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Achille Lauro: «La trap? È rap che potresti mettere in un locale di spogliarelliste»

Il palco dell’Ariston sarà pronto a essere sconvolto? Il personaggio più rock del festival targato Baglioni è lui: Achille Lauro

Un hotel super lusso nella zona più chic di Roma è la location decisa da Achille Lauro per il nostro incontro. Lui arriva puntualissimo, occhiali da sole (anche se il sole è già tramontato da un pezzo), completo elegantissimo e tatuaggi che gli dipingono la faccia. Il personaggio più discusso del secondo Festival di Sanremo di Baglioni è, nella realtà, molto meno “maledetto” di come venga dipinto. Forse perché lui non finge, è proprio così: una rockstar nell’anima. Dal 5 al 9 febbraio, su Rai 1, sul palco della kermesse dedicata alla canzone italiana porta sé stesso. E per questo ha già vinto. La sua Rolls Royce è pronta a sgasare di brutto all’evento più nazional-popolare sulla piazza. Per (quasi) tutta l’intervista parla col plurale maiestatis, manco fosse il Divino Otelma. In realtà lo fa perché lui è solo la punta dell’iceberg: il successo e il progetto sono stati costruiti con il lavoro di tanti, primo fra tutti il suo produttore storico e miglior amico Boss Doms.

Foto di Daniele Cambria

Chi te l’ha fatto fare Sanremo?
(sorride, ndr) Per chi ci conosce non è una cosa così particolare: tutti ci conoscono per l’esuberanza, sia delle scelte, sia del genere, dei generi.

Che intendi?
Ogni nostro album non è mai uguale al precedente e ci si trovano sia pezzi punk, che canzoni intime e introspettive. Sanremo è stato scelto perché avevamo questo brano da un anno e passa, è qualcosa che i nostri fan non hanno mai ascoltato.

E com’è? Io l’ho ascoltato, ma spiega la tua visione.
Per quel che mi riguarda è mega controverso e divertente per un palco come quello di Sanremo. È arrivata questa proposta, questa idea, mi sembrava la vetrina giusta.

Perché dici che Rolls Royce è controversa?
Be’, non è una canzone d’amore, non è un pezzo trap, non è assolutamente un brano rap. È quasi rock’n’roll. Nel testo ci sono fotografie di icone della moda e della musica di varie epoche. Il sound è innovativo.

Ma da quanto sai della partecipazione al festival? Perché è almeno da due mesi che gira il tuo nome.
In realtà, anche quando non ne sapevo nulla, vedevo uscire gli articoli. È stata una sorpresa pure per me trovarmi sui giornali in quel contesto.

Come te la vivi?
Le cose non vengono mai per caso, Sanremo è una mostra musicale, che non vivo come gara. Molti lo vedono come antico e tanti giornalisti mi chiedono il perché della mia partecipazione. Quest’anno, finalmente, Baglioni ha aperto le porte alla musica nuova. È inutile ignorarla. C’è l’Olimpo della musica, che è lì, ma c’è pure un esercito che avanza.

Ed è bello nutrito, questo esercito.
Infatti, è il nuovo pop.

Ma com’è andata con Baglioni?
Abbiamo ricevuto un invito, siamo passati per il canale classico dell’ascolto del brano e, quando hanno sentito il pezzo, avranno pensato «Questi so’ pazzi! Figata! Facciamolo».

Sanremo, tra l’altro, quest’anno è pieno di polemiche come l’esclusione della canzone Caramelle di Pierdavide Carone e dei Dear Jack.
Ho sentito mezza cosa oggi. Ho letto un titolo di giornale, ma non posso esprimermi perché non ascoltato la canzone.

E della polemica sulle parole di Baglioni sui migranti che mi dici?
Credo che Baglioni sia un uomo di 70 anni, con le spalle larghe. Credo abbia solo risposto con buon senso, senza toccare la politica.

Ma molti hanno visto le affermazioni di Baglioni, come politiche.
Io no, ci ho visto un uomo che ha messo il buon senso davanti a tutto.

Ti aspetti di vincerlo, il festival?
I migliori della storia non hanno mai vinto.

Giusto. A Sanremo trovi anche la tua amica Anna Tatangelo. La tua versione di Ragazza di periferia è un gioiellino. Ci sarà un seguito?
Certo che sì, ci sarà un seguito. Lei mi ha taggato su Instagram ascoltando il brano Penelope, che era nella parte intima del mio ultimo album. Dopo il tag ci siamo scritti e le ho detto: «Ma lo sai che io sono mega fan del tuo pezzo Ragazza di periferia, perché le pischellette, in zona mia, quando era piccolo, si ascoltavano quella roba? Mi hai contaminato». E le ho proposta di farla.

E lei?
Mi fa: «Ammazza che idea figa!». E poi, insomma, Achille Lauro che canta Ragazza di periferia, era scritto.

