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25 anni dopo, Buena Vista è ancora un esempio virtuoso di progetto multiculti

Come andare a Cuba sperando di registrare musicisti africani, cambiare il progetto in corsa, realizzare un classico ed evitare le accuse di appropriazione culturale. Lo spiega il produttore Nick Gold

Il cast del Buena Vista davanti alla Carnegie Hall di New York

Foto: Ebet Roberts

La parabola del progetto Buena Vista Social Club la conosciamo tutti, perché è entrata nell’immaginario collettivo come poche altre vicende. Nel 1996, il chitarrista americano Ry Cooder e il produttore inglese Nick Gold decisero di volare a Cuba per registrare un album di musica tradizionale del posto, radunando un folto gruppo di anziani musicisti locali in uno degli studi più importanti dell’Avana.

L’album, battezzato (come l’ensemble) Buena Vista Social Club da uno storico locale che negli anni ’40 era il fulcro della scena musicale dell’isola, uscì quasi in sordina, ma esplose immediatamente: ad oggi ha venduto otto milioni di copie, ha ottenuto un Grammy, ha dato origine a una serie di tour mondiali, è stato oggetto di un documentario di Wim Wenders candidato all’Oscar.

Degli amabili e amatissimi vecchietti cubani molti non ci sono più, altri continuano a suonare solo in patria, ma in occasione del venticinquesimo anniversario dall’uscita dell’album è in arrivo una versione deluxe, disponibile in vari formati, che contiene varie take alternative tratte dai nastri originali, nonché l’inedito Vicenta. A riascoltare l’album oggi, sembra non essere invecchiato di un giorno, cosa che conferma anche Nick Gold, che lo produsse: «Mi sembra ancora attuale e senza tempo. Ma la soddisfazione più grande, per noi, fu dimostrare che era possibile esportare in tutto il mondo la musica tradizionale di un piccolo Paese nel mar dei Caraibi senza cambiarla troppo, e riuscire nel mentre a renderla incredibilmente celebre».

Come hai scoperto i musicisti che sarebbero poi diventati i Buena Vista Social Club?
Il primissimo in cui mi ero imbattuto era il pianista Rubén González, ma non sapevo neanche chi fosse, inizialmente. Lo sentii in alcune registrazioni degli anni ’40 di Arsenio Rodríguez (celebre bandleader cubano, nda), ma ignoravo praticamente tutto di lui. Il primo che invece incontrai di persona fu Barbarito Torres, quando nel 1986 era in tour con un’altra band cubana. Gli altri li avevo già ascoltati in qualche disco, ma non ebbi modo di conoscere nessuno di loro fino a che non entrammo in studio per registrare, nel 1996.

Nick Gold in studio con Jerry Boys, Eliades Ochoa e Ibrahim Ferrer. Foto: Christien Jaspars

L’idea da dove arrivava?
Ai tempi ero un grande ascoltatore di jazz, blues e musica africana. Proprio tramite quest’ultima scoprii la musica cubana, che storicamente è sempre stata molto popolare in Mali e in Senegal: negli anni ’30 e ’40, quasi tutti i brani che suonavano le band locali provenivano dal repertorio tradizionale cubano. Così cominciai a indagare e scoprii Juan de Marcos González (altro storico bandleader cubano, nda) e i suoi musicisti. Frequentarli è stato come conseguire una laurea accelerata in materia, ho imparato moltissimo in poco tempo (ride). Così ci venne in mente di realizzare un progetto con due anime. Nella prima avremmo riunito in studio tutti i più leggendari musicisti dell’Avana negli anni ’40 e ’50, il periodo in cui il padre di Juan, il grande Marcos González Mauriz, suonava e si portava dietro suo figlio bambino.

E nella seconda?
Era ancora più sperimentale: avremmo voluto invitare dei musicisti maliani a Santiago de Cuba, nella parte nord dell’isola, per registrare insieme ai loro ispiratori cubani. Purtroppo per motivi logistici all’ultimo momento non riuscirono a lasciare l’Africa e a raggiungerci, così ci ritrovammo scoperti in molte parti. Per riempire i vuoti, decidemmo di coinvolgere molti altri musicisti cubani, come Compay Segundo, Ibrahim Ferrer e tutti gli altri. Insomma, era un’orchestra che non esisteva prima di quel disco: si può dire che si compose letteralmente sotto i nostri occhi, man mano che lavoravamo.

