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A spasso per Roma coi Nirvana

La promoter italiana racconta il concerto del 1991: le trattative, la telefonata fiume con Courtney Love, le pizze, i motorini, i trasferimenti. E il raffreddore di Kurt Cobain per il quale oggi verrebbe ammazzata

Foto: Frans Schellekens/Redferns

Tanto si è scritto – e praticamente ogni anno si ripete il rito, in occasione dei vari anniversari legati alla storia dei Nirvana – del debutto e dell’ultimo concerto della band di Kurt Cobain in Italia. Un po’ meno, invece, si è indagato sul tour italiano del novembre 1991. Nevermind era uscito da nemmeno otto settimane (il 24 settembre) e – trainato da Smells Like Teen Spirit – impazzava nelle classifiche mondiali, catapultando il trio di Seattle nella stratosfera della fama secondo il classico e letale schema del too much, too soon.

I Nirvana arrivarono in Italia per cinque date, che si ridussero a quattro per via di uno sciopero con serrata totale dei benzinai. Il programma originale prevedeva il 16 novembre Muggia (TS), il 17 il Bloom di Mezzago (MB), il 18 lo Studio 2 di Torino, il 19 Roma e il 20 Baricella (BO). I Nirvana peraltro erano davvero la next big thing e l’affluenza fu ben superiore a quella che gli organizzatori si attendevano quando, mesi prima, avevano chiuso le trattative per portarli a suonare.

Fu emblematica di questo grande salto la data romana, al Castello (in Via di Porta Castello 44, a un tiro di schioppo da San Pietro), ripresa dalle telecamere di VideoMusic e dai microfoni di Planet Rock (lo storico programma di Radio Rai). Per citare il giornalista musicale  Federico Guglielmi: «In quella brutta stanzona a uno sputo dal Vaticano era avvenuta qualcosa di speciale».

È proprio per cercare di fotografare quell’istante che ho raggiunto telefonicamente Daniela Giombini, ossia una delle persone che organizzarono il secondo tour italiano della band (ma anche il primo del 1989) e che con il gruppo ha avuto a che fare nei due giorni di novembre del 1991 che i Nirvana trascorsero a Roma, fra pizzerie, viaggi in bus, pistole ad acqua e personaggi bizzarri…

Daniela parte raccontandomi il quadro generale di quel momento, spiegandomi come arrivò a organizzare il concerto. «Allora lavoravo con Subway Productions: eravamo io e un socio, solo noi due… poi, chiaramente, in occasione di concerti più grossi, come ad esempio il secondo dei Nirvana a Roma, avevamo parecchio personale stipendiato a giornata. Riuscimmo a organizzare i Nirvana subito dopo l’uscita di Nevermind perché li avevamo già portati una prima volta in Italia nel 1989. Per finalizzare le date del 1991 ci furono parecchie beghe: un’agenzia italiana, che non era grossa – era più o meno come noi – ci fece un po’ la guerra rilanciando le offerte, come in un’asta. Alla fine noi ottenemmo tre date del tour italiano e l’altra agenzia le restanti due. Come Subway, abbiamo gestito direttamente la data di Roma, mentre gli altri concerti del tour sono stati poi venduti a promoter locali che si sono occupati di tutto il necessario».

