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Achille Lauro: «Canto l’estrema periferia con parole che tutti possono capire»

Lauro (il cantante) racconta 'Lauro' (il disco). «Lo trovate tradizionale? Vuol dire che sto andando nella giusta direzione: verso la canzone di tutti, verso Mina e Battisti»

Achille Lauro

Foto: Leandro Manuel Emede

Fuori dalla stanza virtuale di Zoom in cui intervisto Achille Lauro c’è la fila di giornalisti. L’ufficio stampa parla di slot, di turni rigidissimi per le domande, quindi di ovvi ritardi perché qualcuno si allunga e lui, comunque, è un chiacchierone. Lui ha alle spalle un cartonato enorme con la copertina di Lauro, il suo nuovo disco in uscita domani. E per l’occasione è vestito di tutto punto, come dovesse andare in scena di lì a poco (o ci sta già?). Insomma, adesso funziona così anche con lui: come si fa per le star, per i grandi nomi. Ma non è una novità: da qualche tempo ormai tutti ne vogliono una parte (tv, Sanremo, editori, discografici), e da alieno-outsider che era è passato a rappresentare il nuovo standard della nostra musica.

Eppure, quando glielo faccio notare, la sua risposta è naïf: «Vivo questa condizione normalmente. In senso pratico, sono solo aumentati i cachet. Ma continuo a frequentare le persone di sempre, anche a livello strettamente creativo». Come se l’idea di diventare un brand, di aver accuratamente studiato e poi scelto ogni passaggio del proprio percorso, fosse una delle tante contraddizioni mai nascoste del personaggio. Da una parte l’artista lucidissimo; dall’altra lo spirito selvaggio. Ma davvero la genesi e la destinazione ultramediatica di questo nuovo album – che pure suona tradizionale, rétro, italiano e pop e come nessun altro suo lavoro – non celano nessuna differenza col passato? «Una: dove prima c’era la fame, la voglia di arrivare a essere liberi, ora c’è l’intenzione di restarci, libero».

Però immagino la tua vita sia cambiata rispetto a tre anni fa. Lo dici anche in Lauro, la title track, che ci sono cose della tua vita precedente, di strada, che non vuoi fare più.
E sarebbe strano il contrario. Ma cachet a parte, rimango quello alienato dal contesto come sempre. Cerco di tenere pura e intatta la mia anima. Per proteggere la mia passione, che è scrivere canzoni. O, più in generale, dare vita a progetti, veder prendere forma quelle che prima erano solo idee. Cerco di dare al pubblico ogni volta la mia parte più autentica e sincera. Posso guadagnare i milioni, ingrandire casa quanto vuoi, ma mi interessa scrivere canzoni, non andare in discoteca a stappare le bottiglie. Continuo a isolarmi con le solite 10-15 persone con cui mi isolavo quando non c’era niente. Però, certo, adesso posso pensare a progetti più grandi, osare. Investire sulla creatività. Perché ho le risorse, perché la gente mi dà fiducia.

Mi stai dicendo che per te successo significa libertà.
È paradossale, ma sì. Sono contento di aver impostato la carriera così, reinventandomi di continuo; e non come uno che ha paura di perdere quello che ha, e allora si ripete all’infinito. Per questo la gente mi dà fiducia. Per questo la casa discografica investe su di me, per questo Amadeus mi invita al Festival. Perché rischio e così sono libero. Perché mi ispiro alle grandi produzioni – per esempio al mondo del teatro o a quello dell’arte – rimanendo sul filo: né troppo, né troppo poco. Non cado. Ma mi viene senza pensarci. È la grande contraddizione della mia carriera, della mia immagine stessa. Una bivalenza fra introspezione e lato punk-grunge. Puoi interpretarmi in questo secondo modo, ma sotto sotto trovi comunque qualcosa di profondo. C’è il mio passato, discusso; e c’è il mio presente, creativo. Potrei fallire, certo, ma non ho paura.

