Amy Winehouse, la diva e i suoi demoni. L’ultima intervista di Rolling Stone

Innamorata e in cima alle classifiche, tutto ciò che la cantante avrebbe dovuto fare era sopravvivere a entrambi
La cantante fotografata nel 2006, Foto Universal Music

La cantante fotografata nel 2006, Foto Universal Music


14 giugno 2007

Accanto alla torre autoportante più alta del mondo, una delle popstar più minute del mondo è accovacciata dinnanzi ad un bidone dell’immondizia, intenta a raccogliere tra le mani un mucchio di matite per gli occhi e confezioni di mascara. Mentre Amy Winehouse vaga nel cortile della CN Tower di Toronto, alta 553 metri, alla ricerca di una busta di plastica per infilarvi i suoi cosmetici, l’uomo che a maggio era il suo fidanzato ma che cinque giorni dopo sarebbe stato suo marito fuma una sigaretta proveniente dal mio pacchetto e sembra annoiato. Blake Fielder-Civil — o “Baby”, come lo chiama Winehouse, in una gamma di inflessioni che sforzano l’immaginazione — fa un cenno verso il bidone della spazzatura. Le si è riversata la bibita nella sua Louis tarocca, dice, indicando la malconcia borsa Louis Vuitton finta in cima all’immondizia. «Ha quella borsa da secoli».

Nell’universo di una persona di ventitré anni, i “secoli” sono relativi tanto quanto l’età stessa. La Winehouse potrebbe dire che canta da secoli, ma non sono passati nemmeno dieci anni. Oppure che ama il suo Baby da secoli, ma sono trascorsi solo un paio di anni, con una stringa di mesi di pausa in mezzo. Oppure che le cicatrici che le ricoprono l’avambraccio sinistro provengono da ferite che si è auto-inflitta secoli fa, sebbene appaiano ben più recenti. Potrebbe dire una qualsiasi di queste cose, se innanzitutto parlasse.

Amy potrebbe dire che canta da secoli, ma non sono passati nemmeno 10 anni

In quei mesi in cui Winehouse e il suo Baby non erano insieme — tra le cose che non dice, anche dopo una lunga consultazione con Fielder-Civil, è di quanti mesi si sia trattato — Winehouse ha scritto un intero album di canzoni sul suo cuore infranto che l’ha resa famosa nel natio Regno Unito e sempre di più qui negli Stati Uniti. Back to Black, una collezione stilizzata di richiami R&B che suonano, inteso nel miglior senso possibile, come l’interpretazione di una ragazzina britannica che fa hip-hop del soul anni ’60 della Motown, ha conferito alla Winehouse il più alto debutto nelle classifiche statunitensi mai ottenuto da una donna britannica. Prince ha realizzato una cover della sua Love Is a Losing Game e le ha proposto di unirsi a lui sul palco per il suo imminente 21 Nights in London Tour. Gli Arctic Monkeys hanno aggiunto al proprio set una versione tutta loro di You Know I’m No Good, inoltre anche gli esponenti più in vista del rap spendono elogi per Winehouse: Jay-Z compare in un nuovo remix del suo singolo di successo Rehab, Snoop Dogg ha dichiarato di essere un fan e Ghostface Killah è rimasto tanto strabiliato da You Know I’m No Good da aver composto rime sul pezzo nel suo album More Fish.


Coloro che hanno sentito soltanto la sua voce esprimono shock nel vedere il corpo che la produce: l’ululato focoso, crepitante e segnato dalla vita che a sentirlo sembra il fantasma di Sarah Vaughn proviene da una minuscola ragazza ebrea della parte nord di Londra, che pure dalla vita è stata segnata. A Toronto, indossa ciò che di più simile ad un’uniforme possiede: Rizzo dal collo in su, Kenickie dal collo in giù. Porta l’immancabile trasandata acconciatura a beehive in cima ad una folta chioma di onde scure, orecchini di plastica giganti a forma di bastoncini di zucchero e l’eyeliner tratteggiato in esagerate volute degne di Cleopatra. La sua figura eccezionalmente sottile non riesce a riempire i jeans neri dritti, indossa però una canottiera nera ben aderente, e le braccia mostrano un assortimento di tatuaggi di pinup dei tempi andati, talune con le tette fuori, altre — come quella che ha “Cynthia” impresso accanto — indossano civettuoli abiti stile anni ’50.