Tutto questo – e l’improvvisa notorietà della band – fece ovviamente lievitare i costi dell’operazione, che finì per essere più legata all’amicizia con la band e alla passione per i Nirvana che non un business. «Pagammo tantissimo il tour. L’agenzia che gestiva i Nirvana era nuova, non era più la Paperclip olandese: era un’agenzia londinese. Anche il manager era cambiato – erano passati con John Silva – quindi era tutto diverso da prima… solo loro erano gli stessi. La prima volta il tour italiano non ci costò praticamente niente, perché i Nirvana non li conosceva nessuno. Li prendemmo quando avevano fatto solo un 45 giri, mentre i Tad avevano appena pubblicato un album. La seconda volta il tour costò davvero tanto. In più oltre al cachet garantito, il contratto prevedeva una percentuale sugli ingressi, che andava pagata al gruppo. Praticamente non ci abbiamo guadagnato nulla, eccetto che nella data romana che gestimmo noi in prima persona e che ci diedero a un prezzo leggermente inferiore, di favore. Le altre, per via di quel gioco al rialzo fra promoter, ci costarono un botto – e poi la capacità limitata dei locali non permetteva grossi margini. Al Bloom si parlava di 500 posti, al Castello di 600, stessa cosa al Kryptonight, con 600 posti circa. Il biglietto veniva venduto a 20 mila lire e per noi il margine di guadagno era quasi inesistente. A ogni modo i Nirvana stavano esplodendo e noi eravamo anche affezionati a loro, perché li avevamo visti nascere, crescere, li avevamo seguiti sempre e non ci andava di farci sfuggire quell’opportunità».

Intervenne anche l’annullamento di una delle cinque date, come si accennava, complice un’agitazione con serrata totale delle pompe di benzina. «Dopo la data al Bloom di Mezzago, il giorno dopo sarebbero dovuti andare a Torino. A loro non andava moltissimo fin dal principio ed essendoci questo sciopero nazionale in atto – non si trovava più benzina in giro – decisero di venire direttamente a Roma».

Daniela ebbe la fortuna di osservare molto da vicino la band già dalla data a Mezzago: «Li raggiunsi al Bloom il 17 novembre. Ricordo che nel pomeriggio avevano un sacco di interviste da fare con vari giornalisti italiani… c’erano un po’ tutti quelli delle testate maggiori. I ragazzi erano molto ben disposti nei confronti della stampa, anche se poi in privato magari si lamentavano un po’, perché si annoiavano, ma erano gentilissimi. Mai arroganti. All’epoca Kurt Cobain era davvero carino, sempre pacato e tranquillo, disponibile. Feci il viaggio per Roma con loro, nel tour bus, uno di quelli grandi, per l’epoca supertecnologico, bellissimo. Per la prima tournée mi ricordo che da Mezzago a Roma – al Piper – per muoversi avevano un van e io non avevo potuto viaggiare con loro perché erano in nove e c’erano i Tad che erano dei giganti, per altezza e peso. Non c’era spazio».

La pagina che pubblicizzava il tour italiano dei Nirvana

Durante il viaggio da Mezzago verso Roma ci fu il modo di osservare da vicino i ragazzi e il loro entourage. Kurt, Dave e Krist non erano cambiati, ma stavano iniziando in qualche modo a subire il contraccolpo dell’improvvisa celebrità. «Sul tour bus ero seduta proprio davanti a Kurt, che però stava un po’ sulle sue, stretto nel suo cappottino… ma non era per niente cambiato. Lui e gli altri erano solo un po’ frastornati per tutta quella fama improvvisa. Ricordo anche che Kurt mi disse: “Daniela, scusami, non è niente di personale, noi saremmo stati ben felici di fare tutte le date con te, ma è stato tutto un gioco a livello manageriale, noi siamo stati esclusi dalle decisioni”. Mi portò anche i saluti dei boss della Sub Pop, che avevo conosciuto al Piper. Al loro seguito, sul bus, c’era anche un giornalista inglese che aveva il compito di fare una specie di report del tour… però tutti non ne potevano più di lui, ne parlavano un po’ come dire “che palle questo!”. Poi c’era la moglie di Krist Novoselic, Susan, e anche il tour manager scozzese molto simpatico che aveva fatto comunella con Dave Grohl: scherzavano insieme tutto il tempo».

