Rolling Stone Italia

A casa di Flavio Giurato per ascoltare l’album in inglese ‘Recent Happenings’

Siamo andati a trovare il cantautore per parlare della sua storia. Ha preferito suonarci in anteprima le canzoni del «disco che inseguo da una vita». C'entrano il baseball, Lady D, Alamo e la pena di morte

Foto: Giuseppe Palmisano

Musicista di culto? Basta definirlo così, visto che «non sono un museo vivente». Cantautore? No, un «artigiano romano». Affascinato dalla forma del trittico alla Puccini (dal nonno librettista Giovacchino Forzano) o alla Nick Drake? Sì, ma non più solo in musica. Il caffè con la moka? Non lo sa fare ma, con un po’ di collaborazione – e le indicazioni urlate dalla compagna nell’altra stanza – riuscirà in qualche modo a offrirmene uno niente male, mettendomi in guardia: «Ora la responsabilità è anche tua».

Mi trovo nella casa-studio di Flavio Giurato, quartiere Monte Sacro a Roma, sulla riva destra del fiume Aniene nell’ultimo tratto in cui confluisce nel Tevere. È qui che sono nati tutti i suoi album, dall’ardito Per futili motivi (1978), dove ancora impastava italiano e romanesco, al folgorante Il tuffatore (1982) acclamato dalla critica e considerato il suo capolavoro (e fra i 100 dischi italiani più belli nella classifica di Rolling Stone Italia, posizione 84), fino a Marco Polo (1984), affascinante quanto complesso, che però gli chiuse in faccia le porte delle major. Poi altri come Il manuale del cantautore, ben 23 anni dopo, e i più recenti La scomparsa di Majorana (2015) e Le promesse del mondo (2017) sempre con i suoi tempi, rigorosamente lunghissimi: «Ci ho messo vent’anni a capire il digitale». Spotify? «Non mi interessa».

Pochi i dischi, rari i concerti, ancora più sporadiche le interviste. Infatti quella che leggerete è uno strano ibrido che, per volere del protagonista, si è mischiata con una jam session di anteprima del prossimo album che sarà tutto in lingua inglese. Data di uscita? A breve, ci assicura. Staremo a vedere. Intanto conferma che si intitolerà Recent Happenings e, in esclusiva, oltre a suonarci dal vivo tutti e dieci i brani, ci ha permesso di pubblicare di seguito gli incipit di ognuno. Nel mezzo, tra pause in terrazza e chiacchierate nel suo studio minimal, ci ha rivelato tanto altro: gli allenamenti mattutini per “accordarsi” con una tecnica inventata da lui stesso; la musica ascoltata soltanto in radio dove, soprattutto in quella attuale, «manca chi mi racconti perché Marinella è finita nel fiume»; la politica che «non mi tocca», ma su Giorgia Meloni si sbilancia a dire «era ora che qualcuno fosse eletto dal popolo» (anche se preferiva Mario Draghi); e l’inaspettata passione per Sanremo, di cui non ha mai perso una edizione, e che oggi non rifiuterebbe se glielo proponessero, ma a una condizione: «Con Lucio Corsi, per cui provo massimo affetto e stima».

Flavio, grazie per il caffè, ma se hai delle difficoltà non fa niente…
So fare tutto, ma non lo faccio mai. È questo il problema. L’acqua deve arrivare alla valvola, no?

In teoria sì. Aspetta che ti do una mano.
Bene, così adesso la responsabilità del risultato finale è anche tua.

La sua compagna nell’altra stanza, intuendo la difficoltà nella preparazione, lo ammonisce: «Flavio, non ricordi che l’abbiamo fatto insieme?». E lui: «Certo, ma lo zucchero dov’è?». E lei, spazientita: «Sul tavolo, come sempre, non lo vedi?». Ma non sembra convinta: «Non è capace di fare il caffè, per lui è un tabù». Giurato non risponde alla provocazione e, dopo l’acqua, aggiunto il caffè al filtro e avvitato le due parti della moka, mi bisbiglia: «Sul fornello la fiamma deve stare dentro la base, giusto?». Eh sì, lo rassicuro, per la sua felicità: «Ce l’abbiamo fatta!».