«Amy non è infatuata di se stessa e non insegue la fama» Mark Ronson

 

La Winehouse è divenuta inoltre famosa per le sue presunte apparizioni in pubblico da ubriaca, inclusa una volta a gennaio in cui è corsa dietro le quinte durante una performance per vomitare. Durante una premiazione nel Regno Unito lo scorso autunno, ha importunato Bono nel mezzo del suo discorso di accettazione con uno «Sta’ zitto! Non me ne frega un cazzo!» E nel popolare gioco televisivo britannico Never Mind the Buzzcocks, era così palesemente ebbra che il conduttore Simon Amstell ha scherzato, «Questo non è nemmeno un quiz televisivo, è un intervento». Ci sono poi i frequenti riferimenti nel suo album all’alcol, all’erba e alla cocaina — in particolare Rehab, in cui racconta come la compagnia che prima si occupava di lei, gestita dalla mente dietro American Idol e le Spice Girls Simon Fuller, avesse tentato di farla disintossicare ma, oh, sapete cos’è successo dopo.

«Amy sta riportando nella musica popolare un spirito ribelle da rock & roll», dice Mark Ronson, il DJ-produttore che si è occupato di più della metà dei pezzi in Back to Black. «Quei gruppi degli anni ’60 come le Shangri-Las avevano quel tipo di atteggiamento: giovani ragazze del Queens in giacche da motociclisti. Amy ha un aspetto fottutamente figo, ed è brutalmente onesta nelle sue canzoni. È passato così tanto tempo dall’ultima volta che qualcuno nel mondo del pop ha ammesso i proprio difetti, perché tutti cercano a tutti i costi di apparire perfetti. Ma Amy dice, tipo, “Già, mi sono ubriacata e sono caduta. E allora?” Non è infatuata di se stessa e non insegue la fama. È fortunata ad essere così brava, perché non ha bisogno di farlo»

Non è, tuttavia, imperturbabile. Spesso appare cupa, appesantita dalla noia o forse semplicemente da una sbornia. All’apparenza è educata, ma non è una professionista tanto esperta da mascherare del tutto la sua impazienza. Non disdegna di mettere su un broncio esagerato quando non vuol fare qualcosa, e di allontanarsi sbattendo i piedi quando il broncio non funziona. Il suo Baby è a sua volta un esperto di quest’ultima tecnica.

Non mi pento di nulla

 

Mentre facciamo la fila ad uno dei posti di controllo della CN Tower, Fielder-Civil dichiara a nessuno in particolare che se ne tornerà in albergo e sfreccia via. La Winehouse gli corre dietro in preda al panico. «Che è successo?» chiede una delle sue coriste, mentre il resto dell’entourage della Winehouse osserva dalla finestra la cantante che perlustra il cortile della torre come una bimba sperduta. Eppure quando il manager la riporta dentro, con il trucco nero sbavato sotto gli occhi bagnati di lacrime, nessuno ha il coraggio di fare domande. Nonostante i suoi pensieri siano diretti da tutt’altra parte e abbia il moccio al naso che, beh, scorre da un’altra, Amy mi propone di provare a “fare quattro chiacchiere” insieme a pranzo sul ponte di osservazione. Dopo che la prima sfilza di domande ha provocato risposte monosillabiche, provo a rompere il ghiaccio con quello che è sempre stato un metodo infallibile, nei bar come nei pullman durante i tour: fare domande ai tatuati sui loro tatuaggi.

Quanti anni avevi quando hai fatto il primo tatuaggio?
Quindici più o meno.

Cosa rappresenta?
Mi sono fatta fare Betty Boop sulla schiena. Semplicemente mi piacciono i tatuaggi.

Cosa ne hanno pensato i tuoi genitori?
In pratica, i miei genitori hanno capito che avrei fatto quello che volevo, tutto qui, davvero.

Quanti tatuaggi hai in tutto?
Dodici o tredici.

Hai sempre nutrito un interesse per le pinup classiche e cose del genere?
Sì, direi di sì.

Chi è Cynthia?
È mia nonna, pace all’anima sua.

Te ne sei mai fatto coprire uno, oppure ce n’è qualcuno che non ti piace avere sotto gli occhi?
Non mi pento di nulla.

