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A.CHAL: «Non chiamateci latini, non ci sono più barriere»

Non ci sono limiti tra la musica latina, l’urban o altro. Un po’ di riflessioni su reggaeton e dintorni con il cantante peruviano (ma cresciuto negli Stati Uniti)
A.CHAL è nato in Perù, ma si è trasferito negli Stati Uniti a 4 anni.

A.CHAL è nato in Perù, ma si è trasferito negli Stati Uniti a 4 anni.

Prima di iniziare l’intervista con A.CHAL passiamo 10 minuti buoni a parlare di sneakers. È la fashion week e, modestamente, sfoggio un discreto paio di Air Max. A.CHAL si chiama Alejandro, è peruviano ma cresciuto negli Stati Uniti (mi stringe la mano dicendo “encantado”, comunque) ed è presente in tutte le playlist “Hot” di ogni piattaforma di streaming con il suo nuovo EXOTIGAZ, l’ultimo Ep pubblicato a dicembre. È stato un disco che ha stupito tutti come forma e tempistiche, visto che le ultime produzioni di A.CHAL risalivano all’anno precedente.

Da qui partiamo per andare a parlare di musica latina – a patto di non chiamarla così –, difficoltà, immigrazioni e Rosalía.

Sei stato un anno senza musica, e poi hai pubblicato un Ep… Come l’hai passato?
È stato un anno molto difficile come artista, se non pubblichi nulla sembra molto strano. Ti senti depresso, in qualche modo, ma avevo da gestire molte cose personali. Il 2018 mi ha fatto crescere mentalmente… Mi sento più responsabile, per il mio team, per le persone che lavorano con me.

Perché hai scelto di pubblicare un Ep direttamente, al posto di far uscire dei singoli?
Non sapevo quale scegliere! Ho buttato tutto fuori e ho lasciato che la gente decidesse da sola: adesso 000000 sta funzionando molto bene. Ho anche deciso di introdurre dei suoni diversi, più vicino a quello latino.

Sei cresciuto tra Boston e New York, ma quanto contano le tue origini nella tua musica?
Ho sempre mescolato le varie influenze, ma non l’ho studiato a tavolino, non mi piace sfruttare le mode o essere popolare per forza. Sono un misto di cose diverse e credo che ci sia bisogno di accettarle tutte, di avere la libertà di non avere limiti. Non mi piacciono le definizioni, latin, american, urban… Non vogliono dire nulla. È un modo di ghettizzarti, ma capisco chi lo usa, serve per definire le cose.

Com’è stato crescere negli Stati Uniti?
Difficile, essere peruviano non ti aiuta. E anche se conosci altri ragazzi sudamericani, non sempre vogliono stare con te.

Mi interessa quello che dici sui confini e sui limiti. C’è un po’ di pregiudizio nei confronti della musica latina…
Io sono un grande fan di Ozuna, Bad Bunny… mi piace come scrivono le loro canzoni, ma sono un fan della vecchia scuola. Conosci Hector Lavoe? È un portoricano, è come Sinatra per me… Canta canzoni incredibili che parlano di come si cresce nelle case popolari, di come si vive nel carcere, delle delusioni d’amore. Ma da come le canta pensi che siano testi di felicità.

Come l’hai conosciuto? Si vede che ti affascina questo aspetto…
Mio padre mi ha fatto crescere in un modo consapevole di quello che succede attorno alla musica latina. Spesso il pubblico percepisce solo un lato, quello sensuale. Se pensi a Ricky Martin, J.Lo, ma anche Maluma… C’è un sacco di sesso nella comunicazione. L’immagine che dai al mondo è quella. O il sesso o i narcos. Ma i latini sono anche quelli che fanno i lavori più umili, quelli che si sporcano le mani, vai a vedere a New York chi lava i piatti… La mia cultura è quella indigena, è legata alla terra, all’ambiente. Dovremmo imparare a comunicare anche in un altro modo.

So che sei fan di Rosalía.
La amo. Oggi mi è arrivato un suo direct su Instagram, non sapevo neanche mi seguisse. Le ho scritto che la reputo una vera artista. È vero! Ci sono un sacco di persone che possono avere le migliori hit, che possono essere al numero uno di tutte le classifiche, ma non sperimentano, non si prendono rischi. Prendi Drake, o Post Malone, mi piacciono un sacco, ma non sperimentano più! Bisognerebbe spingere sempre, cercare di contaminarsi, di inventare strade nuove…

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