Flavio, intanto che attendiamo il risultato di questo gioco di squadra, volevo chiederti a cosa pensi quando ti definiscono autore di culto.
Che non sono un museo vivente di me stesso. Fortunatamente sono ancora in circolazione. Infatti non farei una intervista basata sul passato, sul presunto autore di culto o menate simili. Adesso penso al presente e al futuro, per me è un momento molto importante. Ho un disco pronto e che uscirà a breve, poi ti suonerò canzone per canzone così potrai capire di cosa si tratta. Non è meglio delle solite interviste?

Decisamente.
Prima di iniziare andiamo a fumare sul terrazzo. Io fumo il tabacco Pueblo, quello giallo. Ho passato una vita con le Chesterfield blu, poi ho provato tutti i tabacchi e mi sono fermato a questo.

Come mai?
Una notte che avevo finito il tabacco, ho fatto un giro a piedi a cercare un bar aperto, che non ho trovato, finché non ho visto la luce della macchinetta e con un po’ di timore ho preso il Pueblo. Grazie a quel momento, offertomi dal caso, mi trovo molto bene e non ho più cambiato.

Ci spostiamo sul terrazzo e per salire è necessario percorrere una ripidissima scala a chiocciola. «Per salire e per scendere usa prima il piede sinistro», mi consiglia. Quando siamo in cima, si appoggia alla ringhiera e osserva con trasporto la capitale coperta da un suggestivo cielo azzurro.

Cosa rappresenta per te Roma?
È imprescindibile. È qualcosa che porto accanto tutti i giorni. Ancora più di Roma, questo quartiere che risponde al concetto di barrio. Difficilmente esco da qui. In più sul terrazzo io mi alleno. Faccio degli esercizi ispirati agli animali.

In che senso?
Sono una serie di movimenti ispirati al mondo animale, in generale sono comuni nelle arti marziali. L’unicità di quello che faccio io è una sequenza che ricalca l’evoluzione, cioè dagli organismi monocellulari fino ad arrivare all’uomo.

Come si chiama questa tecnica?
L’ho inventata io, non ha un nome. Non c’è niente di simile in giro. Anzi, vorrei scriverci un libro. Per me è come una forma di accordatura. Una sorta di quis custodiet ipsos custodes (chi sorveglierà i sorveglianti)? Quando ti svegli, accordi la chitarra, ma chi accorda te?

Questo magari lo approfondiamo nella prossima intervista, ti va se facciamo un passo indietro?
Ti avviso che sono saturato dalle interviste sul passato, che riguardano una musica onorevole, figuriamoci, ma visto che sono ancora operativo e compongo, sarei più interessato se vertesse su ciò che ho di nuovo. Quindi preferirei parlassimo di quello e non, come sempre, che ho incontrato Ringo Starr e la sua bella moglie o che ho collaborato con Ray Cooper, con Toto Torquati o Piero Tievoli, ma su che minchia sto facendo adesso. Mi sembra più interessante, no?

Niente nostalgia, però siamo a casa tua, poi andremo nel tuo studio dove hai composto tutte le tue opere, continui a sentirti un artigiano romano di bottega, come ti sei definito?
Sempre, anche se l’unica differenza con l’artigiano romano è che lui ha la radio accesa. Io invece non posso. Sto finendo di preparare il mio settimo lavoro, dopo tre vinili, tre CD e poi il settimo poteva sembrare un libricino atipico uscito qualche tempo fa, ma in realtà non sono uno scrittore…

E quindi…
Sono un cantautore, quindi di quel libro bisogna considerare i testi del mio settimo lavoro musicale. Sarà una sorta di nuovo Marco Polo. Così come il disco Marco Polo sancì il mio distacco dalle major, questo nuovo album mi vede impegnato sul terreno della piccolo imprenditoria con l’etichetta Entry Edizioni Musicali. Sommersa da pandemia e guerre, è arrivata quasi alla chiusura. Non c’erano più le ragioni commerciali di tenere in vita una partita Iva. Ma… c’è un ma…

Me lo vuoi spiegare?
Ecco, prima di crepare deve pubblicare il lavoro per cui è stata creata. Anche perché questo disco in inglese ce l’ho in testa da prima di cominciare Per futili motivi, addirittura da quando suonavo da street singer o da busker nella metropolitana e nei parchi londinesi. Ma ora scendiamo che te lo faccio ascoltare.

