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A lezione di pop da Jarvis Cocker

In occasione dell’uscita di ‘Beyond the Pale’, il cantante racconta come ha vissuto il lockdown, ricorda i Pulp e le serate nei club di Sheffield, spiega che «ballare è una forma di meditazione: provateci, non serve una app»

Jarvis Cocker

Foto: Daniel Cohen/Lumen Photo

Jarvis Cocker ha una delle carriere più strane, brillanti e affascinanti del rock, e non ha ancora finito. Negli anni ’90 ha conquistato le classifiche inglesi con i Pulp, diventando una specie di strano dio del sesso con hit come Common People e Disco 2000. Il suo nuovo e atteso album Beyond the Pale, in uscita il 17 luglio per Rough Trade, non è solo il primo disco in un decennio, è anche uno dei più brillanti di tutto il suo catalogo. Con la nuova band Jarv Is… esplora le sue ossessioni preferite – lussuria, rabbia, nevrosi, politica – accompagnato da grandi groove. È il ritorno di un vero genio del pop, il più grande autore britannico della sua generazione.

L’album doveva uscire a maggio, ma come tutti anche Jarvis è stato bloccato dalla pandemia. Il singolo House Music All Night Long è diventato un inno fin troppo attuale su chi si ritrova a ballare da solo in casa (“Maledetta claustrofobia!”, dice il testo). Il tour estivo è stato rimandato e Cocker ha quindi passato la quarantena in cerca di nuove avventure creative. Ha inventato una serie di dirette su Instagram chiamate Domestic Disco in cui mette dischi direttamente dal suo salotto. Ha scritto una guida alla creatività di prossima uscita, This Book Is a Song. Ha anche inaugurato una serie di storie della buonanotte, ogni domenica sera, in cui legge Brautigan, Jansson e Salinger con il suo tipico accento di Sheffield.

Jarvis ha parlato con Rolling Stone in febbraio e in maggio, quando il mondo era già sottosopra. Ha raccontato la sua vita in lockdown, come restare creativi, la sua ossessione per la musica pop, il passato nei night club, l’incontro con Billie Eilish, l’eredità dei Pulp. E perché ballare la disco è la sua forma preferita di meditazione.

Congratulazioni per il nuovo album. House Music All Night Long è diventata la canzone perfetta per la quarantena. 

Sì, è piuttosto strano. Abbiamo fatto un concerto per lanciare quel singolo, credo fosse il 2 marzo, poche settimane prima del lockdown. Quella sera erano arrivate le prime copie fisiche ed ero davvero eccitato. Poi, nel giro di un paio di settimane, quella canzone ha assunto tutt’altro significato. Emma, la nostra violinista, l’ha capito prima di tutti, alcuni suoi amici hanno preso il virus e si è dovuta isolare. Ha detto che quella canzone parlava esattamente della sua esperienza. Ma avrei preferito evitare la pandemia, anche se significava non avere la canzone giusta al momento giusto.

Sono cresciuto in un periodo in cui il pop era il passatempo nazionale, almeno nel Regno Unito. Quindi vedo il mondo attraverso la musica pop. Ogni volta che succede qualcosa penso alla canzone giusta da associare all’evento. Sarà capitato anche a te: conosci una canzone da anni, poi la ascolti in radio in un altro contesto e cambia significato. L’altro giorno passavano un pezzo di Martha and the Vandellas (canta “Nowhere to run, nowhere to hide!”, nda) e ho pensato: ok, l’hanno scritta a metà degli anni ’60 ma parla di quel che stiamo vivendo adesso.

L’album ha un’atmosfera da festival estivo, una cosa che desideriamo tutti di questi tempi… 

Ci ho pensato dall’inizio del lockdown. È così che abbiamo registrato l’album: in un campo, sul palco, in posti dove c’era il pubblico, e ora non sappiamo se ci sarà permesso ripetere l’esperienza. È grandioso aver catturato parte di quell’energia, sono contento di averne approfittato finché è stato possibile. Ci vorrà un po’ prima che possa farlo qualcun altro.