Nulla?
No.

Allora come fai ad affrontare le cose che vorresti non fossero successe?
Non so. Chiedimelo dopo che sono stata a casa e ho visto Blake.


Nel backstage del Mod Club di Toronto, è palese che la coppia si è rappacificata. Winehouse siede in braccio a Blake, ridendo e toccandolo mentre chiacchierano con Mitch, il padre di lei che è arrivato dal Regno Unito per il fine settimana. Lei corre al tavolo del catering e torna dopo qualche minuto per porgere a Mitch un sandwich con tacchino e cetrioli che ha meticolosamente preparato per lui. Il gesto, fa presente lui, gli ricorda un preparato di banane e matzo che era solito mangiare. Blake sussurra qualcosa all’orecchio di Winehouse e lei ride in maniera convulsa. «Mi ha chiesto se è una roba da kike», spiega, poi domanda, «Qual è più offensivo, papà, “kike” o “yid”?» Riluttante nell’offrire un proprio verdetto, Mitch scrolla le spalle e mi guarda dall’altra parte del tavolo. «Chiedi a questa signora», dice, mettendo fine alla questione con garbo.

Winehouse non si vergogna di essere la cocca di papà, sfoggiando addirittura un tatuaggio con la frase sulla spalla sinistra. Mitch, un tassista, e la madre di Amy, Janis, una farmacista, hanno divorziato quando lei aveva nove anni e suo fratello più grande, Alex, tredici. I fratelli hanno vissuto perlopiù con la loro stanza a Southgate — un sobborgo del nord di Londra che ospita il centro di disintossicazione delle celebrità di Priory, dove sono stati curati Pete Doherty e Justin Hawkins dei Darkness ma dove Winehouse si è rifiutata di andare, andare, andare.


«È sempre stata molto caparbia,» mi dice Mitch. «Non si comportava male, ma … era diversa». Sebbene i ragazzi fossero cresciuti circondati dalla musica («Cantavamo sempre», dice Mitch), comprese le vecchie melodie di Frank Sinatra e Dinah Washington che lei ancora adora, il talento di Amy come cantante non fu subito apparente. A dieci anni, Winehouse e la sua migliore amica, Juliette Ashby, formarono un duo rap ispirato alle Salt-n-Pepa che avevano battezzato Sweet ‘n Sour. (Potete immaginare quale dei due fosse Amy.) Non aspirava a diventare una musicista, però; invece, fantasticava di divenire una cameriera sui pattini a rotelle come quelle che aveva visto in American Graffiti. Si iscrisse alla Sylvia Young Theatre School a dodici anni e frequentò le lezioni fino a quando non fu espulsa per essersi fatta un piercing al naso e per l’atteggiamento da lavativa in generale. «Ero andato a vederla in una rappresentazione e credevo che avrebbe soltanto recitato», dice Mitch. «Invece è salita sul palco e ha iniziato a cantare, e non riuscivo a crederci, non sapevo che potesse cantare in quel modo».

Il fratello di Amy, Alex, possedeva una chitarra, e ogni volta che usciva di casa lei ci armeggiava. Ne comprò una per sé quando aveva quattordici anni e cominciò a scrivere canzoni un anno dopo, nello stesso periodo in cui scoprì l’erba e lasciò la scuola. Tuttavia Winehouse insiste che il suo comportamento non era dovuto alle paturnie dell’adolescenza, che lei dice, aveva risolto con largo anticipo. “È vero che soffro di depressione, suppongo,” dice. “Il che non è una cosa rara. Sai, un sacco di persone ne soffrono. Ma credo che avendo avuto un fratello più grande, ho fatto un sacco di pensieri su quanto la vita fosse deprimente prima ancora di compiere dodici anni. È in quel periodo che leggevo J.D. Salinger — o qualunque cosa leggesse mio fratello — e mi sentivo frustrata.”

«Non si comportava male, ma … era diversa» dice il padre Mitch

Indico il mio avambraccio sinistro con un dito e dico, «Non ho potuto fare a meno di notare le cicatrici. Quanti anni avevi quando hai cominciato?» Lei mi guarda, sorpresa, ma non ha una riposta pronta, così continuo: «Voglio dire, a tagliarti». I suoi muscoli sembrano farsi tesi, ed evita di guardarmi negli occhi mentre risponde, “Um, sono vecchissime. Vecchissime. Semplicemente vengono da un brutto periodo, direi.” E poi, balbettando, “M-m-momenti di disperazione.”