Foto: Giuseppe Palmisano

Discesa la ripidissima scala a chiocciola, arriviamo finalmente nel suo studio dove sono presenti soltanto un pianoforte, alcune chitarre e un tavolone in legno che sostiene un computer di ultima generazione. Nient’altro. È questo minimalismo dona all’ambiente una strana aura di sacralità.

Perché proprio un disco in inglese?
Lo inseguo da tutta la vita, che si è svolta in questa precisa stanza dove ci troviamo. “On the same premises” dal 1978. L’album si chiamerà Recent Happenings, gli ultimi accadimenti, e sarà composto da dieci canzoni. Ho ancora bisogno di una forma, per cui, come nell’analogico, ragiono con un lato A e un lato B. Ci sarà un pezzo che comincia e un altro che chiude, in entrambe le due parti. Stavolta, però, senza la preoccupazione di mettere troppe basse vicino al centro del disco, che occupavano molto spazio. Ormai con il digitale puoi fare quello che ti pare.

È un po’ di tempo che il digitale viene utilizzato nella discografia…
Io ci ho messo vent’anni a capire questa nuova forma di libertà assoluta. Infatti i pezzi viaggiano spesso sul quarto d’ora di durata. Ma a una certa forma rimango affezionato, per cui il primo brano è in minore, il secondo in maggiore, il terzo in minore, il quarto in maggiore e l’ultimo del lato A in minore. Ma “girando” il disco si invertono: il primo in maggiore, il secondo in minore e così via… Con l’ultima, che è la title track, naturalmente in maggiore.

Una certa forma che non vuoi abbandonare è più una sicurezza o una nostalgia?
Semplicemente mi aiuta a lavorare. Non deve esserci un approccio religioso, superstizioso o cabalistico, ma la forma è importante. Adesso comincio con il primo pezzo, che si intitola Guts for Sale, che sarebbero le interiora, ma viene inteso come “fegato”, cioè avere coraggio. Racconta del mio periodo busker a Londra.

“Sex life is private / that is something I demand / Sex life is intimate / that is something I deserve / And if is different / sometimes is what I am / Guts for sale” (La vita sessuale è privata / e questo è qualcosa che pretendo / La vita sessuale è intima / e questo è qualcosa che mi merito / E se è diverso / qualche volta è quello che io sono / Le viscere in vendita).

Sembra un film, con questo incedere costante della melodia a sostenere le immagini create dalle frasi che canti. A tratti mi ha ricordato certe atmosfere di Boris Vian.
Può essere, anche se io sono rimasto più stregato da Jacques Brel.

Scusa, ma con questo disco uscirai dal numero tre, che era quello di Nick Drake?
Come album musicali sì, ma anche prima non c’era superstizione. Questo è comunque uno di tre lavori complessivi. Un disco musicale, un progetto teatrale e uno cinematografico, per cui il tre torna anche stavolta. Adesso passiamo a un’ambientazione più americana. Il secondo pezzo si intitola Pierre Fertine.
Nasce dalla stortura linguistica di pronuncia di Alessio, che è il leggendario tenutario del chiosco di granite a Forio di Ischia. Aveva vissuto l’esperienza dell’emigrazione in America. Mi disse di sentirsi arrivato quando vide il “pier thirteen”, il famoso molo numero 13 a Ellis Island ritratto anche nel film di Elia Kazan. Parto col pezzo!

“Your parents are dead/  there is no witness they / put them away like / nobody’s business / Your parents are dead it’s / time for sadness they are / on the ship that sails the / darkness” (I vostri genitori sono morti/ non c’è un testimone / li hanno messi via / come se niente fosse / I vostri genitori sono morti è il / momento della tristezza / Sono sul vascello / che naviga la tenebra).

Mentre suonavi pensavo che se ci hai messo 20 anni a capire la musica in digitale, quanto ti ci vorrà a portare questi brani su Spotify?
Non mi interessano quelle piattaforme, non ci posso mettere altri 20 anni per imparare a usarle. Non ho tempo per Spotify o TikTok.