Come sono nate le serate Domestic Disco?

Mi stavo preparando per il tour, ma con il lockdown sapevo che avrei dovuto aspettare per un po’. La cosa più importante dei concerti è il contatto diretto con il pubblico: è stato frustrante non poterlo vivere, e chissà quando sarà di nuovo possibile. Quelle dirette erano un modo per avere un feedback in tempo reale. La canzone, House Music All Night Long, parla di un tizio che non riesce a stare solo nel suo appartamento, quindi l’idea nasce da lì. La mia ragazza mi aiuta a organizzare le dirette, quindi è anche una forma di terapia di coppia.

Posso sempre mettere i dischi che mi piacciono, perdermici dentro, ma quando c’è gente ad ascoltare si crea un loop di feedback. Cambia tutto, è diverso da passare la serata in salotto a mettere dischi da solo. Ballare può farti fuggire un po’ dalla realtà. Una volta superata la prima fase, non pensi più granché.

Nella tua musica la pista da ballo è sempre stata fonte di ispirazione e ansia… 

Gran parte della mia educazione arriva dai nightclub. Ho iniziato ad andarci poco dopo aver lasciato la scuola. Mia sorella, che è due anni più giovane, ha iniziato ben prima di diventare maggiorenne. Pensavo che fossi uno sfigato a non farlo anche io. All’epoca a Sheffield c’era solo un locale alternativo, il Limit, uno scantinato con dei bagni terribili. Ma era anche l’unico posto che suonava musica indie. Sheffield è una grande città, credo la sesta per dimensione nel Regno Unito, ma è provinciale. Insomma, tutte le sottoculture avevano i loro 20 minuti sulla pista da ballo. Sentivi 20 minuti di goth, 20 minuti di psychobilly e poi 20 minuti di indie. Per cinque anni andavo lì due volte a settimana, senza mancare un appuntamento. La playlist era molto variegata, si passava da Bela Lugosi’s Dead a mezzanotte – una scelta molto creativa – a Planet Claire dei B-52’s, uno dei primi pezzi che faceva muovere la gente. Non ho mai comprato Bela Lugosi’s Dead, ma la conosco a memoria perché l’ho ballata tante volte.

Ho scoperto la musica da bambino, ascoltando una radio a transistor. Ma andare nei club mi ha aperto un mondo. Significa avere un rapporto diverso con la musica. Ascoltando la radio succede tutto nella tua testa. Nei club, invece, reagisci in un luogo pubblico, sei parte di qualcosa. È per questo che continuo a tornarci, perché è così che sono cresciuto.

Per come le descrivi tu, i club sono posti in cui entrano in gioco tutte le emozioni umane.
È così, sì. Sono diventato un po’ sordo perché quando cerchi di fare conversazione nei club, la gente ti urla addosso. In un orecchio facevi discussioni che ti sembravano profonde, e nell’altro c’era Human Fly dei Cramps a un volume assurdo.

Quando ho lasciato Sheffield e le cose non andavano bene con la band, mi sono trasferito a Londra pensando che l’era dei night club fosse finita e che fosse arrivato il momento di trovare un lavoro serio. Ovviamente, quando sono arrivato stava nascendo la scena acid house. Volevo saperne di più. Sognavo una club experience come quella, ma non credevo che potesse capitare ancora, che la musica potesse trasportarti in un luogo diverso. Quella scena mi ha fatto andare nei club per tutti i miei trent’anni. Mi è rimasta dentro, e sicuramente viene fuori anche nel disco.