Praticamente era destino.
Sì, è proprio così che ci siamo sentiti! Nulla andò come pianificato: siamo entrati in studio sicuri dei brani che avremmo voluto registrare e una volta lì abbiamo cambiato tutto il repertorio, perché ogni musicista suggeriva le sue canzoni preferite, e in genere erano migliori di quelle che avevamo scelto in origine.

L’album, tra l’altro, fu registrato in soli sette giorni…
Bastava che provassero la canzone per un’oretta ed erano pronti per registrare. Dal vivo, tutti insieme: quasi tutti i pezzi sono stati registrati in una sola take, se c’era un piccolo errore lo tenevamo. In passato era una cosa che succedeva spesso, si registrava in tempi molto ristretti. Pensa ai dischi jazz, agli album storici della Blue Note, che venivano incisi in un paio di pomeriggi in studio. Si cercava di catturare il sound della band che e della stanza, insomma. In ogni caso, ripensandoci è incredibile la velocità con cui abbiamo registrato Buena Vista Social Club, perché i musicisti coinvolti si conoscevano di fama o di persona, ma non erano abituati a suonare insieme. In più la musica cubana è piena di regole, ma con il fatto che tutti le conoscevano alla perfezione e si rispettavano a vicenda, è stato tutto molto naturale e il suono d’insieme è davvero molto organico.

Il momento più magico di tutta la registrazione?
Sicuramente, quando Ibrahim Ferrer si è unito al gruppo. Era la seconda giornata di registrazioni, stavamo lavorando su un bolero, e Barbarito esclamò: «Ho io la persona giusta per questa canzone!». Uscì dalla porta e un paio d’ore dopo tornò con lui. Compay Segundo, che era definito «la Bibbia della musica cubana», mi disse che avere Ibrahim in studio era come avere Louis Armstrong, e considerando che ognuno di quegli artisti era incredibile, mi aspettavo grandi cose da lui. Era una persona molto timida e umile: entrò in sala di registrazione in maniera quasi sommessa, e quando cominciò a cantare calò un silenzio surreale. La sua voce era paradisiaca.

Compay Segundo con Ry Cooder. Foto: Nick Gold

Ti aspettavi che il disco avesse un tale successo e che rimanesse un classico perfino 25 anni dopo?
No, assolutamente. Sapevamo che era un disco bellissimo, quando la mattina entravamo in studio e ascoltavamo le registrazioni del giorno prima eravamo sempre felicissimi. Ci abbiamo messo una cura spasmodica, tanto che abbiamo mixato il disco tre volte: volevamo davvero catturare l’essenza e la magia del momento. Ma ci immaginavamo che un lavoro così ricercato fosse per pochi. E invece iniziò a vendere tantissimo fin da subito, e anziché scemare le vendite aumentavano sempre di più. Il segreto, credo, è che la gente è riuscita a entrare immediatamente in sintonia non solo con la musica, ma anche con la storia delle persone che l’avevano suonata.

La maggior parte dei membri del Buena Vista Social Club raggiunsero il successo mondiale da anziani, proprio grazie a quell’album. Fu destabilizzante per loro ritrovarsi all’improvviso al centro dell’attenzione?
Al contrario, fu meraviglioso. Se sei così bravo, dentro di te lo sai, ma non necessariamente lo sanno gli altri. Ottenere finalmente un riconoscimento globale è stato gratificante per quegli artisti. Ricordo che una volta un giornalista chiese a Rubén González quale fosse l’aspetto più bello di quell’improvviso successo, e lui rispose semplicemente: «Ora la gente mi ascolta». I fan li amavano davvero, era una cosa che si percepiva ogni volta che salivano sul palco. Era commovente.

Oggi che infuria il dibattito sull’appropriazione culturale, forse un album come questo non si farebbe più: qualcuno potrebbe vederla come un produttore inglese e un musicista americano che si recano in un Paese più povero per catturare l’essenza della sua musica tradizionale ed esportarla in Occidente…
In questo progetto specifico, non so se il concetto di appropriazione culturale sia corretto: non abbiamo fatto altro che dare un palcoscenico mondiale a qualcosa che già esisteva, mettendo sotto i riflettori i suoi protagonisti. In più, di fatto, la musica cubana aveva già avuto una grande influenza sulla musica pop, perciò non abbiamo fatto nulla di nuovo, a ben pensarci. Senza contare che quel tipo di sound è già il frutto di un’intensa contaminazione culturale, o di un’involontaria appropriazione, se vogliamo: delle melodie e dei ritmi africani, ad esempio. È interessante vedere come qualunque prodotto culturale è frutto di un melting pot, a ben guardare.

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