esce vedi che iniziano tutti a copiarlo. Ricomincia tutto, le cose nuove saranno ancora uno step successivo. Poi vince l’originalità, se uno fa una cosa e tutti gli vanno appresso ne escono al massimo un paio, quelli che imitano ma non copiano. Pure ‘sta cosa della trap: nel 2014 usciva Bed & breakfast, un mio brano sulla base di Young Thug e non c’era niente. Noi ci ispiravamo ai modelli americani, da lì poteva arrivare qualcosa di nuovo, l’anno dopo ancora andava bene, adesso basta, ha rotto i coglioni. Ogni pischello che fa un video, fai partire e inizia con “tarararan”. Tutte uguali: si vede che non l’hai vissuto, sono sempre le stesse note, le stesse cazzate.

E in Italia chi ha vinto adesso?
Ti dico, a me il termine trap mi ha stufato. Nel disco ci sono pezzi fusion, trap reggae, un upgrade. Uno dei nuovi che mi piace è Ghali, lo conosco, è un amico, è premiato dall’originalità, ha fatto una cosa diversa. Lui è così, che ti piaccia o no. Adesso ci hanno copiato sto mondo e quell’altro, dai vestiti ai pantaloni, al gioiello. E dopo il tour e vedi che figata che arriva, il primo singolo che ho pronto da tre o quattro mesi, sta là.

E l’America? È un tuo riferimento?
Beh, Young Thug spacca. Quando è uscita la cosa che mi vestivo da donna era una stronzata, nessuno lo faceva. Mi ero ispirato a Kurt Cobain per gli occhiali da donna. Thug ha vinto: quando ho visto la copertina dell’ultimo mixtape, Jeffery, ho detto: “Abbiamo perso”. Mi piace anche Travis Scott, ne ascolto tanti ma non vado in fissa. Mo’ mi sto scimmiando con 6lack, l’ho sentito che aveva 3 views su Youtube e adesso fa i pezzi con The Weeknd.

Mi ero ispirato a Kurt Cobain per gli occhiali da donna

Sono arrivati i dissing in versione social, che ne pensi?
Mah, tanto qualunque cosa dico nessuno dice niente! Ci ho provato: a me non dicono niente, e di certo non mi metto a farlo. Però mi puntano il dito ogni tanto: in Grimey dicevo “La vostra crew di polli è piuttosto una baby gang”. Non parlavo di nessuno in particolare ma ovviamente mi hanno detto che era riferito a questo e quello. Se dobbiamo prendere la mia carriera io ho dissato tutti e nessuno.

Però con i social, hai un rapporto non proprio facile. Sei anche diventato virale mentre urlavi “Scemo” con l’autotune…
Sicuramente è stata una cazzata: sono ospitate in discoteca, ci può essere lo scemo, io non ho così tanta esperienza, non sono Vasco Rossi. Può succedere! Se me lo porti qui gli chiedo scusa. Mi ha fatto ridere, ma mi ha imbarazzato.

Però ci scherzi su.
Si, non è che mi chiudo in camera, ma il giorno dopo mi do del coglione. Non vogliamo seguire quell’ondata ma puntare sull’artistico, vogliamo scrollarci il LOL del romano cafone.

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