In quanti ti hanno criticato per questa cover?
Nessuno. Noi abbiamo fatto un percorso che ci permette di fare tutto. Potevano criticarmi anche quando ho cantato La bella e la bestia, che è un pezzo pop, anche se fatto pianoforte e voce. Sai che è? Noi manteniamo sempre la nostra anima. Non faccio il pezzo dell’estate. E anche Ragazza di periferia, aveva della malinconia e del sentimento, qualcosa di reale. Nei pezzi d’amore c’è della sofferenza e dell’amore vero. La musica, qualsiasi cosa trasmetta, deve essere sincera.

La cosa buona è che il direttore artistico di una kermesse tanto importante, abbia aperto pesantemente una breccia consistente verso la scena underground. A questo proposito, visto il percorso che stai facendo, non ti sei pentito di aver fatto un programma nazional-popolare come Pechino Express?
Assolutamente no, è stata una delle più belle esperienze della mia vita a livello umano. Io sono musicista, non ho interesse a fare la carriera televisiva in modo maniacale, come quelli che fanno certi programmi per avere successo. Io ho la mia fan base, con fan conquistati uno per uno. Mi hanno chiesto se, con Boss Doms, fossimo interessati a fare un viaggio tra Filippine, Taiwan e Giappone. Un mese, senza soldi e senza casa. Ho detto: «dove devo firmare?». E ti assicuro una cosa.

Cosa?
Che a livello economico noi magnavamo molto di più co’ mezzo concerto. Però Pechino Express è una figata. Perché sai che c’è? Le persone normali, vanno in vacanza, vanno in un posto e se lo vivono più wild, da turista, o in un albergo 4 stelle. A Pechino Express entri nella realtà delle persone, vedi le usanze vere. Ho dormito nelle campagne giapponesi coi futon. Sembrava di vivere dentro a un sogno, una roba allucinante. Ci svegliavano con la loro vera colazione, sono stato giapponese per un mese. È stato bellissimo.

E con Antonella Elia hai fatto pace?
Ma sì, io la amo Antonella. Con lei non ci avevo mai litigato. Le avevo pure detto: «Non mi provocare, che siamo in tv. Tu sei un personaggio tv, io sono un musicista, non facciamo figure di merda in un programma televisivo».

E invece ti ha provocato e ci sei andato giù duro.
Sì, perché insisteva…

Dai, cambiamo argomento. Non sei un trapper, non sei un rapper, dici di essere stata una troia e una santa. Ma chi sei?
Artista. Folle. Fuori controllo. Questo è Achille Lauro. La mia musica non è etichettabile in un genere e basta. È musica di Achille Lauro. Punto. Facciamo quello che ci piace, facendoci ispirare da tutte le epoche: prendiamo i generi e ci mettiamo del nostro, li svecchiamo, li modifichiamo. Le persone si evolvono, cambiano, vanno avanti, sperimentano. Questo è Achille Lauro, in fondo, un pittore che non vuole dipingere lo stesso quadro tutta la vita.

Non giochi solo con i generi musicali, ma pure con quelli sessuali. Senti di essere un po’ il simbolo della libertà sessuale per le nuove generazioni?
Assolutamente sì. Questa cosa è stata fatta anche per allontanarci dal mondo del rap.

Cioè?
Ci avevano messo l’etichetta di rapper, ma non ci andava bene, perché era riduttiva e ci stava stretta: facevamo roba, a tratti, più introspettiva e poetica. Anche cantautorale, no?

Ok, ma questo che c’entra con la libertà sessuale?
Abbiamo preso le distanze dal mondo rap, prima di tutto con il modo di vestire, abbiamo indossato gadget da donna, al posto dei pantaloni larghi, facendolo inorridire, il mondo rap. Usavamo gli sfondi rosa, abbiamo gettato le basi per quello che, oggi, è la trap. Su cui marciano in dieci. Che poi noi non è che lo facevamo apposta, venivamo pure da un altro background.

Mi sono perso.
Cioè la moda di oggi della trap qual è? Pantaloni stretti, la tracolla Gucci e l’occhiale strano è la moda periferica romana, si riassume in quello. Il coatto kitsch è già quello.

Ah, ok. Adesso, però, dicci un po’, visto che il 10 maggio parti per il tour, come sarà il tuo nuovo album, in uscita a primavera?
Sarà un upgrade, questa musica che sto facendo la vedo molto mia, prima e più di tutto. La vedo come un cappotto che mi sta bene e mi esalta. Faccio le cose che davvero mi piace fare. L’album, anche se manterrà una zona comfort per i nostri fan, alzerà il tiro.

Ma lo stile? Lo possiamo definire pop?
Definirlo pop è uno sbaglio, sarà più Elvis.

Ultimamente hai anche difeso Sfera Ebbasta perché preso come capro espiatorio.
Esatto. La musica non può essere presa come capro espiatorio. Sennò si dovrebbe bandire ¾ della musica mondiale, a partire dalle leggende: Jim Morrison, Steven Tyler, Amy Winehouse, i Rolling Stones, Mick Jagger. Addirittura Steven Tyler ha dichiarato di aver speso 20 milioni di dollari in droghe. Ed è Steven Tyler. La musica è arte, non può essere un capro espiatorio. È come dire che, se un pittore dipinge un quadro nero, è il diavolo. Non esiste.