Di solito che musica ascolti?
Soltanto la radio.

C’è qualche artista che ti ha colpito più di altri negli ultimi tempi?
A me piace molto Lucio Corsi, vorrei lavorarci insieme.

Che radio ascolti?
Radio 1 e Radio 3, che mettono anche i miei pezzi. Una volta hanno mandato tutta l’introduzione di Majorana, che sono più di due minuti.

La scomparsa di Majorana trattava il tema delle credenze scientifiche che, con il passare del tempo, vengono poi smentite. Era il 2015. Dopo la pandemia, hai trovato nuove credenze che un giorno verranno spazzate via da altre scoperte?
Stando qui mi è rimbalzato tutto. Mi sono accorto della pandemia solo a causa della sciatica, perché dopo dieci iniezioni non mi è passata e ho dovuto fare una tac. All’ospedale ho beccato il Covid. Ero asintomatico e con l’Ibuprofene si è sfiammato quello che per me è stato un raffreddore. Ora ripartiamo con l’album. Ma scusa, non è meglio una intervista così?

Ho una alternativa?
No, perché anch’io la mattina non faccio altro che questo. E sono abbastanza soddisfatto, devo solo lavorare ancora un po’ sulla pronuncia.

Il terzo pezzo si intitola Homeless.
Non ha bisogno di traduzione, no? È dedicato proprio a loro. In inglese è molto importante, oltre alla rima, anche l’assonanza all’interno del verso stesso. Senti qui.

“In case of social amnesia / there’s no much to guess / we’re first responders / committed and trained at our best” (In caso di amnesia sociale / c’è poco da pensare / noi siamo i primi soccorritori / i più dedicati e i meglio addestrati).

Ascolta, ma tu scrivi per un pubblico, per te o per lasciare qualcosa?
Lasciare qualcosa, sicuramente, mi farebbe piacere.

E il mercato non è mai stato una priorità?
Ma sai, con i testi in italiano non è che potessi contare su quel gran mercato. Con i testi in inglese, invece, potrei ipoteticamente andare a suonare in tutto il mondo, soprattutto dove possono capirmi. Anche se nell’ultimo pezzo ci sono termini che neanche gli inglesi non capiscono…

Allora lo fai apposta a voler risultare di difficile comprensione.
Stavolta devo provarci ad andare all’estero. Qui non solo non si vendono più i dischi, almeno io, ma non si suona neanche più dal vivo un certo tipo di musica. Ho fatto qualche concerto a Milano, Torino, Bologna e Firenze e sopratutto l’ultimo è stato bello perché non volevano farmi andare via. Come paese in cui emigrare per questo disco pensavo all’Irlanda. Ma non vuoi sentire la prossima?

Certo, la quarta si intitola The Accident.
È sulla tragica fine di Lady Diana Spencer. Un pezzo che sposa una tesi complottista. Io sinceramente non sono convinto al 100% che sia vera, le cose possono essere andate come vengono raccontate ufficialmente ma sai, per il lavoro che faccio, ovviamente dell’incidente mi dispiace, solo che il complotto è molto più affascinante. Comincia con le campane di Westmister, prima all’esterno e poi all’interno dell’abbazia.

“It is totally unacceptable It / is not fair but practical / For your eyes only Sir / It is totally unacceptable / It is not nice only technical / Let’s get rid of her” (È totalmente inaccettabile / Non è corretto ma pratico / Questa comunicazione è segreta signore / È totalmente inaccettabile / Non è carino è soltanto tecnico / Sbarazziamoci di lei).

