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A Rozzangeles con Paky, la grande promessa del rap game

Nel nuovo 'Salvatore' rappa per dolore e per rabbia, rappa per i ragazzi di Rozzano che vogliono i soldi per mangiare, non per comprarsi le Balenciaga. «Qui siamo sempre in guerra»

Paky

Foto press

Per entrare nel mondo di Paky, nome d’arte di Vincenzo Mattera, bisogna vedere Rozzano, piccolo comune dell’hinterland milanese. O almeno questa è l’idea di discografici e uffici stampa che, per promuovere Salvatore, l’album d’esordio del giovane rapper, hanno organizzato un tour per giornalisti – embededd su un van nero dai vetri oscurati – nei luoghi simbolo di Rozzi (titolo della hit con cui Paky si è fatto conoscere nella scena) o Rozzangeles, soprannome anni ’90 riportato in auge dal romanziere local Jonathan Bazzi, che poi da lì se ne è andato nella gentrificatissima Ortica, tra i trap loft di via Tucidide e la balera radical.

Nel suo esordio Febbre Bazzi descrive così Rozzano: “Il Bronx del nord: il paese dei tossici, degli operai, degli spacciatori. I tamarri, i delinquenti, la gente seguita dagli assistenti sociali. È vero o è falso?”. Che sia il Bronx lo disse pure l’altra popstar di qui, Biagio Antonacci. Scoprirò alla fine del mio giro che il Biagio nazionale non è ben visto dai ragazzi del block, non per la musica lontana dai loro gusti, ma perché ha fatto il militare nei carabinieri. Lo sbirro, insomma.

L’esperienza immersiva non è nulla di che, giriamo per le vie dai nomi di fiori – Giacinti, Dalie, Lillà – all’ombra di palazzoni anni ’70 di scassato cemento verticale, e della Torre Telecom, 187 metri, stella polare povera di Milano Sud nella costellazione ricca del centro, tra la Torre di Isozaki a City Life e quella Unicredit a Porta Nuova. Il tour operator dimentica di mostrami altri due luoghi simbolo: il centro commerciale Fiordaliso, uno dei primi mall con tanto di Apple Store di Milano, e l’ospedale Humanitas, città stato della sanità che funziona, e funziona meglio se hai i soldi.

È primo pomeriggio, per strada c’è il sole, mamme col passeggino, un uomo che piscia il cane in ciabatte Jordan. Arriviamo al parchetto tra via delle Mimose e via dei Bucaneve, dove è stato girato Rozzi, e spuntano ragazzini ovunque, probabilmente le stesse comparse del videoclip, amici e cloni del rapper, con cui condividono la divisa di strada: piumino o giubbotto Blauer, tuta, sneakers di Foot Locker. Fanno piazza, che è un modo di dire, ma anche di stare al mondo, e la locandina dell’edicola all’angolo che pubblicizza uno speciale fotografico per il centenario di Pasolini appare ora come un meme ironico: ragazzi di vita che qui parlano il dialetto d’origine, molti il napoletano, come Paky che si è trasferito da Secondigliano a 10 anni e oggi è la grande promessa del rap game.

Nel suo esordio non solo ci sono i featuring che pesano – Marracash, Guè, Mahmood, Luché, Shiva e Geolier – ma c’è una scrittura tanto intimista quanta gangsta che mette a ritmo un mondo di sofferenza e rancore con la lucida follia dell’artista. Quel mondo che a Rozzi ha alzato una barricata per tenere lontano tutto, a iniziare da giornalisti (questa è una delle sue prime e rare interviste one-on-one) e social (“Un vero ghetto boy non sta su internet” rappa in Blauer), e che ha scelto di raccontarsi col rap, cercando di esorcizzare i traumi in nome di una salvezza mistica e materiale.

 

 
 
 
 
 
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Siamo seduti a un tavolino del bar della piazza, per lui è casa. I ragazzi intorno urlano «Paky!», alcuni sono bambini che lo idolatrano come un Cristiano Ronaldo, altri coetanei della sua crew di sempre, Glory, marchiata sul cemento con un graffito in via Lillà, tatuata sulle braccia o sul petto, codificata in uno slogan: “Gloria a noi figli di nessuno, che fin da piccoli sognavamo il successo contando solo sulle nostre forze”. Una famiglia allargata dove ci sia chiama zio o cugino. «Qui è una città dove si sogna poco» racconta Paky «e vedendo me che ce l’ho fatta, i ragazzi hanno capito che esiste qualcosa d’altro, che ce la si può fare. Allora cerco di prenderli sotto braccio, di portarmeli dietro, quello che non hanno fatto con me, provo a farlo io con gli altri». Un po’ fratello maggiore, un po’ sindaco dichiaratamente “a vita” del suo quartiere: «Non lascerei mai questo posto, neanche ora che la mia vita è un po’ cambiata. Ora che mi sto comprando casa, la prenderò qui, la più bella che c’è». Gli chiedo se non rischi di autoghettizzarsi, se non gli interessi di più parlare ai suoi che arrivare a tutti: «Voglio essere la loro voce, perché loro una voce non ce l’hanno. Quando mi dicono “tu sei noi” allora posso arrivare a tutti, non solo come Paky, ma insieme a loro».