Dopo aver lasciato la scuola, Winehouse ha fatto diversi lavoretti — inclusa un’esperienza come “giornalista specializzata in show business” per il World Entertainment News Network — e ha cominciato a cantare con una band jazz. Un amico nel mondo della musica vide una di quelle performance e si offrì di procurarle il tempo in uno studio necessario a registrare qualche demo. “Non credevo che mi avrebbe davvero permesso di farlo,” dice. “Pensavo, ‘Tu cosa ci guadagni?’ Proprio non capivo perché fosse disposto ad aiutarmi così tanto. Perché non credevo che saper cantare fosse qualcosa di speciale.” Le demo di quelle sessioni fecero sì che Winehouse guadagnasse un contratto discografico ed uno manageriale con la compagnia di Fuller e, in seguito, un contratto discografico con la EMI. Il giorno stesso in cui le fu accreditato l’assegno dalla EMI, la cantante-cantautrice diciottenne si trasferì dalla casa in cui viveva con la madre ad un appartamento a Camden con Juliette.

Ispirato quasi in parti eque da hip-hop e jazz, il primo disco della Winehouse, Frank, distribuito nel 2003, la pone tuttavia accanto ai crooner Jamie Cullum e Katie Melua come una dei maggiori contribuenti al revival del jazz nel Regno Unito. Mai distribuito negli States, Frank guadagnò il disco di platino e le portò le nomination per una caterva di premi, tra cui il Mercury Music Prize (che non vinse) e l’Ivor Novello Award per compositori (che invece vinse). Ma quando incontrò Baby, riscoprì la musica anni ’60 che dice di aver amato da ragazzina. «Quando mi sono innamorata di Blake, eravamo circondati da un sacco di musica degli anni ’60», mi dice cinque giorni dopo a Miami. Avrei dovuto incontrare Winehouse quella mattina, ma lei e Fielder-Civil avevano altri piani. Erano andati a procurarsi una licenza di matrimonio con l’idea di sposarsi il giorno successivo ma all’ultimo minuto hanno deciso che, trovandosi già lì, perché non farlo immediatamente? Ed è così che, soli dinnanzi ad un impiegato municipale di Miami e per il prezzo modesto di $130 di tasse, Amy Winehouse ha sposato il suo Baby. «Non voglio dire che l’abbiamo fatto seguendo l’ispirazione del momento, perché sembrerebbe un capriccio», mi dice Fielder-Civil, con un sorriso che non può reprimere spalmato in faccia, gli occhi infervorati di felicità.

quando sei predisposto alla dipendenza passi da un veleno all’altro

 

La coppia si è conosciuta nel 2005 nel bar di Camden frequentato abitualmente da Winehouse. «Era il mio locale», dice. «Ci ho trascorso tantissimo tempo, giocando a biliardo e ascoltando musica dal jukebox». Per Winehouse ciò significava blues, Motown e gruppi al femminile. «Soprattutto, fumavo un sacco d’erba», dice la Winehouse, mentre spiega perché quei sound l’attirassero tanto mentre scriveva le canzoni per Back to Black. «Direi che quando sei predisposto alla dipendenza passi da un veleno all’altro. Lui non fuma erba, così ho iniziato a bere di più e a fumare di meno. E per questo, mi divertivo di più. Uscivo per farmi una bevuta. La mentalità che ruota attorno all’erba è molto hip-hop, e quando ho fatto il mio primo album, ascoltavo solo hip-hop e jazz. È una mentalità molto sulla difensiva, molto tipo, “Vai a farti fottere, tu non mi conosci”. Mentre quella del bere è molto “Povera me, oh, ti amo, mi butterò in mezzo ad una strada per te, neppure mi importa se non mi guardi neanche, io ti amerò per sempre”.»

