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Abbiamo fatto parlare Tommy Lee con un unicorno

Il rocker ha pubblicato un album intitolato 'Andro' che è la cosa più lontana che possiate immaginare dai Mötley Crüe. Abbiamo chiacchierato con lui via Zoom con una birra da un lato e un peluche enorme dall'altro

Tommy Lee

Foto: M. Santos

«Ehi, Luca. Ti andrebbe di intervistare Tommy Lee?». Come ogni volta in cui mi sono trovato di fronte alla possibilità di intervistare uno di quei personaggi con cui ho passato parte della mia adolescenza, per un attimo ho vacillato. Ho sfiorato così tante volte Tommy, senza riuscire mai a raggiungerlo, che di colpo ho quasi rinunciato. I tempi in cui mi immedesimavo in canzoni come Kickstart My Heart o Slice of Your Pie mi sembravano lontani: ero cresciuto e quell’immaginario da glam metal di Los Angeles mi sembrava fuori tempo massimo. Fortunatamente, un paio di birre mi hanno fatto rinsavire: che diamine, sarà cresciuto anche lui, no? Va bene, facciamola.

Chiamo subito un mio amico d’infanzia, rimasto romanticamente fermo ai tempi del porno con Pamela Anderson: «Speriamo che ti faccia l’elicottero con l’uccello». Gli dico che mi sembra alquanto improbabile, ma sotto sotto un po’ ci spero pure io. Tommy Lee è sempre stato molto di più del semplice batterista dei Mötley Crüe. Personaggio dalle mille sfaccettature, è stato uno dei primi a fottersene completamente dell’oltranzismo del pubblico medio dei Mötley, pubblicando nel 2002 Never a Dull Moment, un album così lontano dalle sonorità della band con cui era diventato una star da rischiare il linciaggio pubblico.

L’intervista salta due volte nel giro di pochi giorni e inizio a pensare a quanto sia difficile contrastare un fato che vuole tenerti lontano da quello che ritieni ancora il miglior batterista della tua generazione. Al terzo tentativo l’intervista va in porto, ma c’è un problema: quel pomeriggio avrò con me mia figlia. Invece di abbattermi, la rendo complice della cosa. Incuriosita come sempre dal mio lavoro, mi chiede di sentire qualcosa dei Mötley. «Assomigliano ai Queen?» «No, amore, ma hanno fatto un film anche sulla loro carriera». «Lo vediamo, papà?». Ci penso per un attimo: magari posso saltare alcune parti come abbiamo fatto con Bohemian Rhapsody, ma mi rendo subito conto della follia di aver pensato anche solo per un secondo di far vedere a mia figlia le avventure di quei quattro depravati. Ascoltiamo la band tutto il giorno, fino a quando la riporto a casa. Devo correre, l’appartamento è un delirio e l’intervista è su Zoom.

Faccio giusto in tempo a mettermi una maglietta dei T Rex e a trasformare in una fumeria d’oppio dell’Ottocento quella che, fino a pochi minuti prima era una scuola per l’infanzia, che Tommy mi si presenta di fronte. Nota subito Marc Bolan. «Avrei messo una maglietta dei Mötley, ma non volevo sembrare patetico», esordisco. E poi l’unica era quella di Generation Swine, comprata a 1 euro in fiera di Sinigaglia. Di certo non l’album con cui i Mötley sono passati alla storia. «Penso tu sia l’unico al mondo a possederla», mi dice. «Posso vederla?». Capisco di aver rotto involontariamente il ghiaccio e partiamo con la chiacchierata.

Si capisce subito che Tommy ha voglia di parlare di tutto. Partiamo col nuovo album, Andro, che a livello concettuale ricorda molto la pietra dello scandalo di un tempo, Never a Dull Moment. «Sì, è vero. Oggi però la gente non si incazza più come una volta. O meglio, si incazza ancora, ma per le stronzate. Le critiche a quel disco giunsero per ottusità, ma anche per il forte attaccamento verso un genere. La mia era solo voglia di andare oltre il cliché che mi voleva batterista fuori di testa di un gruppo di party animal. Oggi, invece, quel senso di fratellanza non esiste più, quindi viene meno anche il discorso del tradimento. E poi, dopo la prima volta, hai meno riflettori puntati addossato».