Ti sei chiesto perché è arrivato il successo?
In realtà non ho avuto il tempo: sono troppo concentrato su ciò che faccio, tutti quelli che vivono con me possono testimoniare che sono l’ultimo che va a dormire e il primo che si sveglia.

Lavori tantissimo.
Non lavoro: curo in maniera maniacale ciò che è il progetto Lauro. E amo farlo, quindi sicuramente questo può essere un lavoro, ma non lo vivo come tale. Se dovessi dare un consiglio sul successo a un ragazzo, gli direi di capire chi è veramente e cosa ama fare.

Foto: Leandro Manuel Emede

Dicevamo del tuo, di successo, però.
Per quel poco che ci ho pensato: perché ho messo in piedi, mattone dopo mattone, qualcosa di unico. Ed è una regola che vale per tutto – la tua identità, il tuo brand. Sono riconoscibile. Se pensi ad Achille Lauro pensi a un’estetica, a un’ideale, a tanti tipi di musica per una personalità sola. Tant’è che ci hanno emulato, dai programmi tipo Tale e quale show ai costumi di carnevale. Siamo popolari perché unici. Importa come ti differenzi, e perché lo fai. Per esempio Sanremo: Rolls Royce sulla carta non era la canzone adatta a ciò che era il Festival allora e nemmeno io lo ero.

Eri molto più un alieno nel 2019 che quest’anno.
Merito di Amadeus. Ha fatto un ottimo lavoro, visionario. Ha cambiato Sanremo. Tant’è che i pezzi del Festival stanno andando benissimo. E io ho fatto parte di questa rivoluzione già da Rolls Royce: quando tutti mi dicevano di non andare, di continuare a fare urban e non buttarmi sul punk, me ne sono fottuto. Ascolto sempre chi mi sta intorno. Ma poi faccio quello che ho in testa, seguo i miei disegni. Come un pittore quando fa uno schizzo: gli altri vedono delle linee, l’artista che lo fa ha già in mente il quadro.

Quindi avevi già chiara ogni tappa del tuo percorso fino a qui.
Ogni disco ha rappresentato un’esigenza, per me. Rigorosamente coerente con ciò che avevo in testa in quel momento, con i miei stati d’animo. Questa qui di adesso è la mia strada e l’ho sempre saputo: non l’urban, di cui non ho il background. E in generale ribadisco: non sono qui per ripetermi.

Così però non hai paura di perdere il tuo pubblico?
Siamo talmente tanti… posso perdere del pubblico, ne troverei altro. Mi posso spostare da un target all’altro. Ma non ho mai cercato un target, sono sempre stato sincero. Il fatto che la gente mi segua significa che si rivede in ciò che racconto. Che poi è ciò che vivo. Sta di fatto che adesso ho un pubblico che va dai 16 ai – credo – 60 anni. Ed è diverso da quello che avevo tre anni fa.

Non pensi di aver tradito qualcuno?
Zero. L’anima del progetto è forte ed è sempre la stessa. Semplicemente, adesso parlo di cose diverse perché vivo cose diverse, perché ambisco a cose diverse. Una volta sognavo di uscire dalla realtà del ghetto, ora ho obiettivi più grandi. Ma resto coerente. E poi è normale così: io stesso nel tempo ho cambiato gusti e riferimenti. L’ascoltatore di musica non si fa ingannare, la sua attività è pura. Non lo fotti. O gli piaci o non gli piaci. O gli sei vicino o no. Non esiste nessuna costruzione a tavolino. Io esprimo ciò che sono e la gente che si rivede in quello che dico mi segue.

Foto: Leandro Manuel Emede

Quindi questo Lauro che ambizioni ha?
Si è preso il lusso di fotografare un tempo, un momento. Di raccontare un luogo che ho vissuto e che vivo tutt’ora, cioè l’estrema periferia. Ma non visto dal ragazzetto della panchina che ero, ma da chi sono adesso, uno che può farne una fotografia senza spiegazioni. Senza essere il paladino di niente. Poi, certo, ci sono esigenze della vita di strada che non sento più mie. Ora ho solo la voglia di costruire cose giganti, di fare concretamente delle cose per chi mi sta vicino.