Cosa li leghi è abbastanza chiaro dal disco, me lo lascio comunque rispiegare: «I ragazzi che stanno con me – alcuni fanno canzoni – passano attraverso sofferenze di vario tipo. Ognuno qui è mosso dal dolore, dalla rabbia. Nessuno fa musica per fare i soldi o per essere famoso, ci sono solo ragazzi affamati, che fanno la fame. Vogliono i soldi per comprarsi da mangiare, non per diventare star». E la sofferenza è ovunque, a iniziare dal nome, Pakartas da cui Paky, che in lituano significa impiccato: «L’ho cercato su Google. È legato a un lutto della famiglia di mio padre. Suo fratello si è impiccato e, dopo di lui, si è impiccato mio nonno. Se dovevo chiamarmi in qualche modo, doveva avere a che fare con questa cosa che mi ha segnato. Ho cercato sul Google Translate in che lingua suonasse meglio la parola “impiccato” ed era in lituano».

Se a questo aggiungiamo il racconto della traccia parlata Salvatore (riuscito esperimento di slam poetry nostrana) in cui parla della morte dello zio materno a cui era molto legato, e del senso di colpa che quella scomparsa gli ha lasciato, più alcune rime su un padre con molti problemi, abbiamo la foto del pozzo in cui galleggia la poetica di Paky: «La mia musica nasce da questo dolore e non potrebbe essere altrimenti. Ogni pezzo deve avere qualcosa che viene da dentro, dal profondo. Non riuscirei a fare un album dove parlo di sole e di felicità, io sono per il buio». Insomma non aspettiamoci che faccia il tormentone estivo, ma neanche una Fight the Power alla Public Enemy, lui è un dark e la sua incazzatura non sembra avere bersaglio: «Sono arrabbiato, forse il mio nemico principale sono io stesso. Però ce l’ho anche con lo Stato, le istituzioni, le guardie, ma non sto a dire Acab in ogni pezzo».

Ci tiene a precisare più volte che tutto quello che scrive è vero «perché io sono vero» e quindi non parlerebbe mai di swaggare con le Balenciaga in qualche villa di Ibiza: «Non si sentirebbero rappresentati, “non faccio rap materiale lo faccio per chi vende il materiale” è una delle mie rime». Rime che spesso sembrano uscite da un film: «Non guardo la televisione, vedo un sacco di film, tutti i cult, soprattutto Scorsese, ma non m’ispiro al cinema per scrivere. Il film lo vivo qui tutti i giorni. Mi nutro di esperienze: ora ad esempio stiamo parlando insieme e domani magari faccio un pezzo su di te».

Nulla nell’ascesa di Paky sembra pianificato, forse è questo il suo segreto: «Non è studiato il mio modo di rappare, ho iniziato a farlo che avevo 17/18 anni, non da piccolino. Prima mi interessava altro, e quando vedevo qualcuno fare rime o freestyle, lo prendevo in giro. Non era la mia roba, non era quello che avrei voluto fare da grande. Poi sono successe tante cose, ho sviluppato rabbia, voglia di rivalsa e mi sono messo al microfono, ho iniziato a registrare e quello è uscito». Senza consigli, senza maestri? «Non c’è nessuno che t’insegna a fare questo lavoro, non è che arrivano Marra o Guè e ti dicono come si fanno le rime. È una cosa che devi imparare da solo, ti devi mettere lì a scrivere sul telefono, e continuare». E così è stato: «Ho fatto il cameriere, il magazziniere, volantinaggio. Ho fatto il turistico fino alla terza superiore. Poi quando è uscito il video di Rozzi l’ho mollata: sono andato in bagno, mi sono scritto la giustifica per uscire e non sono più tornato».

Non si pente, ma aggiunge: «La scuola serve. Lo sento quando scrivo che avrei bisogno di un plus». Intanto nelle scuole di tutta Italia i fan, di ogni estrazione sociale, si fumano le sue storie di malavita made in Rozzano: «Ci sono molti che vorrebbero essere come noi, ma non lo sono, riconosco chi è di strada e chi non lo è». Da cosa lo riconosci? «Dagli occhi. I tuoi ad esempio sono occhi tranquilli, di uno che ha studiato, che sta bene con se stesso. Quando guardo gli occhi delle persone di qui vedo un’altra cosa».

E fa strano parlare di sguardi in questi giorni dove gli occhi che vediamo sono solo quelli bombardati della guerra in Ucraina: «A essere sinceri finché non ce l’abbiamo vicina, in casa, non è che intorno a me le persone si preoccupino. Certo sappiamo quello che succede, ma a pochi frega davvero qualcosa…». Però venendo qui ho visto delle bandiere della pace appese alle finestre, più di una. Sembra stupito: «Bandiere della pace dove? Qui a Rozzano?».

Sì. «Qui la pace non c’è. Siamo sempre in guerra».

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