Chiudiamo il lato A del disco con Candles in the Desert. Di cosa parla?
Il pezzo l’avevo realizzato in una casa che si trova perfettamente nel centro geografico di Roma, che è in via di San Sebastianello, collega piazza di Spagna a viale della Trinità dei Monti. Per chiuderlo ci ho messo quasi 30 anni, come certi whisky. È molto articolato e prende spunto dalla guerra in Iraq. Al comando del contingente britannico c’era uno che veniva da una famiglia di guerrieri risalente alle crociate, si chiamava Peter de la Cour de la Billière. Un nome francese ugonotto. Veicoliamo un po’ di cultura per i lettori di Rolling Stone, no? Te lo suono…

“Sand is just the same / in the deep in the shallow / Sand is just the same / in the air hard to swallow  /Sand is just the same / in terms of trends and directions / Sand is just the same / on the beaches in Suffolk” (La sabbia è sempre la stessa / nell’abisso e vicino la riva / La sabbia è sempre la stessa / nell’aria difficile da inghiottire / La sabbia è sempre la stessa / in termini di tendenze e direzioni / La sabbia è sempre la stessa / sulle spiagge del Suffolk).

Foto: Giuseppe Palmisano

Sulla musica di oggi, che anche lui ascolta in radio, Francesco Guccini ha detto: «Non sono canzoni brutte, sono canzoni inutili». Che ne pensi?
Penso che siano canzoni, nell’ottica di una coltivazione di fiori, che vengono cresciute, tagliate e gettate al macero. Riflettono spessissimo una sfera personale, gli stati d’animo di chi le compone, le loro relazioni interpersonali, però manca il racconto delle storie. Io invece sento ancora il bisogno di farmi raccontare che Marinella è caduta nel fiume e perché è successo. In generale parlano troppo dei propri guai e delle proprie felicità, ma Marinella non me la racconta più nessuno?

Nessuno racconta più cosa accade a Marinella o chi lo racconta non trova più spazio nella discografia?
Guarda, quando ascolto la radio mi piacciono in molti. Sarà che da un certo periodo in poi c’è stato un accesso alla discografia molto allargato. Nella tua stanza ormai puoi avere uno studio di registrazione. Prima invece c’era un scelta su chi poteva entrare negli studi e chi no. Oggi ci entrano tutti perché ce l’hanno in casa, compresi rapper e trapper. Ma io ascolto Radio 1 e Rai 3, è una vita che non compro un disco, non utilizzo Spotify e quindi ho degli ascolti limitati. Ora passiamo all’altro lato del disco, ma non ti vedo convinto. Guarda che se fossi più famoso sarebbe uno scoop incredibile, una intervista così è micidiale!

Sono convinto, anzi, è un privilegio ascoltare nel tuo studio i brani live e in anteprima. È che non posso scrivere la musica nell’intervista e qualcosa dovrò pur riportare…
Allora aggiungo che questo album, mi dicono quelli che l’hanno sentito, ha la mia cifra di sempre. Penso di essere riuscito ancora una volta a cambiare, ma rimanendo in fondo me stesso.

Il primo pezzo del lato B si intitola The Alamo.
La battaglia di Alamo viene considerata come la vera data di nascita della nazione americana. È lì che nascono gli Stati Uniti. Questo è un pezzo molto articolato, quasi operistico, con i dialoghi tra vari personaggi. Quando l’ha sentita il direttore della Entry, Guido Celli, ha detto che gli piaceva ma era lunga. Così, visto che sono sensibile alle critiche, l’ho accorciata. Senti un po’…

“I know by heart / There will be more stars / I bet one night I’ll see the sky As / it was for the first time / The night when no one is left behind” (Lo so col cuore / che ci saranno più stelle / Scommetto che una notte guarderò il cielo / come se fosse la prima volta / la notte in cui nessuno viene lasciato indietro).

Hai lavorato per anni in tv e hai detto di aver conosciuto i migliori della tua generazione, ma di essere rimasto colpito in particolare da Carlo Massarini, il critico musicale. Perché?
Durante una trasmissione, per spiegare come mai i terroristi avessero scelto le Torri Gemelle per l’attentato del 2001, disse che, secondo lui, era perché New York è un posto nel quale tutti si facevano i cazzi loro senza tante menate ideologiche.

Ha influito l’attività in tv sul tuo modo di scrivere canzoni?
Di certo per l’accesso all’immagine. Se pensi che il suono va a 331,2 m/s e l’immagine a 30 mila è molto affascinante. E in fondo il cinema ce l’ho nel sangue.