È vero, e poi il mix di hip hop, rock e industrial di cui il disco è pieno sembra quasi perfetto per il periodo storico che ci troviamo a vivere. «Sì, ormai è tutto sdoganato. Oggi magari diranno che sono un paraculo». Gli confesso che, ai tempi, anche io non presi benissimo quella svolta. Su consiglio di Kurt Cobain, mi ero messo ad ascoltare prepotentemente i Mercyful Fate e quel disco mi lasciò esterrefatto. «Ah, che gruppo i Mercyful Fate. Ho sempre pensato che Vince (Neil, cantante dei Mötley Crüe, nda) sarebbe stato perfetto per cantare i falsetti di King Diamond».

In realtà, Andro è una vera bomba. In ogni traccia è impossibile non accorgersi dell’urgenza comunicativa di Tommy, capace di trascendere i generi senza sembrare mai autoindulgente. «A un certo punto della quarantena ho capito che la mia vita era sempre stata dettata da tempi e schemi quasi predefiniti. Credo sia capitato di pensarlo un po’ a tutti. Fermarmi, stare con la mia famiglia, non essere più condizionato da impegni che prima apparivano tutti improrogabili mi ha svegliato di colpo. Mi sono messo a studiare, a capire cosa avrei potuto fare per migliorarmi come uomo e come musicista. So di non esserci riuscito, ma ne è nato Andro».

A proposito di figli, Tommy fa caso improvvisamente all’unicorno gigante alle mie spalle, un resto del pomeriggio con mia figlia. «O hai un bimbo piccolo, oppure dei gusti davvero bizzarri, ma chi sono io per giudicarti?». Per cercare di riabilitare la mia figura, apro una birra e cerco di atteggiarmi a protagonista di Animal House, ma l’intervista ha preso ormai una piega surreale. Gli racconto di mia figlia, prendo l’unicorno e lo metto a sedere al mio fianco, stappando una birra anche per lui. Tommy non vuole essere da meno e mi racconta che l’arte di passare da un mood all’altro è la prova di quanto io sia capace di fare tanto il padre quanto il Lester Bengs de noantri. «Non bisogna piegarsi alla mediocrità. Negli anni ho capito che essere un buon padre non esclude che io sia anche una rockstar». E lo dice brindando all’unicorno.

Vorrei parlare con lui della figura di Trump, ma farlo con affianco un peluche gigante mi sembra svilente. «No no, lascialo lì. Stiamo parlando di un uomo con quei capelli, non esiste nulla di più ridicolo». Per un attimo si fa serio. «Non sono mai stato John Lennon, ma la questione è molto seria. Il fatto che fisicamente Trump sia una barzelletta spesso mette in secondo piano la sua pericolosità. Le scorse elezioni hanno minato fortemente il mio attaccamento verso questo Paese. Ho cominciato a guardare la gente in modo diverso. Se dovesse succedere ancora credo che potrei anche andarmene. Sono stato il primo a definirlo un coglione, ma dobbiamo cambiare prospettiva. Deriderlo ce lo rende meno pericoloso ed è un grosso errore».

Mai avrei pensato di parlare di politica con Tommy Lee e fino alla fine ho sperato davvero che volasse via facendo l’elicottero con l’uccello. Invece, ho passato 40 minuti con un musicista e un uomo capace di lasciarmi il ricordo che desideravo da anni. Una chiacchierata in cui passare senza soluzione di continuità dalle canzoni natalizie (ne ha composta una l’estate scorsa) a un commosso ricordo dell’amico Eddie Van Halen, passando per un tour guidato all’interno del suo studio personale. All’inizio dell’intervista gli avevo detto di aver parlato con lui nel backstage di un concerto, molti anni prima. Dovevo intervistare Vince Neil e mi ritrovai catapultato in una sorta di replica del Sunset Strip del 1985. «Ah sì mi ricordo di te», aveva detto. «Davvero?». «No, ti sto prendendo per il culo».

Al momento dei saluti, però, l’atmosfera è diversa: «Questa volta mi ricorderò davvero. Non mi era mai capitato di fare un’intervista con un unicorno gigante che mi fissava da uno sgabello».

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