Aveva registrato Frank a Miami con il produttore hip-hop Salaam Remi, che ha lavorato con Nas, i Fugees e i Jurassic 5, e dice di aver inizialmente pensato di fare anche tutto Back to Black con Remi. (Che alla fine ha contribuito all’album con quattro pezzi.) Ma un dirigente della EMI le presentò Ronson, nella speranza che i due potessero sincronizzarsi musicalmente. “Scrivo tutto da me, ma devo essere a mio agio con una persona per poter scrivere canzoni davanti a lei,” fa presente. “Non sapevo che genere di roba producesse Mark, e credevo che fosse uno di quei bei tipi che sono vecchi e cercano di fare i giovani. Non avevo capito che fosse giovane! Praticamente appena l’ho incontrato siamo andati d’accordo come fratello e sorella.”

Ronson è entrato nel business della musica mixando hip-hop nei bar e le discoteche di New York; le sei canzoni su cui ha lavorato per Back to Black vedono la sua estetica copia-e-incolla da DJ applicata ad un sound soul d’altri tempi resa dal vivo — ovvero, senza sample — da un brillante ottetto deep funk di Brooklyn chiamato i Dap-Kings che ha reclutato per realizzare la visione creativa di Winehouse per il suo album. “Amy è venuta nel mio studio e ha messo su roba come le Shirelles e le Angels,” dice Ronson. “Mi sono ispirato a quello che diceva, e quella notte ho realizzato il ritmo della batteria e la parte del piano per ‘Back to Black’ ed ho accentuato di molto il riverbero del tamburello. Lei fa finta di essere indifferente, e quando gliel’ho fatto ascoltare il giorno dopo, ha detto, ‘ È da urlo,’ ma non potevo capire se dicesse sul serio. Poi ha detto, ‘ È così che voglio che sia il mio album.’ Veniva in studio ogni giorno e suonava canzoni con la chitarra acustica, e provavamo arrangiamenti diversi per trovare qualcosa che fosse genuino. Il motivo per cui tutti ritornano sui dischi della Motown è che vi erano musicisti straordinari che suonavano insieme in una stanza, e questo è quello che abbiamo cercato di fare noi.”

Anche se i fan dall’orecchio fino avvertono un’affinità con l’originalità della produzione e degli arrangiamenti dell’album, è chiaro che i più tra i milioni di persone conquistati da Back to Black sentono un’affinità con il senso di colpa, il dolore e il tormento della Winehouse. A giudicare dalla storia raccontata dalle canzoni, la sua relazione con Blake aveva bruciato troppo, troppo in fretta. Ci sono stati tradimenti e cuori infranti: Lui era tornato dalla sua ragazza precedente, e lei temeva di aver perso l’amore della sua vita. “Le canzoni si sono letteralmente scritte da sole,” mi dice a cena da Big Pink, una trattoria kitsch in stile anni ’50 dove le bibite fredde sono servite in porzioni enormi e il cibo è deliziosamente privo di valori nutrizionali. Accanto al nostro tavolo, il neo marito di Winehouse siede a debita distanza, e lei approfitta di ogni occasione possibile per chinarsi su di lui e sussurrare o dargli un bacio. “Tutte le canzoni riguardano le circostanze della mia relazione con Blake in quel periodo,” continua. “Non avevo mai provato per nessun altro in vita mia quello che provo per lui. È stato molto catartico, perché soffrivo per come ci eravamo trattati a vicenda, credevo che non ci saremmo più rivisti. Ora lui ci ride su. Mi fa, ‘Che vuoi dire, credevi che non ci saremmo più rivisti? Noi ci amiamo. Ci siamo sempre amati.’ Ma per me non è divertente. Volevo morire.”

C’è una storia — forse apocrifa — su Dolly Parton che spiega, in parte, perché la cantante country sia una della icone di stile della Winehouse. «Ho sentito che si sveglia ogni giorno quattro ore prima di suo marito per truccarsi il viso», dice la cantante. «Quattro ore! Penso sia una figata». Non arriva a dire che farebbe lo stesso, ma è evidente che ci sono poche cose che Winehouse non farebbe per rendere il suo Baby felice. Durante una cena a Miami, riserva così tante attenzioni a Blake che mi sento quasi in imbarazzo per lei. Si blocca un’infinità di volte nel mezzo della nostra intervista per concedersi qualche coccola, distraendosi di tanto in tanto dal darmi una risposta perché, nelle sue parole, «Stavo pensando a Blake». Ad un certo punto, mi chiede un pezzo di carta e trascorre i due minuti successivi a coprirlo con la mano con fare misterioso mentre scribacchia un appunto, lo piega a metà e lo passa a lui. «Lo facciamo sempre,» dice quando torna a concentrarsi sulla nostra conversazione. «Anche se siamo fuori in qualche posto insieme, ci scriviamo messaggi».