E infatti anche il prossimo brano, almeno leggendo il testo, mi sembra molto cinematografico.
Ti ricordi il fumettista Jacovitti, che aveva il ragno nella padella? Il prossimo pezzo si intitola, appunto, Spider in the Pan. Vado…

“It’s good to understand we have a duty of care / We sing along this little tune as is coming from the rainbow / Pick it with your silver spoon put the supper in the cauldron / So everybody waves goodbye with no a grim but a smile” (È cosa buona capire / che abbiamo un dovere di attenzione e cura / cantiamo questa canzoncina come viene fuori dall’arcobaleno / raccoglila col tuo cucchiaio d’argento, metti la cena nel pentolone / così tutti saluteranno / non con una smorfia ma con un sorriso”).

A proposito di cinema, hai lavorato anche con Ennio Morricone.
Sì, per una trasmissione che si chiamava Immagina, tratta da un suo soggetto.

Com’è stato lavorare un artista del genere?
Ennio Morricone, al di là di tutto, è stata una espressione di eccellenza legata al territorio. Si sentiva fortemente la sua romanità, pur essendo arrivato nell’olimpio dei grandissimi. La sua casa rifletteva quella personalità così grande. Ed era anche molto ironico. Il giorno che l’ho conosciuto, dopo avermi spiegato tutto seriamente, se ne è uscito con un riferimento a Cicciolina, che allora era la pornostar del momento, che mi ha spiazzato. Andiamo con il terzo pezzo.

Adesso, se non sbaglio, da scaletta ci sarebbe Slaves and Lovers.
Parla della “schiavitù felice”, ci sono diversi libri in proposito. Il periodo è quello della Guerra di secessione americana. In alcuni casi pare che gli schivi non fossero frustrati e maltrattati, perché, essendo raccoglitori di cotone, c’era tutto l’interesse che fossero in forma. È la storia d’amore tra due di loro. A un certo punto lui parte per la guerra e, quando torna, si sposano. Te la canto.

“Cannon balls fly Louisiana sky / cannon balls fly Louisiana sky / The only way out from Baton Rouge / is through” (Le palle di cannone volano nel cielo della Louisiana / le palle di cannone volano nel cielo della Louisiana / L’unica via d’uscita da Baton Rouge / è attraversarla).

Un pezzo che racconta una storia particolarmente controversa. Ma tu oggi in politica ti senti rappresentato in Italia?
La politica non mi tocca. Non ho mai fatto un Festival dell’Unità, non mi ha mai dato nessun tipo di aiuto. La politica non mi ha mai riguardato. Comunque vado a votare, come un cittadino qualunque.

Quindi che al governo ci sia Giorgia Meloni o qualcun altro ti è indifferente?
Un governo eletto dal popolo ci voleva. Poi che non sia andata come personalmente avrei preferito lo trovo irrilevante. C’è questa “ragazza”, spero che faccia bene. Per quello che riguarda me, mi posso solo augurare che faccia quello che deve fare. Certo, ero più entusiasta del periodo di Mario Draghi, almeno andavamo un po’ meglio sotto l’aspetto economico.

E qual è il tuo rapporto con la religione?
Come con qualsiasi cosa che fa parte del territorio in cui vivo. Non si può sfuggire al fatto che abito a pochi metri dal Vaticano. Ho scritto persino un pezzo sul Papa.

Passiamo al prossimo brano, Malcolm Robinson.
Questa è una canzone sulla pena di morte mediante camera a gas. Di solito pensiamo che sia una morte piacevole, invece è orribile perché il gas entra nell’organismo e fa letteralmente scoppiare i polmoni. Queste esecuzioni sono state descritte nel famoso libro La legge mi vuole morto di Caryl Chessman, uno che l’ha scampata per sette volte. Ogni volta arrivava la chiamata del governatore e la sospendeva. Pensa entrare in quella stanza sapendo che dovrai morire e per sette volte, all’ultimo, la rinviano. Alcuni cattolici speravano nell’intervento del Papa, ma anche se arrivava non veniva preso in considerazione. Eccola.

“The circle is unbroken / The victim is chosen / The grace was denied / Then arrive not in time / Another soul is abused / Compassion refused” (Il cerchio è intatto / la vittima è scelta / la grazia è stata rifiutata / poi è arrivata ma non in tempo / un’altra anima viene abusata / la compassione rifiutata).