Foto: Daniel Cohen/Lumen Photo

Qualche anno fa, quando è uscito il documentario sui Pulp, hai detto che la musica di Sheffield è diversa perché la gente diventa sorda con le acciaierie.
È vero. Tutti i cinema di Sheffield mettono i film a volume più alto del solito perché sono tutti sordi. Ma grazie all’industria pesante la gente sentiva frequenze che di solito non si notano. Se vivi in campagna non sei abituato a sentire bassi profondi. All’epoca in cui andavo in quei club di bassa qualità, vivevo in un edificio che una volta era una fabbrica. Nella zona ce n’erano diverse ancora attive, e il mio palazzo tremava per tutto il rumore. È naturale che quei suoni siano entrati nella mia musica.

In tutti i tuoi dischi, anche nei più sperimentali, non manca mai una certa sensibilità pop. Che significa per te la musica pop? 

È strano, ma ho sempre pensato che il pop fosse l’unica vera musica. È stata la mia prima influenza. Quando ho registrato Further Complications con Steve Albini, a Chicago, mi ha chiesto quale fosse la musica che mi piaceva di più. Ho detto che era il pop. Mi ha risposto: “Ma che diavolo dici?”. Ovviamente ho capito che era la cosa sbagliata da dire, perché per lui il pop rappresenta un sistema capitalista ingiusto che toglie verità a ogni espressione artistica. E capisco il suo punto di vista – è un’industria, un business – ma quella è la prima musica che ha avuto un effetto su di me. Quando ho formato il mio primo gruppo, eravamo sempre alla ricerca di una hit.

Il termine pop è molto ampio. Ho scritto un saggio che ne parla, si intitola Good Pop, Bad Pop. Le classifiche dei singoli erano un luogo democratico: il pubblico se ne preoccupava davvero. Strani pezzi fuori dagli schemi diventavano improvvisamentre hit. Laurie Anderson arrivava al secondo posto con O Superman. Dava speranza, perché gente con un background diverso riusciva a connettersi con una canzone così strana. Soprattutto adesso che è tutto così polarizzato, mi piace l’idea di avere qualcosa su cui sono tutti d’accordo. La disco music è un buon esempio. È l’effetto ricevimento di nozze: bambini, vecchi e adulti ballano Night Fever dei Bee Gees o Dancing Queen degli Abba. Facendo così capiscono quante cose hanno in comune.

Al concerto reunion dei Pulp a New York, una coppia accanto a me si baciava e cantava Something Changed. È stato sorprendente, perché è un pezzo davvero oscuro.
Quel pezzo dei Pulp salta fuori continuamente. Un sacco di gente mi ferma e mi dice che l’ha messo al suo matrimonio. Qualcuno l’ha persino messo andando all’altare! La nostra prima hit nel Regno Unito è stata Common People, e subito dopo c’era pressione per fare un altro pezzo simile. Ma se fai così perdi sempre qualcosa: tutti sanno che le grandi idee vengono fuori dal nulla. E questo è l’aspetto frustrante di chi vive di musica. Dall’altra parte, però, se sei onesto è quello che ti fa andare avanti. Perché non sai mai cosa ci sarà dietro l’angolo, c’è sempre la possibilità che possa succedere qualcosa di magico. A volte pensi: «Dio mio, sbrigati! Ho bisogno della magia, ne ho bisogno adesso!». Ma è imprevedibile. Ricreare le cose seguendo una formula non ha mai funzionato. Devi scegliere una direzione, e se succede qualcosa di interessante, presta attenzione e traine il meglio che puoi. Non c’è altro da fare.

Ascolti le popstar delle nuove generazioni?
L’unica popstar moderna con cui ho avuto a che fare di recente è Billie Eilish. Suonavamo allo stesso festival irlandese, l’Electric Picnic, e poco prima del suo concerto ho sentito un suono ad altissima frequenza. Pensavo avesse una sorta di musica introduttiva. Poi ha iniziato a cantare, e mi sembrava che si fossero dimenticati di toglierla. In realtà erano le urla delle ragazzine adolescenti. Hai presente il suono di The Beatles at the Hollywood Bowl? Non l’avevo mai sentito davvero. L’ho sentito nei documentari, ma non sono mai stato in un pubblico così. Era impressionante. Le sue canzoni non hanno strutture convenzionali, mi sembrano interessanti.