E come ti fa sentire?
Bene, perché credo nel dare e nel ricevere. Una sorta di karma. Vivo per questo, sono contento di condividere. È già tanto quello che ho, lo so. Sono arrivato in alto. Però adesso è il mio turno.

Tutti vogliono un pezzetto di te, dicevamo.
E io cerco di darglielo. Perché alcuni possono averne bisogno, perché magari la gente cerca solo la fortuna che hai tu. Mi piace il confronto, con chiunque. Ci ho messo tanto a costruire questo; sono passato per illusionisti, persone che non avrebbero messo un euro su di me, ma mi rapporto con gli altri come se non fosse cambiato nulla, do giusto qualche consiglio. Senza la pretesa che venga ascoltato. Solo perché ci sono passato.

Tipo?
Su come impostare la propria mentalità per arrivare dove si vuole. In sintesi: capisci chi sei e dove vuoi arrivare; non perdere tempo; e fallisci, perché il fallimento è parte del successo. Achille Lauro è frutto di quindici anni di lavoro, quindici anni di «non si può fare e lo faccio lo stesso».

A proposito: anche Lauro, come i tuoi dischi precedenti, è nato da un ritiro tuo e del tuo team in una villa-comune?
Sì, faccio così da anni e non intendo cambiare. Poi, certo, qualcosa è nata mentre ero da solo, alcuni concetti li ho persino ripresi dai miei libri. Ma comunque anche quei pezzi sono stati lavorati coi miei amici in questa dimensione comune. Siamo gli ultimi ribelli. Oggi e per sempre (ride).

Certo suona molto più tradizionale degli altri tuoi lavori. La normalità è una conquista?
Ogni volta che sento dire che un qualcosa di mio suona “tradizionale”, è importante: significa che sto andando dove voglio. Cioè verso la canzone di tutti. Cioè verso Il cielo è sempre più blu, verso Mina e Battisti. Non è questione di normalità, è che sono le cose che possono capire tutti. E io ci sto arrivando, sì, ma in maniera sincera. Perché a questo punto non c’è più niente da dimostrare, solo il puro piacere di comunicare. Non c’è niente di costruito a tavolino. Femmina è una canzone sulla virilità nata in tre accordi, che possono capire tutti. La semplicità a cui ambisco è questa.

E non temi di smettere di crescere come artista?
Ci sono altre canzoni nel disco, come per esempio Pavone o Generazione X, che nascondono una ricerca non comune al pop. Marilù, invece, potrebbe essere un classico di qualche grande artista italiano. Comunque, no. Perché spesso tre parole semplici, che arrivano, sono più forti di tutte le costruzioni che puoi fare.

Vasco è questo.
Ne è l’emblema. De Gregori o Battiato, per dire, sono il contrario. Vasco è quello di “si potevano mangiare anche le fragole”, un’immagine immediata e pazzesca. Non c’è neanche ricerca, lì. E per certi versi non c’è più neanche in me. Prima era un pensare a come arrivare in un determinato punto. Ora il mio unico nemico, per stare fra i grandi, è il tempo: non c’è più competizione con nessuno, non guardo intorno. La chiave è fare un qualcosa per tutti senza volerlo, senza ricerca. E raccontare uno stato d’animo, in questo senso, aiuta. Perché tutti li provano. Tutti si sono svegliati un sabato mattina sentendosi come in Rolls Royce, per esempio.