«Grohl era davvero un ragazzino allora: il più giovane della compagnia. Era sempre allegro, solare e disponibile, con un grande senso dell’amicizia. Al Kryptonight di Baricella conobbe tutti i ragazzi dell’Isola nel Cantiere con cui spesso organizzavo concerti: lui diede a tutti un pass per entrare e li accolse nei camerini, era molto amichevole ed entusiasta. Novoselic, invece, caratterialmente era più cupo, sempre un po’ incazzato – nel secondo tour, quando c’era anche la moglie, era un po’ meno arduo averci a che fare, ma era quello dei tre con cui più avevo difficoltà: non sapevo mai bene come prenderlo. Però era comunque una persona garbata».

La cancellazione del concerto allo Studio 2 di Torino diede un po’ di respiro alla band, che si trovò con un giorno a disposizione. «Partirono direttamente per Roma da Mezzago e fecero day off a Roma, il 18 novembre. Li avevo sistemati all’Hotel Adriatic (un quattro stelle ancora in attività in Via Giovanni Vitelleschi a 100 metri da dove era il Castello, nda). Ricordo che mi dissero che nel day off avevano fatto un giro lì intorno, in Piazza S. Pietro. Proprio davanti al Castello c’era un posto che affittava gli scooter a ore e mi pare di ricordare che abbiano preso un motorino per fare un giro. Qualcuno dice che si siano presi anche l’acqua andando in motorino, ma non ricordo se quel giorno abbia piovuto… probabile, perché era novembre… Comunque già nel 1989 avevano fatto un day off a Roma e avevano fatto un po’ i turisti, al Colosseo ad esempio».

Cobain, fra l’altro, in quel momento aveva iniziato la sua relazione con Courtney Love ed era presissimo. «Kurt se ne stava un po’ per i fatti suoi… era innamoratissimo, la sua storia con Courtney era esplosa. La mattina del 19 novembre mi telefonò dicendomi: “Daniela per favore vieni a parlare col receptionist al desk”. Il motivo era che gli chiedevano 120 mila lire per una telefonata notturna che aveva fatto alla Love, che si trovava in Svizzera (ride). Per l’epoca era una bella cifra, per una telefonata. Lui quei soldi non li aveva, perché la band aveva una specie di paghetta giornaliera, poca roba quindi, in pratica spiccioli. Mi ricordo che il tour manager ha dovuto cacciare fuori il denaro e non era troppo felice della cosa».

Nonostante l’esplosione a livello mondiale, i Nirvana erano rimasti dei ragazzi alla mano. E a questo proposito è indicativa la natura delle richieste nel rider, ossia ciò che per contratto la band chiedeva di trovare nei camerini. «Non erano affatto esigenti. Fra l’altro il rider era fatto d’ufficio almeno per metà dall’agenzia inglese, ma a loro bastava davvero solo un po’ di vino rosso. Ricordo che al Kryptonight fumarono qualche canna offerta, ma niente di che. Erano anche tutti e tre piuttosto inappetenti – sia col vecchio batterista che con Grohl… l’ultima cosa che avevano in mente era il cibo. Con una pizza erano a posto».

Una parte del rider dei Nirvana nel 1991. Niente M&Ms

A questo punto l’animo gossipparo prende il sopravvento e chiedo quali fossero le pizze preferite dei Nirvana. La risposta è la più semplice immaginabile: «Mangiavano pizza margherita. Sempre margherita (ride). Devo dire che qualche band americana ha anche chiesto la pizza col il latte o il cappuccino come bevanda di accompagnamento: loro almeno no, non l’hanno fatto».

E infatti la band la sera del concerto a Roma andò a cenare proprio in pizzeria: «A Borgo Pio sopra al Castello, che era un ex cinema porno, c’erano le mura su cui anticamente i papi passeggiavano. Di fronte al Castello c’era una pizzeria che ancora adesso esiste (la pizzeria Frascati, nda) e avevo prenotato lì la cena per i Nirvana – fu una delle mie più brillanti idee (ride). Un sacco di persone che erano in attesa davanti al locale, per il concerto, si accorsero che nella pizzeria c’era Kurt Cobain che mangiava, quindi in tantissimi entrarono per salutarlo e parlargli… diventò quasi impossibile cenare. Una cosa incredibile: loro stessi non se l’aspettavano, ma nemmeno noi. I Nirvana erano diventati all’improvviso delle star».