sono parecchio incosciente e trascuro sempre ogni forma di prudenza

 

Più tardi, quando il polpettone con verdure e patate dolci schiacciate che ha ordinato arriva, divide doverosamente a metà il suo pasto in un altro piatto con la precisione ritualistica che ci si aspetterebbe in una cerimonia del tè. “Sono sempre stata una piccola casalinga,” dice mentre seleziona i migliori ciuffi di broccoli. “Cos’è la roba gialla? Zucchine o qualcosa del genere? Mi serve un cucchiaio. Hai un cucchiaio? C’è un cucchiaio da quella parte? Posso rubare un po’ del tuo sugo?” Voltandosi verso Blake, pronuncia l’ennesimo “Baby?” col suo accento londinese e gli porge un piatto di cibo che lui non ha mai nemmeno richiesto.

Winehouse dice di essere sempre stata il tipo di ragazza che ama prendersi cura di chi le sta a cuore. Ma non bisogna trascorrere molto tempo accanto alla cantante per rendersi conto che le farebbe veramente bene prendersi un attimo cura di se stessa. Non c’è dubbio che siano profondamente e ardentemente innamorati, ma vi è anche il chiaro presentimento che Winehouse e Blake sono una coppia di animi autodistruttivi capaci in parti uguali di essere la cosa migliore o quella peggiore l’uno per l’altra. Lui ha il nome di lei tatuato dietro l’orecchio destro. Condividono anche cicatrici simili, anche se quelle sull’avambraccio sinistro di lui appaiono più vecchie — ed inflitte con più vigore — di quelle di lei. Sono complici che si dileguano inj bagno con una tale regolarità che non si può non fare ipotesi su possibili assunzioni di droga.

Le chiedo quale sia secondo lei il suo vizio peggiore. «Principalmente che sono parecchio incosciente e trascuro sempre ogni forma di prudenza», dice. E quando la conversazione si dirige su si renderebbe conto che è ora di portare sotto controllo uno dei suoi vizi, si rivolge a Blake. «Baby? Se avessi un vizio, quando mi accorgerei che devo darmi una controllata?»

«Glielo direi io», dice Blake, ancora con il suo ghigno da cartone animato.

Ma lei farebbe lo stesso per lui? «Mai», dice lei. Lui annuisce mentre lei scuote la testa in segno di diniego, e sembra uno di quei momenti imbarazzanti in cui il marito dimentica il posto preferito di sua moglie per una sbattutina al The Newlywed Game. Allora lui cambia risposta. «No», scherza. «Non me lo diresti immediatamente. Ti metteresti comoda e mi vedresti con un ago in un occhio, e solo allora diresti, ‘Ora stai esagerando, Blake».

Alla conclusione del tour nordamericano a Toronto, era chiaro che Winehouse ne fosse stufa. Ed a Miami, avrebbe palesemente preferito passare del tempo con il suo nuovo marito piuttosto che trascorrere il giorno del suo matrimonio a discorrere della sua vita e della sua carriera. Le chiedo se sprecherebbe almeno una lacrima se domani dovesse smettere di fare tour e dischi.

«Affatto», dice. «Ho fatto un disco di cui sono molto orgogliosa. E questo è quanto. È solo che è nella mia natura prendermi cura degli altri e voglio stare bene trascorrendo il tempo con mio marito. Non mi fa neppure strano dirlo adesso. Blake ed io non abbiamo potuto trascorrere del tempo insieme per un lungo periodo. Ed io stavo con un altro, e lui stava con un’altra, e persino sei mesi fa ci incontravamo e ricordo di avergli detto così tante volte, “Desidero solo prendermi cura di te.” Non voglio essere un’ingrata. So di avere talento, ma non sono stata messa qui per cantare. Sono stata messa qui per essere una moglie ed una madre e per prendermi cura della mia famiglia. Amo quel che faccio, ma non è né la fine né l’inizio di tutto».