Non ti senti in qualche modo un esempio per i tuoi fan?
Esiste senza dubbio una responsabilità, verso chi ascolta. Anche nelle azioni che si fanno e per come ci si pone, magari. Gli artisti non sono gli educatori dei ragazzi, sono fratelli che possono dare dei consigli. E poi penso che, dietro alle storie di successo, come Sfera Ebbasta, ci sono pischelli che si sono rotti il culo, che non sono usciti, che non si sono persi, ma hanno seguito una passione. Quindi, anziché vedere ‘sta stronzata delle canne, dovrebbero vedere dei pischelli che si sono sacrificati all’arte per fare qualcosa di figo. Comunque, vuoi o non vuoi, sei un comunicatore, se scrivi un pensiero magari i ragazzi ti ascoltano. E io lo conosco Sfera, non è un cattivo ragazzo.

Sai che stai uscendo fuori totalmente diverso da come ti immaginavo. Non hai paura di imborghesirti col successo?
Zero. No, anzi, a 28 anni di romano mi è rimasto la cadenza e l’amore per la città. Per il resto, se mi imborghesisco va benissimo. (ride, ndr)

No Face 1 è il primo docu-film di una trilogia su di te. Vediamo che passi dal crimine alla musica. E questa cosa non l’hai mai nascosta.
Non l’ho mai esaltato in modo esibizionista, ma ho raccontato quella vita periferica dei giovani, come un reporter, con un occhio quasi neorealista, prendendo personaggi veri e raccontando personaggi veri, come si faceva negli anni ‘60.

Ok, ma perché non hai mai voluto nascondere il tuo passato criminale?
Perché la nostra è una storia con varie sfumature, con tanti problemi in mezzo, dalla famiglia alle mille difficoltà che, comunque, si affrontano perché la vita non è un’esperienza facile. Ho una storia che è finita bene però.

E hai realizzato il tuo sogno.
Dormo due ore a notte da quattro anni. Il mio sogno l’ho rincorso, anzi, l’ho proprio trascinato. Sono stato la montagna che va a Maometto. Se avessi studiato con questa determinazione, con questa patologia – perché è follia, sono maniacale – sarei riuscito a fare qualunque cosa, come costruire un palazzo con le mani.

Altro progetto è il tuo libro, Sono io Amleto. Perché hai scelto questo personaggio e non, ad esempio, Iago?
Perché Amleto è una tragedia che diventa un’opera di successo. Ci è sembrata una figata. E poi non è il classico libro del rapper fatto per vendere, non la vedo nemmeno come autobiografia.

Cos’è allora?
Un libro che racconta una storia, può essere chiunque il personaggio.

Cambiamo argomento. Faresti un talent come giudice?
Sì, ho fatto X Factor una volta e mi sono divertito da morire. L’esperienza con Mara Maionchi, in un contesto di musica, che è il mio lavoro, mi ha messo a mio agio. Perché io faccio anche il manager di artisti più piccoli che stiamo lanciando con l’etichetta No Face.

Tipo?
Quentin40, poi un ragazzino di zona nostra che si chiama Yankee: ha 15 anni e video con un milione e mezzo di views. Il talento parte da loro. Noi li aiutiamo a investire bene i soldi, a non fare sbagli.

Senti, ma perché non ti proponi a The Voice? Si vocifera che Freccero vorrebbe Asia Argento e Morgan.
Ho letto, ho letto, sarebbe una figata.

Ora però mi devi dire una cosa: dici che ti hanno copiato tutti. Fuori i nomi.
I nomi non te li faccio, ma nel 2014 abbiamo fatto uscire un album, Dio c’è, che conteneva brani trap, la trap non era ancora arrivata in Italia.

E come avete fatto? Avete visto cosa funzionava all’estero? Mi interessa il processo.
Era sempre una fusion, non era un modello preso e ricopiato uguale, non ci piace, non è da noi. Prendiamo spunto qua e là, c’era questo sentore di ‘sta roba nuova un po’ più club, del resto la trap è il rap che potresti mettere in un locale di spogliarelliste. La base è più da disco.

Comunque, tornando a noi, perché ti avrebbero copiato?
In questo disco – che abbiamo fatto uscire quando andava ancora di moda il rap vero anni ’90 – c’era house, storytelling, rap a metà tra pezzi new futuristici trap. Abbiamo cominciato a metterci parrucche, pantaloni stretti e tracolle Gucci come accessori di stile. Adesso, a distanza di quattro anni, tutta Italia fa trap. Ci sono persone che si sono arricchite con la nostra immagine.

Se il successo dovesse finire?
Mi inventerò qualcos’altro. Non faccio musica per avere successo. Anche se il successo è legato alla musica, perché è bello fare una cosa e vedere persone a cui piace. Per me il successo è questo. Non mi frega niente di essere riconosciuto per strada. Ma sicuramente mi frega della parte economica ed è tutto molto bello. Rimane anche il piacere di fare musica. Cerco di fare quello che mi piace.

La prossima evoluzione di Achille Lauro?
A Sanremo ne avrete la prova.

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