Come già accennato, la data al Castello attirò molti più fan di quanti si prevedesse: «Si presentarono circa 2000 persone – tante dal sud Italia – nonostante da un po’ di tempo tutte le radio ribadissero che il concerto era sold out e non c’erano più posti o biglietti. Niente: arrivò lo stesso una marea di persone. Rimasero quasi tutti fuori dal locale perché noi, memori della situazione drammatica di due giorni prima al Bloom, avevamo preso provvedimenti. Anche a Mezzago c’era tanta gente che è rimasta fuori e dovemmo mettere del personale a tenere le porte per evitare che la folla sfondasse, cercando di entrare lo stesso».

E poi iniziò il concerto, aperto dagli Urge Overkill (allora illustri sconosciuti, prima della fama derivata dalla cover di Girl You’ll Be a Woman Soon inclusa in Pulp Fiction). Daniela dell’esibizione dei Nirvana dice che «rispetto al 1989 erano migliorati tantissimo, fecero un bel concerto. E poi col batterista nuovo avevano un gran tiro. Non mi sono goduta bene tutto perché dovevo tenere d’occhio l’ingresso, per via delle percentuali sull’affluenza da pagare. Però ho un ottimo ricordo: erano diventati bravi a suonare, molto professionali anche, soprattutto rispetto alla prima volta in cui li trovai un po’ improvvisati».

Un’impressione positiva avallata anche da Federico Guglielmi che, nel numero di febbraio 1992 di Velvet, recensì così il concerto: «Al Castello di Roma il terzetto di Seattle ha comunque confermato le sue grandi qualità e soprattutto i suoi progressi rispetto al tour di un paio d’anni orsono […], offrendo un set tanto secco ed essenziale quanto pervaso di incontenibile energia; un set che il foltissimo pubblico ha apprezzato più di quanto sulla carta fosse lecito attendersi, sottolineando con ovazioni e danze sfrenate sia le nuove hit di Nevermind che quelle più stagionate di Bleach in un’atmosfera che, pur nelle ovvie differenze di suono, ricordava quella dell’infuocato ’77 londinese o californiano: il massimo, insomma, per riscaldare una fredda e piovosa serata novembrina».

La scheda tecnica del palco dei Nirvana

Il 20 novembre, la mattina, i Nirvana partirono per il Kryptonight di Baricella (BO). Daniela era ancora con loro sul bus e ricorda un aneddoto carino, che offre la misura di quanto quei tre ragazzi fossero decisamente ancora genuini: «Il giorno dopo il live a Roma, partimmo alla volta di Bologna. In viaggio, comprai in un autogrill una pistola giocattolo per mia nipote che aveva 5 anni. Anche i ragazzi dei Nirvana se le comprarono. A un certo punto sulla A1, all’altezza di Orvieto, trovammo un incidente che bloccava il traffico. Dopo un po’ che eravamo fermi, loro tirarono fuori le pistole. Scendemmo dal bus per vedere cosa era successo e Dave Grohl iniziò a fare una finta sparatoria col tour manager scozzese: si inseguivano fra le macchine ferme, saltando da un’auto all’altra e correndo. Ci unimmo al gioco anche io e Kurt Cobain e l’autista del tour bus, che era un uomo di mezza età, si irritò parecchio… ci richiamò all’ordine come ragazzini in gita scolastica».

E, nel caso qualcuno si domandasse perché Cobain nella data bolognese fosse raffreddato, ecco la spiegazione a quasi 30 anni di distanza: «In quei giorni, forse anche per lo stress, ero raffreddatissima. Giravo con un sacco di medicine contro il raffreddore e ricordo che lo attaccai a Kurt: il giorno del concerto al Kryptonite era raffreddato pure lui! Allora non ci facevamo caso: ora mi lapiderebbero».

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