E siamo alla title track, l’ultimo pezzo del disco.
Per chiudere in bellezza devo riposarmi un attimo, torniamo sul terrazzo a fumare.

Foto: Giuseppe Palmisano

Risaliamo la scala a chiocciola, senza dimenticare di partire con il piede sinistro, e una volta in cima Giurato mi anticipa qualcosa del brano che darà il titolo all’album e che affronta un tema che gli sta particolarmente a cuore e che si tramanda nella sua famiglia.

Qual è l’argomento che hai scelto di raccontare attraverso Recent Happenings?
Riguarda il gioco del baseball e le vicende si svolgono nel bullpen, che è una zona del campo, fuori dal territorio di gioco, appena adiacente, dove si scaldano i lanciatori. Ce ne sono di vario tipo, partenti e rilievi. I partenti sono cinque, fanno parte della starting rotation. Uno lancia e poi ha quattro giorni di riposo, perché è sfiancante. Infine c’è il closer, che entra nell’ultimo inning per chiudere la partita. Se sei un partente e vedi che si muove qualcosa nel bullpen, vuol dire che ti stanno per sostituire.

Le precedenti canzoni erano ispirate dalla grande storia, quella che si trova sui libri, anche se spesso in posizione marginale. Questa invece sembra più personale.
Parla del baseball giovanile. E di questo gioco fa parte un momento molto particolare che è quello della scazzottata. In pratica, a un certo punto, accade che le panchine si svuotano e vanno a menarsi in mezzo al campo. In una partita di una lega giovanile il lanciatore partente, dopo una rissa, viene sospeso dalla società e quindi non può partecipare alla super sfida finale. È basato su fatti reali che hanno coinvolto mio figlio.

Quindi il baseball in casa Giurato è una passione che si tramanda.
Io ci ho giocato tanti anni e mio figlio è la seconda generazione, dopo di me, all’Acqua Acetosa (la più importante società di baseball di Roma, nda). Succede che il proprietario, all’ultimo, lo riammette, lo perdona, e quindi potrà giocare. Solo che sul monte di lancio le cose si metteranno male. Un momento critico che, però, lui riuscirà a risolvere. Perché sono i lanciatori a decidere le partite di baseball. E lui riuscirà a compiere un complete game, non verrà sostituito dagli altri in attesa nel bullpen e alla fine vincerà la partita. Però è arrivato il momento di fartela sentire.

“It’s DNA and personal vocation / you get the hill / is your destination / rebels rebels / deep in our heart  /we are all rebels” (È una questione di DNA e di vocazione personale / Tu prendi la collina / è la tua destinazione / ribelli ribelli / nel profondo del nostro cuore / siamo tutti ribelli”).

Sai che con un pezzo così potresti andare a Sanremo?
Io Sanremo l’ho visto tutti gli anni della mia vita da quando ho memoria. Una volta ho persino registrato una edizione che non venne trasmessa in tv. Chissà dove ho messo quella cassetta…

Non pensavo fossi così appassionato del Festival.
Sanremo fa parte della vita e del territorio, come la religione. Come si fa a non seguirlo? Nella prima fase era il festival degli editori, poi si è trasformato nel festival delle case discografiche, fino a diventare quello che è oggi, cioè un grande programma televisivo.

E se ti invitassero ci andresti a Sanremo?
Non credo che questo avverrà mai. Ma scusa, io ho visto Domenico Modugno che cantava Nel blu, dipinto di blu. Per me lui è stato fonte di grande ispirazione. Così come Adriano Celentano o Vasco Rossi. Da ragazzo ti avrei risposto di no, solo che poi la vita va avanti e ho capito una regola: quando sei al pub non si rifiuta mai se ti offrono da bere.

Potresti partecipare con Lucio Corsi, che apprezzi così tanto.
Ecco, bravo. Perché no? Lucio Corsi voglio andare a vedere dove vive, fare un giro con lui nelle sue terre. Ho per lui massimo affetto e stima. I suoi testi sono bellissimi. Sono andato a sentirlo all’Auditorium, ci siamo conosciuti e telefonati. È ora che prenda la macchina e vada a trovarlo.

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