Non mi piace il pop furbo e troppo coreografato, quando lo ascolti sembra che contino i passi di danza. È una noia. Mi piace avere l’impressione che chi canta sia trasportato da quello che fa.

Hai sviluppato le tue nuove canzoni suonando dal vivo. Com’è nata l’idea? 

Mi avevano chiesto di suonare un concerto in Islanda e stavo per rifiutare perché non avevo più una band. Allora ho deciso di metterne insieme un’altra velocemente, e ho capito che lo dovevo fare fin dall’inizio, perché è così che si finiscono le canzoni: hai un’idea, la porti alla band e loro aggiungono il loro tocco. Non so come avessi fatto a dimenticarlo. È strano, perché l’ho fatto per tutta la vita. Ma l’aspetto più eccitante era suonare tutto dal vivo e finire i pezzi davanti al pubblico.

Sul palco sei sempre stato un frontman spudorato…
All’inizio salire sul palco non era facile, ero un ragazzo piuttosto timido. Durante i primi concerti non mi muovevo granché. Me ne sono accorto durante una serata in cui si è rotta la chitarra. Ho avuto uno scatto d’ira, una cosa imbarazzante, ma la gente applaudiva. Allora ho capito: «Giusto, stare sul palco non significa suonare le note giuste nell’ordine giusto. Significa esibirsi».

Quando le cose vanno bene, sul palco senti che la musica ti passa dentro e puoi esprimerti davvero. È come nei nightclub di Sheffield. È un’occasione per spegnere la mente. La gente chiamava la disco “mindless boogie” (boogie senza cervello, ndt). Non mi è mai sembrato un insulto, perché è come la meditazione. Sono tutti ossessionati con le app di meditazione, ma io vi consiglio di ballare per due ore. Proverete la stessa sensazione di svuotamento dei pensieri, vi concentrerete sul ritmo e tutto il resto. Ha gli stessi benefici, in più è anche un buon esercizio. Non serve nessuna app.

Fai la stessa cosa con Domestic Disco. È bello vedere come gli artisti si siano adattati creativamente a una nuova realtà.

Sì, è per questo che l’ho fatto. Se vivi in un mondo in cui le informazioni arrivano da tutte le parti, la musica può aiutare. Se leggi notizie tutto il tempo finirai per avere un esaurimento nervoso. Insomma, perdersi nella musica è importante. Farlo significa riscoprirne le radici, capire perché è stata inventata: per trasportarci altrove, così da tornare nel mondo come nuovi.

Dall’altra parte ci sono le Bedtime Stories, che faccio ogni domenica alle 9 di sera. Quando è iniziato il lockdown facevo fatica a dormire, e ho sempre pensato che ascoltare una storia potesse aiutarmi. Da ragazzino mi piaceva Ray Bradbury, e ho trovato una sua raccolta che non leggevo da secoli. C’è un racconto, La centrale, che parla di una coppia che attraversa il deserto. A un certo punto il meteo peggiora e devono cercare un rifugio. Si ritrovano in una centrale elettrica e decidono di passare lì la notte. Mi fermo qui, non voglio spoilerare nulla a chi volesse leggerlo. Ma è una riflessione sulla natura dell’elettricità e su come ci collega tutti, e mi sembrava appropriata per l’epoca che stiamo vivendo, in cui siamo tutti dipendenti dalla comunicazione. Se non ci fosse Zoom, riusciremmo a comunicare, a tenere i piedi i nostri legami familiari?

È strano, ma è proprio restando separati che la gente ha trovato modi creativi per comunicare e aiutarsi a vicenda. Siamo frustrati per il modo in cui il governo ha gestito la pandemia – soprattutto in America, dove c’è un leader assolutamente delirante. Ma quando il mondo si è fermato, tutti hanno dovuto pensare a cosa fosse davvero necessario. E alla fine l’unica cosa a cui nessuno può rinunciare sono le altre persone.

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