Per questo, probabilmente, sei un personaggio pop. Un personaggio pop che va in televisione. Ma ci pensavi, tipo tre anni fa, a un futuro in tv? O preferivi starne alla larga?
Non ho mai visto niente come buono o cattivo, tantomeno la tv. Ho solo visto delle cose che potevano essere giuste o sbagliate per me. E l’ho capito quando nel mondo dell’urban hanno iniziato a omologarsi: la strada degli altri non era buona per me, e la mia non lo era per gli altri. Rolls Royce è punk e pop. Ho inteso subito che quella era la via. Nonché, il pezzo perfetto da presentare a Sanremo.

Foto: Leandro Manuel Emede

Poi ci hai preso gusto: quest’anno ospite fisso per cinque serate.
La fase concorrente è passata, e quest’anno l’obiettivo, da ospite, era lavorare in favore del Festival – non promuovere i miei nuovi pezzi, come magari avrei potuto fare. Ho creato uno spettacolo nello spettacolo, tant’è che fino all’ultimo non ho avuto interazioni con Amadeus. Per il resto, ho pensato di viaggiare fra i generi musicali che sento miei, perché era il giusto omaggio per la mostra della musica italiana. Dando anche messaggi con diverse chiavi di lettura, ovviamente. Come sempre.

E come sempre hai fatto arrabbiare qualcuno.
Ma è giusto così: quando fai una cosa diversa, ti esponi alle critiche; e Sanremo, poi, è comfort per eccellenza. Noi abbiamo lavorato per una roba unica. Di conseguenza è normale che qualcuno si sia fermato solo alla parrucca blu, senza pensare che fosse una citazione del film Velvet Goldmine, che praticamente è una biografia non autorizzata di David Bowie, e che quindi rimanda al glam rock, alla libertà, eccetera. Non ne faccio una colpa, ci mancherebbe. Il mio, ripeto, era uno spettacolo con tante chiavi e dei valori associati a ogni genere, degli stereotipi da ribaltare. Il punk, per dire, è inno alla libertà. Il pop, invece, solo in Italia è visto come cosa frivola. Volevo dare messaggi. E poi magari qualcuno che all’inizio provava repulsione ha deciso di non fermarsi al primo impatto. Ha deciso di andare fondo. Dove magari ha capito che qualcosa c’è.

E se l’odio nei tuoi confronti finisce? Nel senso: è comunque un bel motore per la tua musica.
Non ho paura che finisca, ma certo l’odio ti porta gli occhi addosso, e io sono davvero contento di averceli. È un’opportunità. Da quando a 14 anni abitavo in una comune – con delinquenti, artisti, disgraziati vari – ho sempre scritto e già lì dovevo guardare al dettaglio, perché intorno c’era gente più grande che magari già cantava. Questo per dirti che ho le fondamenta da artigiano, pure solide. Con Lauro gioco le mie carte: perché ho gli occhi addosso, e ascoltandolo sono convinto che tantissimi ci troveranno dentro almeno un qualcosa che li descrive, un qualcosa che gli piacerà.

Però da outsider rischi di diventare tu lo standard. Anzi, direi che già lo sei.
Non mi preoccupa: quando vedo i giovani che avanzano, sono contento di fottermene e al massimo di dare il mio contributo, con qualcuno che magari si ispira anche a me.

Mi racconti la copertina? C’è il gioco dell’impiccato con la parola “Lauro, ma la “o” finale è stata come aggiunta, è di un colore diverso.
Sì, in rosso, come fosse una correzione. Per dire che ho barato, che sono intervenuto nel gioco. Tutti arriviamo a un bivio, nella nostra vita. A una sorta di fine, se vogliamo. E anch’io. La “o” colorata di rosso significa che mi sono scelto da solo questa nuova vita, che un capitolo precedente si è chiuso e ora ne è partito un altro. Certo alcuni elementi della scorsa tornano: siamo una generazione sempre alla ricerca di qualcosa che non avrà mai.

E tu, per questa generazione, adesso che cosa sei?
Un manifesto di estrema libertà. Per me stesso, invece, sono quello che voglio essere. E spero che la mia storia possa insegnare qualcosa.

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